Rossy de Palma: "Nella Movida con Almodóvar non ci interessava fama ma solo creare"

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23 maggio 2026 | 15.50

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"Ho conosciuto Pedro Almodóvar negli anni della Movida, nessuno pensava alla fama o ai soldi. Volevamo solo creare. Eravamo tutti eccitati dall’idea di manifestare qualcosa. Non c'era nessuna strategia, solo ispirazione". Così all'Adnkronos Rossy de Palma parla del suo rapporto con il regista spagnolo, che oggi presenta al 79esimo Festival di Cannes 'Amarga Navidad'. La musa storica di Almodovar ("lui mi ha cambiato la vita") ricorda gli inizi e la difficoltà di gestire il successo: "All'inizio non ero contenta del fatto di essere diventata molto conosciuta solo per aver lavorato con lui. Io nella mia vita avevo sempre fatto mille cose diverse, non stavo mai ferma, mi cercavo il lavoro da sola". Invece "all’improvviso mi ritrovavo a casa ad aspettare che il telefono suonasse, dipendente dal desiderio degli altri. Non mi piaceva". E così si è trasferita a Roma perché la celebrità "era diventata una trappola". Nella Capitale "ho fatto film un po’ brutti, ero felicissima: almeno imparavo l’italiano, conoscevo persone incredibili che avevano lavorato con Rossellini e con tanti altri. Andavo persino a piazza Argentina a dare da mangiare ai gatti come la Magnani. Ero davvero felice, mi sentivo libera". Rossy de Palma racconta cosa significhi tornare a lavorare con Pedro Almodóvar. "Per me non è mai una sorpresa: è come se fossi in tutti i suoi film, anche in quelli in cui non appaio". Quindi, "mi viene naturale accettare". 'Amarga Navidad' "mi ha colpita già leggendo il copione: in un’epoca così poco onesta, Pedro sceglie il coraggio della verità, lascia le cose asciutte, senza abbellirle. È un esercizio necessario". Parlando di Gabriela, il suo personaggio, dice: "Mi piace che voglia risolvere un dolore. È una che mette in contatto le persone, come faccio io. Ama l’arte, come me".

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'Amarga Navidad' racconta l’alternarsi di due storie ambientate in due periodi diversi, 2004 e 2026, attraverso cui il regista riflette sull’atto creativo e sul suo rapporto con la realtà. E su come un film possa, a un certo punto, ribellarsi alla propria forma, mettendo in discussione il senso stesso della sua esistenza. Questo gioco metacinematografico, quasi pirandelliano, interroga anche l’etica di chi racconta storie chiedendosi fino a che punto si può spingere un autore e se le vite degli altri sono precluse oppure in quanto creatore può attingere liberamente a tutto ciò che gli ispira anche se potrebbe riguardare dolori altrui. "Il film lascia una domanda: quali diritti ha un creatore nel prendere elementi reali e trasformarli in finzione? Io credo che abbia questo diritto, senza dubbio". E aggiunge: "Pedro costruisce come con le bambole russe, una dentro l’altra: non sai mai dove finisce la realtà e dove comincia la finzione. Il mio personaggio è una mescolanza di donne che lui conosce". Da qui lo sguardo si allarga al mondo. "Per me teatro e cinema sono sempre stati un rifugio. Ma oggi è la realtà a essere diventata fiction. Non possiamo più credere a ciò che vediamo o ascoltiamo: crimini contro l’umanità, sofferenza, guerre. C’è abuso di potere - osserva l'attrice - gente un po’ pazza che domina il mondo con crudeltà". Per de Palma la realtà di oggi "è paradossale: la legalità sembra diventata una finzione". E allora cosa resta? "La fiction per raccontare una realtà migliore. Dobbiamo rimettere al centro il senso comune. Prima potevamo permetterci la fantasia della finzione; ora dobbiamo immaginare ciò che dovrebbe accadere. L’arte e la cultura restano un rifugio in un mondo completamente folle, l’unico luogo dove possiamo trovare una verità". Da questa riflessione sul presente, l’attrice passa a un livello più personale, quello delle crisi creative: "Le crisi fanno parte della vita, non solo dell’arte. A volte dai tempo a tutti tranne che a te stessa, e nasce la frustrazione. Io ho imparato a mollare un po' la presa: e quando lo fai, la tensione va via. Non possiamo controllare tutto, l'anima deve respirare".

Per Rossy de Palma, Almodovar è molto di più di un regista. "Io l'ho sempre visto come Pedro e non come mito. Credo di essere una presenza familiare, parte di un immaginario costruito insieme. E soprattutto: lui ha dato alle donne una libertà che all’epoca non era affatto scontata". Infine, smonta una falsa leggenda sulle origini del loro incontro: "Non è vero che mi ha scoperta in un bar: è una leggenda. Io ero in un gruppo musicale, Peor Imposible, e lui veniva ai nostri concerti". Un giorno, il regista spagnolo le disse: "Non ti truccare, non ti pettinare". E poi la scritturò per 'La legge del desiderio' del 1987. Con lui "non mi sono mai sentita attrice, perché ero sempre me stessa", conclude. (di Lucrezia Leombruni)

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