Se ne va un pezzo di ciclismo: addio a Giancarlo Ferretti, leggendaria guida di campioni

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Si è spento a 85 anni uno dei direttori sportivi più carismatici di un'epoca d'oro delle due ruote in Italia. Tra gli altri, ha guidato dall'ammiraglia Argentin, Bugno, Bartoli, Petacchi e Basso

Alessandra Giardini

Collaboratore

9 agosto - 23:33 - MILANO

Quando ancora ricordava tutto, ma proprio tutto, potevi stare un giorno intero a San Bernardino a farti raccontare il suo ciclismo. E un giorno non era abbastanza, con tutto il mondo che era passato davanti ai suoi occhi e fra le sue mani. Con la morte di Giancarlo Ferretti, che se ne è andato nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno ma il ciclismo lo aveva lasciato ormai vent’anni fa, si chiude definitivamente un’epoca. Quella in cui eravamo re, in cui l’Italia dettava legge: qui c’erano le squadre, i corridori, i tecnici, qui c’era il talento e chi sapeva valorizzarlo. Negli anni in cui l’italiano era la lingua ufficiale, Ferròn parlava in romagnolo con tutti: toscani, lombardi, spagnoli, danesi, belgi. Rik Van Linden ha raccontato che all’inizio alla Bianchi non sapeva l’italiano, così Ferretti gli parlava in francese. La diciottesima volta che arrivò secondo, Ferròn passò al dialetto romagnolo: "Tam’e rott i quaiò…" e Van Linden non ebbe bisogno di traduzione.

PERSONAGGIO UNICO

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Urlava senza urlare, in fondo alle sue frasi sentivi i punti esclamativi, e allora c’era poco da discutere. Non faceva tanti giri di parole, non usava metafore: andava dritto al punto, anche se poteva far male. Ma i suoi corridori facevano quello che diceva lui, e spesso vincevano. Ferròn raccontava, raccontava, raccontava. Era nato a Lugo di Romagna, come l’aviatore Francesco Baracca, e a suo modo anche Ferròn aveva imparato a volare. Prima con la bicicletta, poi con l’ammiraglia, e sempre con la fantasia. Aveva cominciato a correre tra gli allievi nel Baracca Lugo, da dilettante era passato alla Rinascita di Ravenna e poi alla Vital di Fusignano per 30mila lire al mese. Molti piazzamenti e solo cinque vittorie, tra cui la Coppa Amati a Rimini nel 1961 e il G.P. Cervellati a Bologna l’anno dopo. Il ‘62 fu l’anno della prima maglia azzurra: al campionato del mondo di Salò e poi al Tour de l'Avenir. Che avrebbe vinto se scendendo dall’Izoard in maglia gialla non fosse rimasto vittima di una caduta e poi di una foratura. Professionista dal 1963 al 1970, aveva corso per la Legnano, per la Sanson e per la Salvarani, dove lo aveva voluto un altro grande romagnolo, Luciano Pezzi detto Napoleone, e dove Ferròn fu il compagno fidato di Felice Gimondi. Praticamente un fratello. Anche negli ultimi anni quando parlava del suo capitano il sergente di ferro aveva le lacrime agli occhi. Già da corridore Ferròn ragionava come avrebbe fatto più avanti, da direttore sportivo. Mettere da parte le sue ambizioni non era mai stato un problema, tra i professionisti Ferretti non vinse neanche una corsa: quello che contava era che vincesse la squadra, ed è sempre stato così. Si ricordava di quel maledetto giorno sul Ventoux, al Tour del ‘67. Non aveva mai dimenticato quel tipo che correva lungo la strada con una borraccia militare rivestita di panno verde e il tappo a vite, legato con una catenella. Ferròn la prese, moriva di sete, ma prima la annusò e sentì che c’era dell’alcol. Stava per buttarla ma Tommy Simpson gli gridò di darla a lui. "Dopo un po’, a tre chilometri dal traguardo, sul lato destro della strada vidi un assembramento di medici soccorrere un corridore. E, anche se era vietato prendere acqua dalle ammiraglie, vidi che l’organizzazione passava delle borracce. La sera, quando arrivò la notizia della morte del povero Tommy, ne parlai con Felice. Se ci avessero passato l’acqua prima forse Simpson non sarebbe morto". Ferròn diventò amico anche di Merckx. "Tirava fuori il whisky dalla valigia e voleva sapere tutto di Gimondi, io tutto di lui: in quelle sere però nessuno dei due ha mai raccontato la verità". Una notte fecero tardi dopo il Giro di Sardegna, erano ubriachi. "Ci eravamo scordati che il giorno dopo c’era la Sassari-Cagliari. Il giorno dopo Eddy era sempre l’ultimo del gruppo, tutto sudato, mai visto così. Finì secondo al fotofinish dietro a De Vlaeminck".

TALENT SCOUT

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Da direttore sportivo prese dai più bravi che aveva incontrato, soprattutto da Pezzi. Nel 1971 guidò i dilettanti della Rinascita alla conquista della Coppa Italia. Due anni più tardi passò ai professionisti: cominciò alla Bianchi proprio con Gimondi, e ci rimase 12 anni. I giorni migliori furono la Sanremo del ’74, il Mondiale di Barcellona e soprattutto il Giro d’Italia vinto da Felice a 34 anni, nel 1976. Poi Ferròn fece altri 8 anni sull’ammiraglia dell’Ariostea, 4 con la MG, per finire con 6 anni alla Fassa Bortolo: 870 vittorie con lui in ammiraglia o comunque dietro le quinte. Un'enormità. Di tutti i corridori che aveva diretto - da Tommy Prim a Moreno Argentin, da Rolf Sorensen a Michele Bartoli, da Davide Cassani e Paolo Bettini fino ad Alessandro Petacchi, da Juan Antonio Flecha a Ivan Basso, da Fabian Cancellara a Filippo Pozzato - ha sempre detto che Gianni Bugno era forse il più forte, anche se con troppi alti e bassi. Quando lo vedeva pascolare in fondo al gruppo diventava matto e gliene diceva di tutti i colori. "Se la fuga non andava in porto allora a 10 km dall'arrivo si metteva in testa a tirare. Non capivo cosa facesse... Ma alla fine vinceva lui". Ferròn ha avuto un debole per Michele Bartoli. "Sembrava fatto apposta per andare in bicicletta. Quando era in condizione dava l’impressione di essere davvero imbattibile e inarrivabile". E adorava Alessandro Petacchi. "Non pensavo nemmeno io che riuscisse a diventare quello che è diventato. Quando è arrivato da me aveva una sola vittoria, quando se n’è andato era a 105".

LO STOP

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Nel 2005, quando il ciclismo è definitivamente cambiato inventandosi il ProTour, l’antenato del WorldTour, Ferretti è sceso dall’ammiraglia. Non c’era più posto per uno come lui nel mondo dei manager, del marketing e dei social. Consapevole che quegli anni felici non sarebbero tornati mai più, aveva scritto un libro, su consiglio di Gianni Mura, e aveva anche provato a tornare ma senza successo. Ferròn in fondo era un romantico. Ricordare voleva dire farsi prendere alla malinconia, ma quello era un sentimento a cui Ferròn, a dispetto della sua fama di duro, si lasciava andare spesso e volentieri. "Il giorno più brutto è stato quando ho capito che non sarei più salito in ammiraglia". I giorni più belli sono stati talmente tanti che ci vorrebbe un’altra vita per dirseli tutti. 

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