Sabato a Roma sfida l'Italia nel Sei Nazioni. Il flanker stupisce e divide: gran giocatore, ma gli eccessi in campo e una sovraesposizione mediatica senza precedenti fanno storcere il naso a molti
Roberto Parretta
1 marzo - 11:59 - MILANO
È la rugby star del terzo millennio. O meglio, della così detta Gen Z. Henry Pollock a soli 21 anni ha già bruciato qualsiasi tappa nel mondo del rugby: da capitano delle nazionali giovanili dell’Inghilterra, alla doppietta all’esordio con la maggiore, dal debutto a 17 anni nella prima squadra dei Northampton Saints, all’esordio con meta nelle coppe europee, alla clamorosa chiamata con i British&Irish Lions la scorsa estate. Ma a farne un ragazzo copertina è soprattutto l’attività che il flanker porta avanti fuori dal campo: stella dei social, dove racconta e si fa raccontare intervenendo su qualsiasi piattaforma, presenza fissa alle sfilate di moda e a qualsiasi evento glamour. Come però accade spesso in questi casi, il ragazzo divide pubblico e critica: è davvero così forte da meritarsi tutte queste attenzioni o è il frutto di una generazione dove l’apparire conta più dell’essere? Diciamo subito però che il rugby è uno sport nel quale è davvero difficilissimo, se non impossibile, nascondersi: in campo Pollock è un giocatore pesante, si fa sentire, ha una fisicità ed un’atletismo che nel suo ruolo vengono esaltati ancor di più. Certo, magari qualche atteggiamento eccessivo, poco in linea con la “severa” tradizione rugbistica, se lo potrebbe risparmiare. Ma tant’è.
principessa
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Molto rappresentativa del personaggio che è diventato è stata l’attenzione particolare che la Principessa Anna gli ha rivolto tre settimane fa a Murrayfield, quando nel tradizionale saluto alle squadre schierate, la presidentessa onoraria della federugby scozzese si è intrattenuta in una piccola conversazione con il flanker inglese. Qualche momento in più, rispetto agli altri, con il quale Anna di Scozia avrà forse voluto indagare su un preciso particolare: nato a Banbury, nell’Oxfordshire, circa 110 km a nord di Londra, Henry Pollock è figlio di genitori scozzesi, John ed Hester. Nessuno sa e nessuno ha riferito cosa si siano detti i due, ma dal tono spiritoso e al tempo stesso autorevole con il quale la Principessa si è rivolta alla giovane star, sembrava quasi come se lo stesse dolcemente rimproverando per aver preferito la maglia bianca con la Rosa piuttosto che il blue navy con il Cardo.
Se possiamo dirci certi che in quella occasione non sia stato Pollock a richiamarsi addosso il riflettore, è vero che di situazioni simili ne attira di molte altre come una calamita, con una innegabile capacità: sa fare spettacolo, regge serenamente l’attenzione, è decisamente a suo agio sia davanti a una telecamera che quando affronta in campo i migliori giocatori del mondo. Ha 255mila follower su Instagram (@henryjpollock): le sue azioni, le sue mete, foto ovviamente per sponsorizzare qualsiasi cosa, video divertenti chiaramente costruiti da una vera e propria equipe specializzata. Su TikTok sono invece i profili di @egnlandrugby, @tntsports e dei suoi @saintsrugby a utilizzarlo come veicolo di contenuti: cosa mangia, quanto dorme, come si allena, le facce che fa, i motti che inventa. Le sue non sono azioni di gioco, sono “bangers”. Si definisce anche “ballerino di TikTok”. I vari “boomer” che lo criticano postando commenti social, lo definiscono “un cretino” e bollano come “insulsi” i suoi contenuti, le sue interviste, le sue ospitate in vari podcast. Il fatto è che la sua esposizione è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra stella di primissima grandezza del rugby. Che piaccia o meno, che risulti più o meno simpatico, banale o geniale, Pollock è in ogni caso un simbolo del momento. E non lo è adesso, era così anche due, tre anni fa. In uno dei suoi primi video da protagonista, è intervistato dai social della federazione inglese in Under 20 e cita come suo idolo Michael Hooper, l’ex capitano dell’Australia: “Siamo abbastanza simili”, diceva allora Pollok. Sfrontato, a dir poco. La sua convocazione la scorsa estate a soli 20 anni con i British&Irish Lions in Australia ha fatto storcere il naso a molti: in linea con lo stile estremamente mediatico del tour, è sembrato che più che un giocatore (un bel giocatore), si fosse deciso di imbarcare sull’aereo un influencer.
