(di Francesco Gallo)
"No, non bisogna confondere. Non mi
sento perseguitato come Limonov e Mengele, amo solo fare film su
personaggi tragici e complicati perché adoro questo tipo di
persone. Per quanto riguarda la persecuzione posso anche dire:
allora siamo tutti perseguitati. Non scegliamo il mondo in cui
viviamo e tutti seguiamo le regole che ci vengono dettate da
certi brutti tipacci". Così all'ANSA il regista dissidente russo
Kirill Serebrennikov, a Roma per presentare 'La scomparsa di
Josef Mengele' (in sala dal 29 gennaio con Europictures), ovvero
l'avventurosa fuga e l'esilio del medico nazista e ingegnere
della razza interpretato nel film da August Diehl.
E ancora il regista: "Il clima è quello della vigilia di una
grande guerra, perché ci sono in giro persone che dicono che
tutto si risolve con la forza, gente che pensa che non esista il
diritto internazionale. Allora in qualsiasi momento può nascere
una guerra".
Quindi bisogna avere paura? "No, è invece il tempo
dell'azione, bisogna ribellarsi a questa idea della forza che
prevale su tutto. Le persone che si ricordano della guerra
devono raccontare quello che succede. Bisogna impedire poi a
quelle pessime persone che sono oggi al potere di manipolarci".
Il film è la cronaca della fuga di Mengele nel 1949 in Sud
America, tra Paraguay e Brasile. Il tutto narrato dal punto di
vista dello stesso medico, tra isterie e paura di essere
scoperto. E questo fino alla sua morte avvenuta in Brasile nel
1979. Nel discorso con il figlio Mengele mostra che le sue
azioni di nazista hanno un fondamento culturale forte? "Quello
che Mengele dice è solo propaganda, nient'altro. In un certo
senso lui è vittima della propaganda nazista. Persone come lui
erano i primi 'allievi del drago', faccio riferimento ai
personaggi della piece 'Il Drago' di Evgenij Schwarz scritta nel
1943 nel pieno della lotta contro il nazismo di Hitler".
E ancora, parlando della paura di una guerra imminente, dice
Serebrennikov: "Sono andato ultimamente a fare una visita ad
Auschwitz e mi sono chiesto come sia stato possibile che quelle
migliaia di persone che scendevano dal treno per andare nel
campo di concentramento controllate solo da una ventina di
guardie non si siano ribellate. Di cosa avevano paura? E questo
finché non entravano nelle stanze da cui usciva il gas che le
uccideva. Forse si era creata precedentemente quasi un'atmosfera
di simpatia con quei soldati che a volte sorridevano e
permettevano loro di sedersi sull'erba. Questo non è altro che
un metodo di manipolazione, una morte mascherata. Quindi la
prima strategia era l'inganno e la seconda la stessa che usavano
i russi nel gulag, ovvero la paura. E la paura paralizza, non ti
fa ribellare".
Ma il posto della Russia è in Europa? "Credo di sì ed è anche
la nostra speranza, abbiamo sempre detto: noi siamo europei
russofoni. Però, per essere onesti, c'è gente in Russia che non
la pensa così".
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