Sport, commozioni cerebrali e demenza

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Gli anni di traumi cerebrali ripetuti cui sono sottoposti gli atleti professionisti in alcuni sport da contatto possono danneggiare lo strato di cellule che protegge il cervello da contaminazioni esterne, e rendere più vulnerabili a forme precoci di demenze. La barriera emato-encefalica, una rete cellulare che impedisce alle sostanze estranee presenti nel sangue di entrare nel cervello, può rimanere danneggiata dai colpi alla testa ripetuti, e restare permeabile anche a distanza di decenni dal ritiro dallo sport.

Uno studio pubblicato su Science Translational Medicine fa luce sul collegamento tra la concussion, la commozione cerebrale, e i danni neurodegenerativi riportati da numerosi ex atleti: un tema molto sentito nel mondo del rugby, del football americano, del pugilato e di altri sport in cui i micro-traumi cranici sono più frequenti.

Commozione cerebrale: che cos'è e a quali patologie è collegata

Per commozione cerebrale si intende un infortunio alla testa di tipo traumatico, per esempio provocato da un colpo violento o da una caduta, che può portare a un'alterazione temporanea delle funzioni cerebrali dovuta all'improvviso spostamento del cervello all'interno della scatola cranica. Tra i sintomi potrebbero esserci: stato confusionale, perdita di coscienza, alterazione di funzioni come l'equilibrio, la memoria e la coordinazione.

Un numero ripetuto di questi eventi è collegato a un rischio aumentato di malattie neurodegenerative. Nel mondo dello sport, una di queste è l'encefalopatia traumatica cronica (CTE), nota anche come sindrome da demenza pugilistica, una condizione dovuta all'accumulo anomalo di proteina tau che arriva a compromettere il funzionamento dei neuroni. Tra i sintomi della CTE ci sono quelli cognitivi tipici delle demenze, problemi motori, disturbi dell'umore come depressione, ansia, disturbi comportamentali come una maggiore aggressività.

Negli anni sono venuti alla luce numerosi casi di questa patologia tra ex sportivi di alto livello in discipline da contatto come football americano (la prima, storicamente, ad essere stata collegata alla CTE), rugby, hockey sul ghiaccio, pugilato, alcune arti marziali miste, wrestling, calcio. Capire esattamente in che modo i traumi ripetuti possano favorire questa malattia è però complicato perché - finora - l'unico modo per confermare la diagnosi era analizzare il tessuto cerebrale post-mortem.

I danni all'involucro che protegge il cervello

Un gruppo di scienziati guidati da Matthew Campbell, specialista in genetica neurovascolare del Trinity College di Dublino, in Irlanda, ha esaminato attraverso scansioni cerebrali la barriera emato-encefalica di 47 atleti che si erano ritirati da sport da contatto con alto rischio di commozioni cerebrali ripetute e l'ha confrontata con quella di atleti di sport non a rischio e di non atleti.

La barriera sangue-cervello dei partecipanti del primo gruppo è risultata molto più permeabile (e dunque meno efficace nel suo compito di protezione) rispetto a quelle dei gruppi di controllo. Le persone con barriera più danneggiata hanno ottenuto anche punteggi inferiori in test per valutare la memoria e altre funzioni cognitive.

Nel sangue di questi ex atleti con la barriera iper danneggiata e con declino cognitivo già evidente è stata trovata anche una più alta concentrazione di globuli bianchi legati a processi infiammatori, oltre ad altri segnali di attivazione immunitaria. Come se il loro organismo, e quindi anche il loro cervello, non più perfettamente schermato, si trovasse da anni in uno stato di iper infiammazione. Tutte queste alterazioni erano evidenti anche se gli atleti si erano ritirati dallo sport in media da 12 anni, segno che i danni da traumi cranici ripetuti sono duraturi.

Individuare gli atleti più a rischio

Quella descritta è la prima prova di danno alla barriera emato-encefalica in individui viventi ad alto rischio di CTE. La possibilità di rilevare questa maggiore permeabilità attraverso scansioni cerebrali apre a possibili futuri esami di screening per identificare gli atleti che potrebbero aver riportato danni maggiori, e provare a proteggerli dalla neurodegenerazione. Ora il gruppo di ricerca proverà a replicare i risultati su una popolazione più ampia di ex atleti, e che includa un numero maggiore di donne.

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