Rubini e zaffiri su Marte?

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Il rover Perseverance individua tracce di corindone su Marte. Ecco come gli impatti meteoritici hanno creato "gemme" preziose sul Pianeta Rosso.

Perseverance, Marte

il braccio robotico del rover Perseverance della NASA mentre lavora attorno ad un affioramento roccioso nel cratere Jezero di Marte. Composto da più immagini, questo mosaico mostra rocce sedimentarie stratificate sulla faccia di una scogliera nel delta del fiume. NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

Il rover Perseverance continua a sorprendere. Tra i ciottoli disseminati sul suolo di Marte sono emerse tracce di un minerale che, sulla Terra, è sinonimo di gemme preziose. Si tratta del corindone (), la stessa sostanza da cui derivano rubini e zaffiri a seconda degli elementi presenti in tracce.

La scoperta è stata guidata da Ann Ollila e dal suo team del Los Alamos National Laboratory. Le analisi sono state condotte con lo strumento SuperCam presente sul rover. Questo sofisticato apparato combina spettroscopia laser e imaging ad alta risoluzione. In pratica, il sistema "spara" impulsi sulla roccia per vaporizzarne una piccola porzione o stimolarne la luminescenza. Questo permette di ricostruirne con precisione la composizione chimica.

Il mistero risolto dai laser

Il primo indizio è arrivato da una roccia soprannominata "Hampden River". I segnali raccolti da SuperCam mostravano una sorprendente somiglianza con quelli ottenuti in laboratorio su campioni di rubino. In seguito, altri due ciottoli – "Coffee Cove" e "Smiths Harbour" – hanno restituito risultati analoghi. Questi dati suggeriscono che minuscoli granuli di corindone siano più diffusi di quanto si pensasse lungo il bordo del cratere Jezero.

La scoperta, presentata alla Lunar and Planetary Science Conference, ha attirato l'attenzione della comunità scientifica. Sulla Terra, questo minerale si forma in condizioni molto specifiche: ambienti poveri di silice e ricchi di alluminio, spesso legati a processi tettonici profondi. Tuttavia Marte non possiede una tettonica a placche attiva come quella terrestre.

Il mistero sembra ora risolto. Secondo le ipotesi più accreditate, sostenute da studi internazionali, il corindone marziano potrebbe essersi formato in seguito a impatti meteoritici. Questi eventi generano pressioni e temperature estremamente elevate. Tali condizioni sono sufficienti a trasformare materiali ricchi di alluminio in fasi minerali come il corindone. Si tratta di un processo diverso da quello terrestre, ma coerente con la storia geologica del pianeta rosso.

Dall'ipotesi alla realtà

La sorpresa è stata condivisa anche da Allan Treiman del Lunar and Planetary Institute. Sebbene la presenza di questi minerali fosse teoricamente possibile, vederla confermata sul campo ha avuto un forte impatto. I granuli identificati sono estremamente piccoli, con dimensioni inferiori a due decimi di millimetro. Sono dunque troppo piccoli per distinguere a occhio nudo se si tratti di rubini o zaffiri.

Nelle immagini appaiono come semplici sassolini chiari. Tuttavia, quando vengono colpiti dal laser di SuperCam, si illuminano intensamente rivelando la loro natura nascosta. Oltre al fascino "gemmologico", la scoperta ha implicazioni scientifiche rilevanti.

Il corindone è un minerale molto resistente all'alterazione chimica. Per questo motivo può conservare informazioni preziose sulle condizioni di formazione delle rocce.

In prospettiva, campioni di questo tipo potrebbero essere riportati sulla Terra con le future missioni di Mars Sample Return della NASA e dell'Agenzia Spaziale Europea. Questi frammenti aiuterebbero a ricostruire con maggiore precisione la storia termica e geologica di Marte. In altre parole, sotto l'aspetto anonimo di un ciottolo marziano potrebbe nascondersi un archivio geologico prezioso quanto una gemma.

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