Industriali e politici americani sollecitano a Donald Trump un intervento per impedire la produzione delle aziende cinesi sul territorio. Ma il problema è ampio: al momento i loro investimenti sono decisivi per il Paese
Maurizio Bertera
28 marzo - 12:59 - MILANO
Sicuramente l'Amministrazione di Donald Trump ha in questo momento preoccupazioni maggiori del mercato automobilistico e della relativa industria, ma non può disinteressarsi di quanto sta accadendo nel settore. A metà marzo, diverse importanti organizzazioni hanno inviato una lettera ufficiale a Washington chiedendo il mantenimento di rigide normative contro l'ingresso dei produttori cinesi nel mercato statunitense. Tra i firmatari figurano l'Alliance for Automotive Innovation, la National Automobile Dealers Association, l'American Automotive Policy Council e la Mema, l'associazione dei fornitori del settore automobilistico. Nella lettera, queste organizzazioni mettono in guardia da quella che considerano una minaccia diretta alla competitività industriale e persino alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il dibattito non riguarda solo l'importazione di auto cinesi ma gli investimenti industriali. Donald Trump ha ripetutamente affermato di accogliere con favore le iniziative straniere sul suolo americano, a patto che creino posti di lavoro. "Se vogliono costruire una fabbrica e assumere i vostri vicini, per me va benissimo", ha dichiarato di recente al Detroit Economic Club. Ma un conto è la teoria, un altro la situazione sul campo.
il caso fuyao
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L'esempio del fornitore cinese di componenti per l'industria automobilistica Fuyao, situato in Ohio in un ex stabilimento della General Motors, illustra bene la problematica. L'azienda ora fornisce vetri per auto a diverse importanti case automobilistiche che operano negli Stati Uniti, tra cui Ford, Stellantis e General Motors, facendo affidamento su costi di produzione inferiori a quelli di alcuni concorrenti locali. È proprio questa pressione sui prezzi che sta indebolendo i siti industriali storici. Nella stessa regione, una fabbrica concorrente, attiva dagli anni Cinquanta, ha visto i suoi volumi di produzione crollare negli ultimi anni e sta mettendo in discussione la propria sostenibilità a lungo termine, come riportato dal Wall Street Journal. Per alcuni industriali e funzionari, gli investimenti cinesi, pur avendo il vantaggio di rilanciare l'attività nel breve termine, presentano il notevole svantaggio di indebolire la base manifatturiera americana nel lungo periodo. Oltre alla questione occupazionale, sussistono anche preoccupazioni in merito al controllo tecnologico. Nel settore dei veicoli elettrici, i componenti strategici rimangono in gran parte dominati da gruppi cinesi: entro fine 2025, i colossi Catl e Byd da soli rappresenteranno oltre il 55% delle batterie installate nelle auto elettriche a livello globale. In questo contesto, anche la produzione di veicoli sul suolo americano non garantisce necessariamente una vera autonomia industriale se batterie, componenti elettronici di potenza o determinati software rimangono dipendenti da fornitori esteri. Per alcuni operatori del settore e per molti politici, la questione non riguarda semplicemente l'ubicazione degli stabilimenti, ma la capacità degli Stati Uniti di mantenere il controllo sull'intera catena del valore del settore automobilistico durante la transizione verso i veicoli elettrici e connessi.
CYBERSICUREZZA
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Un altro problema che desta seria preoccupazione è quello delle auto connesse. Telecamere, Gps, aggiornamenti over-the-air: i modelli più recenti raccolgono e trasmettono quantità sempre maggiori di dati, avvicinando il settore alle sfide di cybersicurezza già presenti in settori come le telecomunicazioni. Washington ha quindi adottato una normativa che è entrata in vigore a marzo: i produttori dovranno certificare che il software essenziale per i veicoli connessi venduti negli Stati Uniti non contenga codice sviluppato in Cina. Restrizioni simili dovrebbero essere applicate anche all'hardware elettronico a partire dal 2029. Questa decisione arriva in un momento in cui la dipendenza dalla tecnologia cinese rimane significativa: i produttori del Dragone detengono quasi l'87% del mercato globale dei moduli che consentono ai dispositivi connessi, comprese le automobili, di accedere alla rete. Alcune Case hanno già iniziato a reagire: Tesla ha ridotto la sua dipendenza dai fornitori cinesi per i modelli prodotti negli Stati Uniti, mentre altri produttori stanno cercando di delocalizzare lo sviluppo del software. Dietro la questione delle auto cinesi peraltro si cela il vero problema dell'intera competizione industriale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina, dove si studiano sistemi sempre più stringenti per limitare l'invasione. Bloccarla del tutto è impossibile.









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