Simone Anzani: "Ho temuto di non giocare più, ma ora mi sento il papà di tutta l'Italia"

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Per problemi cardiaci ha saltato Euro 2023 e Olimpiade: "Ora il Mondiale: mi godrò l’attimo e porto esperienza"

Mario Salvini

Giornalista

29 agosto - 11:20 - MILANO

Andarsi a giocare un Mondiale, la vigilia, l’attesa, i preparativi, le speranze, i pronostici: pensieri e momenti memorabili che noi comuni mortali invidiamo agli atleti per cui facciamo il tifo. Emozioni. Che tuttavia sono solo una piccola parte di quel che in questi giorni frulla in petto a Simone Anzani. Perché lui non è come tutti gli altri atleti per cui facciamo il tifo. La sua storia è molto di più e va parecchio al di là dello sport. Simone c’era nell’Europeo vinto nel 2021, e poi nel trionfo Mondiale del 2022. Doveva ovviamente esserci anche a difendere il titolo continentale nel 2023, ma un giorno, "il 26 giugno del 2023 – racconta – il mondo mi è caduto addosso". Il suo cuore non funzionava come avrebbe dovuto. E allora stop, niente Europeo e un intervento di ablazione. Per poi tornare, con Civitanova e finalmente anche in azzurro, verso l’Olimpiade. "Dopo il primo intervento mi hanno messo un registratore sottopelle che monitora l’attività cardiaca. A Cavalese, in un momento in cui stavamo facendo attività fisica un po’ più intensa del solito, ha rilevato qualcosa di irregolare". I medici non hanno potuto far altro che fermarlo, ancora, a pochi giorni da quello che lui stesso aveva definito "il mio ultimo, grande obiettivo". Quindi un’altra ablazione, il ritorno e adesso eccolo qui. Pronto a "godermi il momento". Da uno così, con una storia come la sua, ti aspetteresti uno spirito di rivalsa, magari una recriminazione. Invece il primo pensiero di Simone è oltre lo sport. Ed è di gratitudine: "In Italia abbiamo la fortuna di avere una medicina dello sport molto pignola. Prima di essere sportivi siamo persone, siamo uomini, io sono padre, ho due bambine (Viola e Vittoria, di 4 anni e un anno, ndr), una moglie (Carolina, ndr). La cosa più importante è che i medici mi tolgano quella che è la mia più grande paura". 

Ovvero? 

"Che durante una partita, con i miei cari in tribuna, mi succeda di cadere a terra come purtroppo è accaduto a qualche calciatore. Quindi la cosa fondamentale è che abbiamo fatto tutti gli accertamenti necessari ad escludere una cosa del genere. Una volta avuta questa certezza posso veramente dire: “andiamo a goderci questi momenti”". 

Cosa ha pensato quando è arrivato il primo stop? 

"Come dicevo, ti cade il mondo addosso. Poi pensi: 'Ok, adesso faccio gli esami che servono, la risonanza, uno studio elettrofisiologico, e poi finisce lì'. E invece siamo andati avanti quattro mesi, nell’incertezza. Coi brutti pensieri: mi chiedevo se avrei potuto giocare ancora, se avrei vissuto ancora le emozioni del campo. Poi a freddo ho pensato che era più importante la certezza di star bene, perché, come ho detto, prima che giocatore sono padre, marito, figlio...". 

Ha temuto di non giocare più? 

"È un’eventualità che ti devi porre, e in ogni caso, magari in modo un po’ indiretto, ti inducono a porgertela i medici. Ho imparato a considerare sempre una piccola percentuale di possibilità che le cose vadano male, per essere pronti a come comportarsi. Lo dico sempre anche ai compagni più giovani. Ed è l’atteggiamento che porto nelle partite: non bisogna farsi prendere alla sprovvista dalle avversità. Devi sapere come reagire". 

Il secondo stop, l’anno scorso, è stato più duro? 

"In un certo senso sì, perché ero tornato a giocare senza problemi, e perché l’Olimpiade per me doveva essere la chiusura di un cerchio. Dall’altro lato ci ero già passato, sapevo di poterne uscire. Però ho fatto una gran fatica a vedere le partite di Parigi. Le guardavo, perché dovevo in qualche modo essere coi miei compagni. Ma soffrivo come un cane. E la mia incazzatura è stata doppia, per le sconfitte nelle finali e perché non c’ero, non ero lì a lottare". 

E allora si va al Mondiale per riscattare quelle arrabbiature, no? 

"Questa nazionale ha vinto un Europeo, un Mondiale e in generale è sempre arrivata in fondo a tutte le manifestazioni, fino all’ultima VNL, in cui abbiamo sbagliato l’unica partita che non dovevamo sbagliare: la finale con la Polonia. E stiamo lavorando per recuperare il terreno sui polacchi, per giocarcela alla pari con loro, con la Francia, col Brasile. Se poi qualcuno giocherà meglio ne prenderemo atto. Ma noi sappiamo cosa vogliamo e sappiamo come fare". 

Il gap con la Polonia è recuperabile? 

"Abbiamo tutte le carte. Siamo tutti forti, abbiamo già giocato tante finali, abbiamo vinto".

Nell’Europeo 2021 e nel Mondiale 2022 lei c’era e abbiamo vinto, poi lei è mancato e niente ori… 

"Parliamo di pallavolo, non di matematica: vincere a questi livelli è una questione di particolari, inezie. Prima di questo gruppo per vent’anni raramente arrivavamo in fondo alle manifestazioni. Ora siamo stati capaci di darci una continuità, ed è questo l’importante. Poi bisogna pensare che ci sono anche gli altri. Io sono in Nazionale dal 2013, quindi provo a portare quel qualcosa di più di esperienza. E sono papà, quindi cerco di essere un po’ il mediatore in determinate situazioni. Credo sia una mia responsabilità, la ragione per cui sono in questo gruppo". 

È papà ma la chiamavano “Paglia”… 

"(risata) Sì, a volte mi chiamano ancora così. È un soprannome che mi ha dato Sbertoli, il mio compagno di stanza. Era “Papà pagliaccio”, perché quando non c’è bisogno di serietà mi piace fare il giullare. Poi è rimasto solo “Paglia”".

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