Il carbonio, le aree di scarico e i materiali antischock: tutto quello che non sapete sul casco protettivo del rumeno che è "salito" sul pullman scoperto dell'Inter durante la festa per scudetto e Coppa Italia
Lo ha protetto dal 2010 fino alla fine della carriera, l’ha reso riconoscibilissimo e ha fatto parte di lui per quattro anni, dopo la frattura del cranio rimediata in seguito a uno scontro di gioco con Sergio Pellissier. Gli ha permesso di continuare a fare il suo calcio con il suo mancino diventando di fatto l’unico “compagno” di partite dal quale in campo non si è mai più separato. Cristian Chivu sotto e grazie al suo caschetto ha trascorso ai livelli di sempre l’ultima parte della sua vita calcistica. Oggi, a distanza di oltre dodici anni, quello stesso caschetto è tornato di moda ed è diventato uno degli oggetti simbolo del doblete interista di questa stagione.
I SEGRETI DEL CASCHETTO
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Lo vedi e, per quanto riguarda il calcio italiano, pensi al rumeno. Iconico. Riconoscibile. Identificabile. Ma quali sono i segreti di questo oggetto protettivo che qualche giorno fa è salito sul pullman scoperto dell’Inter durante i festeggiamenti per scudetto e Coppa Italia in giro per le vie di Milano? Come viene realizzato? Con che materiale? A tutte queste domande risponde Stefano Duchini, founder di Ortholabsport. “Il caschetto è fatto esternamente in carbonio ed internamente viene usato un materiale molto specifico antivibrazioni e che assorbe tutte le sollecitazioni. Viene fatto su misura con delle aree di scarico particolari e con dei materiali antischock inseriti nella zona principale dell’infortunio. Va fatto seguendo la morfologia del cranio. La base è quella di un casco da rugby che viene poi modificato a seconda del caso specifico. Noi, per esempio, produciamo anche delle fasce protettive che riguardano solo zone frontali e occipitali, per proteggere da colpi di testa oppure i tagli. In alcuni casi non è necessario un caschetto intero. Nel caso del mister Chivu era fondamentale per l’entità dell’infortunio”. Quello del Cristian giocatore aveva due aperture all’altezza delle orecchie, personalizzazione fondamentale per chi gioca a calcio: “Sì, perché a differenza dei rugbisti – spiega ancora Duchini – avere le orecchie libere è importantissimo per sentire quello che accade in campo e cosa si dicono tra di loro. Quindi in alcuni casi è possibile lasciare libere le orecchie senza compromettere la buona tenuta del caschetto”. E i tempi di realizzazione? “Da dopo la progettazione ci vogliono circa 3 giorni per produrlo. Ognuno poi sceglie la chiusura che preferisce, su quello c’è libertà”.
GARANZIA DI PROTEZIONE
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Ogni casco, prima di raggiungere il proprio proprietario, è stato testato da tempo e di base sono quelli che “vengono impiegati negli sport ad alto impatto, come il rugby e lo sci”. Chi lo indossa per la prima volta può subito ricominciare a colpire di testa? “Per portare il caschetto e tornare a giocare ci vuole il benestare del chirurgo che opera, come fu nel caso di Chivu – ricorda Duchini –. È necessario il suo ok per poter andare avanti. Una volta ricevuto, noi procediamo con la realizzazione. Dal momento del primo indosso il calciatore può tornare a giocare normalmente, anche colpendo di testa”. Sicurezza e garanzia di una “normalità” che può essere ritrovata immediatamente.









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