Dall'estrema destra francese ai cori razzisti del 2022: la frase di Sonko ha riportato in primo piano il tema delle origini dei calciatori della Francia.
Dal nostro inviato Alessandro Grandesso
18 giugno - 18:53 - MILANO
“Chiunque sia il vincitore, sarà l'Africa che batte l'Africa”: è stato questo il pronostico di Ousmane Sonko, presidente della camera dei deputati senegalese, prima della sfida tra la Francia e il Senegal, martedì, al Mondiale. Una frase controversa, trasformatasi in polemica, trovando ampia diffusione sui conti social dell'estrema destra identitaria, alimentando a sua volta, su concetti discriminatori, l'idea di una nazionale francese poco rappresentativa della sua popolazione.
RAZZISMO
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Un concetto già sostenuto in passato da Jean-Marie Le Pen, leader ormai defunto del Front National, che già nel 1998, all'epoca del primo trionfo mondiale dei Blues, diceva di non riconoscersi in una squadra con pochi bianchi e molti giocatori di colore. Una lettura razzista tornata in primo piano quando nel 2010, lo spogliatoio della Francia andò in frantumi tra divisioni etniche e sociali. E quando, otto anni dopo, i Bleus salirono di nuovo sul tetto del mondo, sui social circolava con successo una foto della squadra di Deschamps e in didascalia la bandiera africana del paese di origine dei giocatori. A quel post, risposero i diretti interessati pubblicando sui loro profili la foto della Francia campione sui gradini del palazzo presidenziale dell'Eliseo, con una sola bandiera per tutti: quella francese. Nel 2022, però giocatori e tifosi argentini intonarono cori razzisti, dopo la finale del Mondiale del 2022, in Qatar, vinta proprio contro i Bleus.
VALORI
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La questione delle origini dei giocatori francesi era però rimasta un cavallo di battaglia degli ambienti di estrema destra. Fino a martedì, quando Sonko, intervistato dalla rete pubblica francese Rfi, ha dichiarato: “È solo una partita di calcio, ma per averne una lettura politica, qualsiasi sia il vincitore, si tratterà dell'Africa che ha battuto l'Africa”. Stavolta, dunque, è una figura di spicco dell'establishment africano, noto anche per le sue posizioni antifrancesi, a evocare una distinzione, in nome di un anticolonialismo che di fatto converge nel pensiero identitario, alimentando a sua volta il dibattito sull'immigrazione, e accomunandosi nelle discriminazioni. Il tutto rinnegando il concetto stesso di nazione, intesa come una comunità di valori condivisi e indipendenti dalle origini di ciascuno, che fanno la forza e la ricchezza di uno Stato. Come la Francia, che al Mondiale in corso ha portato 99 giocatori, nati sul suo territorio o detentori di un suo passaporto. E soprattutto una nazionale certo multietnica, ma dove si viene selezionati solo in funzione del merito e del talento.











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