Rodri: "La mia Spagna, talento da favorita e qualità umane. E se il morale cala, ci pensano Nico e Yamal..."

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Il capitano e Pallone d'oro 2024: "Per me è un sogno, ho tanta fiducia. Sono andati via i senatori? emergeranno altre figure. Unai Simon, Oyarzabal, Ferran Torres, il calcio è questo, avanza, si cambia"

Una delle notizie migliori per la Spagna di Luis De la Fuente è che Rodri, Pallone d’oro 2024 flagellato dagli infortuni da quando nel settembre del 2024 si è rotto un legamento crociato, è tornato ai suoi grandissimi livelli. In questa stagione ha perso 27 partite tra Manchester City e nazionale, rientrando definitivamente a metà maggio. È un piacere parlare con il capitano della Roja, leader naturale e tipo che cura le parole come il pallone.

È stata una stagione lunga e complicata per lei, con alcuni problemi fisici. Come arriva al Mondiale? 

"Bene, molto bene. Sia fisicamente che mentalmente. Col City abbiamo vinto altri due trofei, e ora mi aspetta un Mondiale: sono molto contento perché considero un merito poter rappresentare il mio Paese. Si parte con fiducia e una gran voglia di dimostrare ancora una volta ciò che si può fare, tanto a livello individuale come collettivo".

Anche altri compagni hanno avuto problemi fisici durante la stagione, su tutti Lamine Yamal, fermo dal 22 aprile.

"Capisco che possa esserci una preoccupazione al riguardo, ma stiamo facendo una bella preparazione che servirà a tutti a riprendere il ritmo, poi vedremo, la risposta definitiva la darà il campo". 

I giovani ti danno delle cose, i veterani altre, l'equilibrio è la chiave

Rodri

I bookmaker vi danno come i favoriti, vi sentite la nazionale più forte del mondo? 

"Non lo so. Però so che bisogna pensare di poter aspirare al titolo. Partiamo tutti da zero, vedremo come avanzeremo. Il tempo ci dirà la posizione nella quale saremo momento per momento. Il Mondiale è un processo di costruzione, esattamente come è stato all’Europeo, una competizione nella quale ci sono toccati gli avversari più difficili e siamo riusciti a batterli tutti. C’è un cammino da fare, con ambizione"

Ripetete il mix di giovani e veterani. 

"Sì, e funziona: la gioventù offre certe cose, l’esperienza altre, l’equilibrio è la chiave. È chiaro che i giovani ti attivano l’adrenalina, la sfacciataggine, l’incoscienza che allontana la paura e ti fa tirare sempre dritto, cose molto positive che arricchiscono il gruppo". 

Come si affronta una convivenza che può arrivare ad essere di quasi due mesi? 

"È vero che questo è un aspetto che la gente non vede, o non considera granché, ed è fondamentale, in qualsiasi ambiente di lavoro. Con naturalezza, ci conosciamo da tanto tempo, il gruppo è sano anche perché il mister si occupa della gestione chiamando le persone migliori a livello umano. Questa è una cosa della quale si parla poco, ma che è fondamentale: in un gruppo si entra non solo per talento ma anche per qualità umane. È chiaro che ci sono momenti nei quali il ritiro si fa lungo e pesante, la distanza dalle famiglie si fa sentire, ma ci appoggiamo l’uno all’altro e quando il morale si abbassa ci sono Nico Williams e Lamine Yamal a tirarlo su". 

Lei era il leader con Dani Carvajal e Alvaro Morata. Ora è rimasto solo. 

"È vero, ma emergono altre figure. Unai Simon, Oyarzabal, Ferran Torres, il calcio è questo, avanza, si cambia. Io personalmente non vedo grandi differenze per quanto mi riguarda, a parte ovviamente l’aspetto più visibile della cosa ovvero il fatto di indossare la fascia di capitano. Mi piace poter essere il sostegno dei compagni nel momento del bisogno. È bello poter esserci e appoggiare gli altri". 

La figura di De la Fuente? 

"È una persona di grande esperienza che ci ha condotto alla vittoria, cosa che ti porta ad avere grande fiducia, e con la quale tanti di noi hanno condiviso un cammino lunghissimo, tra giovanili e nazionale maggiore. È un aspetto fondamentale, ci conosciamo alla perfezione, io con lui mi capisco con un’occhiata, spesso non abbiamo nemmeno bisogno di parlarci per intendersi. Luis comunica sempre da una base di calma e tranquillità e la cosa entra nella testa del calciatore ed è di grande importanza nei momenti di difficoltà che in un torneo di questo tipo ci sono sempre". 

Siete partiti per l’Europeo circondati da scarsa fiducia, andate al Mondiale da favoriti. 

"Non cambia niente. Quando non eravamo stati in grado di vincere dovevamo dimostrare di poterlo fare, ora che l’abbiamo fatto la mentalità è la stessa: vogliamo confermarci e continuare a far vedere che siamo i migliori non in Europa ma nel mondo. Il Mondiale è la massima aspirazione per un calciatore e partiamo per andarlo a prendere». 

Lei è di quei calciatori che guardano le partite, o il calcio le interessa relativamente? Durante il Mondiale sarà davanti alla tv quando potrà? 

"Sì sì, io sono futbolero. Mi piace osservare i rivali, vedere che livello hanno, cosa ci può toccare, gli incroci, che calcio praticano e offrono". 

In un Mondiale a 48 squadre le toccherà vedere tante partite. 

"Eccome. In generale penso che sarà il Mondiale con maggior esigenza della storia. Un turno in più, se arrivi in fondo sono 10 giorni in più… Per questo la gestione dei carichi di lavoro sarà chiave: non sprecare troppe energie all’inizio per arrivare bene alle partite importanti. Io quello che dico ai compagni è che questi sono tornei fatti di momenti e non di sensazioni su come sta una squadra. Vanno sfruttate le situazioni puntuali". 

Non vi tirate indietro sul fatto di essere favoriti. È una strategia o vi viene naturale? 

"Una questione personale. Il calcio dice che l’etichetta di favorito serve a poco, si vive di momenti come dicevo prima. Non eravamo favoriti nell’Europeo e abbiamo vinto. Vedremo". 

Altri candidati? 

"Le solite, non c’è bisogno di nominarle. Però sì, penso che ci saranno sorprese, il livello si è alzato e c’è grande equilibrio tra un ampio numero di nazionali". 

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