nuoto
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In campo, però, come detto, Pollock è uno che si fa sentire. Non gioca titolare con i Saints perché è simpatico, non è stato convocato da Steve Borthiwck per i suoi video social. Atletismo e fitness sono doti innegabili, messe poi a servizio del gioco con skills non comuni e con una capacità di lettura che ovviamente non potrà che migliorare ancora con l’esperienza. Doti atletiche che sono nel Dna di famiglia. La sorella Zoe (25 anni) è una specialista dei 400 ostacoli per l’Università della Georgia, dove studia, mentre il fratello Angus ha nuotato e studiato all’Università di Birmingham ed ora è un golfista. La mamma Hester è stata una triatleta di caratura nazionale: al sabato svegliava Henry alle 5.30 del mattino per portarlo a nuotare e poi lo iscriveva alle gare scolastiche di triathlon. È proprio lui a definire “quelle alzatacce mattutine per il nuoto alla base della mia capacità di resistenza, del mio fitness”. Con la base fornita da mamma e dal nuoto, è poi sbarcato sul campo da rugby grazie all’insistenza di papà e, grazie a quanto fatto vedere alla scuola media, è entrato nell’Academy dei Northampton Saints. Così a 13 anni si è trasferito alla Stowe School. Un’ascesa velocissima verso il debutto in prima squadra, nel 2022 a soli 17 anni in coppa: segna due mete, divenendo il più giovane metaman del club nell’era professionistica. Seguirono velocemente il debutto in Premiership, l’anno dopo, e quello in Champions, con meta al Castres nel dicembre 2024. Al momento della convocazione nei Lions, ci si chiese quale fosse il suo pedigree internazionale: è stato capitano dell’Inghilterra Under 18 e Under 20, con la quale segnò una tripletta nel giorno del debutto e con la quale ha vinto il Mondiale 2024. Nel 2025 ha iniziato il Sei Nazioni con l’Under 20 e lo ha concluso debuttando in Galles con la nazionale maggiore segnando due mete in 49 minuti.
scapolo ambito
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Pollock è anche un personaggio di grande spessore nel panorama glamour britannico. La rivista Tatler lo ha collocato al terzo posto tra i 200 giovani scapoli più ambiti nell’ultima uscita del “Piccolo Libro Nero”, alle spalle solo del 18enne Albert Windsor, cugino di Re Carlo, nipote del Duca di Kent e pronipote di Re Giorgio V, e della 24enne Tyra Goldsmith, figlia del politico e banchiere Zac Goldsmith, dalla fortuna che supera i 350 milioni di euro. Pollock è anche molto furbo e sa sfruttare meglio degli altri le occasioni nelle quali non è protagonista, ma riesce a diventarlo. Così, quando lo scorso novembre l’Inghilterra ha sconfitto gli All Blacks a Twickenham, a festeggiare negli spogliatoi sono scese anche l’attrice Simone Ashley (tra le protagoniste della serie Bridgerton) e la tennista Emma Raducanu, vincitrice degli US Open 2021 e attualmente numero 25 del mondo: sono state scattate ovviamente una serie di foto, compresa quella che le ha immortalate assieme al capitano Maro Itoje con il trofeo della partita, ma quella più cliccata e condivisa è stata quella insieme a Pollock. Il cui staff evidentemente sa veicolare il personaggio molto meglio degli altri. E i ragazzini allo stadio si presentano indossanto la sua caratteristica fascia nera per tenere i capelli. A proposito di frotografie, a Pollock invece non piace di certo quella che lo immortala strangolato dal pilone francese Jefferson Poirot subito dopo il fischio finale dell’ultima finale di Champions, vinta dal Bordeaux. Gesto che è costato a Poirot due settimane di squalifica: era intervenuto per difendere il compagno di squadra Mathieu Jalibert, spintonato dal flanker inglese, che alla viglia si era oltretutto reso protagonista di dichiarazioni poco eleganti e, come da suo costume, eccessive. “Ho visto Mathieu trattenuto da due giocatori e quell’infame di Pollock, coraggioso com’è, entrare da dietro per spingerlo. Non è un comportamento da Lions”, aveva sentenziato Poirot.
