Il bomber dell'Iran, ex interista: "Sport e politica dovrebbero restare separati, un Mondiale è un messaggio per un mondo libero da conflitti. Non ho mai smesso di seguire i nerazzurri"
Domani Mehdi Taremi, bomber dell'Iran, farà quello che è stato proibito per vari motivi ad alcuni dirigenti, parecchi giornalisti, molti tifosi suoi connazionali: poggerà il piede sul suolo americano, la terra del nemico, alla vigilia della sfida contro la Nuova Zelanda. Attraverserà la frontiera messicana ed entrerà a Los Angeles con i compagni che hanno penato per avere il visto e adesso vorrebbero soltanto far parlare il campo. Ma è davvero possibile con questi chiari di luna? A sentire il 33enne passato dall’Inter senza lasciare troppi rimpianti, forse sì.
Taremi, come state nel vostro bunker?
"Se devo parlare esclusivamente del lato fisico e mentale, posso dire che mi sento bene: io e tutti i compagni, per quanto possibile, siamo molto concentrati in vista del torneo. Quando entriamo in campo e ci alleniamo, facciamo tutto normalmente. Insomma, restiamo focalizzati sul calcio. Naturalmente ci sono sempre cose che accadono al di fuori del gioco, ma l’unica cosa utile da fare in questi casi è cercare di mantenere l’attenzione su ciò che possiamo controllare".
Su ciò che non potete controllare, invece, che opinione si è fatto?
“Non è la mia prima Coppa del Mondo, ma la terza… Si dice sempre che, una volta sceso dall’aereo ed entrato nel paese ospitante, si dovrebbe percepire un’atmosfera di cordialità e unità. Forse è solo una mia impressione, ma in questo momento non la sento. È ovvio che ci sia molta tensione, ma penso che sport e politica dovrebbero essere sempre separati. Lo sport ha a che fare con il rispetto, la pace, l’unione. La Coppa del Mondo ha un pubblico di non so quanti miliardi di persone e può promuovere questi sentimenti, può spingere un mondo libero dai conflitti, non solo per l’Iran ma per tutti. Aggiungo solo che qualsiasi Paese che accetti di ospitare un Mondiale deve seguire i regolamenti della Fifa e adempiere alle proprie responsabilità come nazione ospitante. È questo che intendo quando dico che la politica va separata e i principi dello sport preservati".
Lasciando da parte per un attimo il caso dei visti negati, le tensioni diplomatiche, le accuse ad alcuni dirigenti di legami sospetti, qual è il messaggio che volete lasciare come nazionale di calcio?
"Vogliamo trasmettere un messaggio di pace attraverso il nostro gioco e la nostra cultura, che è molto ricca. I media non la mostrano correttamente al mondo. Credo che il nostro popolo sia orgoglioso di noi, semplicemente per essere andati lì e aver giocato in queste circostanze. Adesso, dopo l’orgoglio, dobbiamo dare loro qualche gioia, quindi vincere le partite".
Gli allenamenti in un campo diverso da quello prospettato, dall’Arizona a Tijuana, sono risultati ancora più complicati?
"No, la preparazione sta proseguendo in modo professionale e la squadra lavora duramente ogni giorno. La nostra ambizione è semplice: rappresentare l’Iran nel miglior modo possibile e dare tutto in campo, nonostante qualsiasi difficoltà ci circondi. Abbiamo molti buoni giocatori in rosa e i tifosi internazionali vedranno una squadra forte nel collettivo: siamo veramente un gruppo, non un elenco di individualità. Questa è un po’ la nostra forza".
Passare il girone non è un’utopia, anzi: pensate di poter fare strada?
"Non andiamo troppo oltre. Nel nostro girone ogni partita sarà difficile. Squadre come il Belgio e l’Egitto hanno molta qualità ed esperienza, ma pure la Nuova Zelanda non va certamente sottovalutata. Quindi, rispettiamo tutti gli avversari e ci concentriamo sulla preparazione migliore per ogni incontro. Sappiamo che se faremo le cose per bene, ci giocheremo le nostre carte. E potremo ottenere un risultato positivo, anzi storico per il calcio iraniano".
Personalmente, come è andato quest’anno lontano dall’Italia?
"È stato un periodo positivo per me. Vivere in Grecia è molto piacevole, apprezzo davvero lo stile di vita, le persone e l’atmosfera di questo Paese mediterraneo. È un luogo in cui mi sento a mio agio sia dentro che fuori dal campo. All’Olympiacos ho vissuto una buona esperienza, abbiamo provato a vincere il titolo e fatto bene in Champions: questo mi ha aiutato a continuare il mio sviluppo come calciatore. Anche se ho ormai 33 anni, penso di poter crescere ancora e per questo voglio concentrarmi sul mio lavoro".
Dieci gol e 2 assist in campionato. In Champions League: 2 gol e 2 assist in 10 presenze. Ad Atene ha decisamente fatto meglio che a Milano.
"Nel calcio non va tutto come vorremmo, gli infortuni fanno parte del gioco e io cerco di guardare avanti piuttosto che indietro. Al di là di quanto abbia segnato, di quanti assist abbia fatto e dei trofei mancati, l’Inter sarà sempre un club speciale per me, per tutto ciò che ho vissuto lì, per i compagni di squadra e per i tifosi".
Lei ha lasciato l’Inter dopo la finale di Monaco, con il cuore a pezzi: ha visto che in un anno la squadra è riuscita a ricostruirsi e a tornare a vincere?
“Certo, non ho mai smesso di seguire l’Inter e penso che le due coppe vinte siano meritate, frutto del grande lavoro dei miei compagni: sono ancora in contatto con molti di loro, li considero amici. A Milano ho trascorso una parte importante della mia carriera, ma ora devo concentrarmi sulla mia squadra attuale e sulle responsabilità che ho nei confronti dell’Olympiacos".
Ma non pensa mai, nemmeno un secondo, a quella Champions svanita sul più bello?
"I ricordi sono altri, e tutti belli. Abbiamo lottato su ogni fronte, potevamo vincere diversi trofei, ma purtroppo non ne abbiamo sollevato nemmeno uno: capita, ma la grande esperienza non me la toglie nessuno. E anche questo Mondiale, nonostante tutto, è un’esperienza unica che ricorderemo per tutta la vita".










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