Le mie 'buffonate' quando faccio meta? Non ci penso, viene da sé
Henry Pollock
PROVOCATORE E showman
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Se gli si chiede se programmi le sue esultanze, o “buffonate”, come le bollano in tanti, per le mete (e ne segna davvero tante), Pollock risponde: “Ai Saints, io e alcuni ragazzi scherziamo su cosa faremo se dovessimo segnare una meta. Ma il mio primo pensiero è sulla partita, sulla mia prestazione, sul contributo che mi si chiede di dare alla squadra. Il resto viene da sé”. Difficile però non catalogare come una “buffonata” la meta segnata al Castres lo scorso aprile in Champions: superata la linea sotto i pali, Pollock non schiaccia, passeggia in maniera irriverente fin quando non è costretto dall’arrivo dell’avversario. Il tutto sotto lo sguardo tutt’altro che di approvazione dell’arbitro italiano Andrea Piardi. Poco più tardi in quello stesso match l’atteggiamento di Pollock provocherà ben tre cartellini gialli contemporanei. Evidentemente frustrati, i giocatori francesi reagiscono: Pollock non molla il placcato in ruck, l’ala Remy Baget lo centra di spalla al fianco, si scatena una rissa, il pilone Louis Galisson si avventa sul flanker inglese per picchiarlo, la seconda linea Temo Mayanavanua dei Saints interviene per salvare il compagno. Risultato? Giallo per tutti e tre e Pollock che la scampa. “Sfacciato e arrogante”, lo definiscono gli avversari, mentre i suoi allenatori lo difendono: “Non è un pagliaccio senza cervello”. Non è uno stupido e lo raccontano anche i suoi comportamenti proprio con i Lions, dove ci si immaginava che un elemento del genere potesse avere in squadra più nemici che amici. Come nel caso del “rapimento” di Bil. Si tratta del grosso leone in pelouche (il nome richiama le iniziali dei British&Irish Lions) che per tradizione viene affidato al più giovane della squadra dal capitano: non bisogna perderlo mai, pena multe salatissime. Due minuti dopo la consegna, qualcuno aveva rubato Bil e lo scozzese Duhan van der Merwe accusò l’irlandese Bundee Aki. Più tardi quello stesso giorno una coppia di turisti vide Pollock e Aki prendere insieme amabilmente un caffé al bar dei Lions. “Tieni stretti i tuoi amici, ma ancor di più i tuoi nemici” è la citazione resa celebre da Michael Corleone nel Padrino-Parte II e in questo caso stupisce come un ragazzino di 20 anni abbia già questa malizia. “Sono stato educato molto bene dai miei genitori - ha raccontato - e sono molto legato ai miei fratelli, questo mi ha dato molta sicurezza. A scuola ero capitano delle squadre di rugby più giovani, quando avevo 14, 15 anni. Mi piaceva la competitività, essere ferito”. E farsi riconoscere come uno showman nel rugby è una sua precisa intenzione: “Il mio obiettivo è dare sempre spettacolo, avvicinare la gente alle partite e far divertire il più possibile. E’ una cosa alla quale nel rugby non si è abituati e spero di cambiarla un po'. In fin dei conti, vogliamo tutti che gli stadi siano pieni”. E se il rischio è quello di passare come un giocatore che non prende sul serio il suo sport, Pollock taglia corto deciso: “La gente non mi conosce e non sa quanto io mi sia sempre impegnato seriamente. Ho lavorato duramente per guadagnarmi uno spazio”. Difficile davvero comunque dire che questo non sia vero.











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