La nuova vita del "Cobra", squalificato a vita: "Ho dimostrato in tribunale che con lo smercio di sostanze non c'entravo, ma la giustizia sportiva voleva farmi fuori. Ho ripreso in mano la bici qualche anno fa, i miei tempi sono ancora competitivi con quelli dei pro'"
28 marzo - 13:41 - MILANO
Radiato per uso e traffico di sostanze stupefacenti, ha rischiato la vita per una autoemotrasfusione andata male. Da 10 anni gestisce la gelateria Chocoloco a Vignola, in provincia di Modena. In una intervista a La Stampa Riccardo Riccò racconta la nuova vita e dice di essere stato “dopato quando tutti erano dopati” e di essere tornato in bici. La squalifica è a vita, perché lo stop che avrebbe dovuto terminare nel 2025 è diventato perenne perché “sono rimasto coinvolto in un caso di smercio di sostanze dopanti, in cui non c'entravo nulla, e l'ho dimostrato in tribunale, ma la giustizia sportiva mi voleva far fuori definitivamente e l'ha fatto”.
la risalita
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Nell’intervista Riccò racconta: “Mi hanno massacrato, ho passato momenti duri, sono caduto in depressione e altre situazioni pesanti, ma non voglio fare la vittima. Tre anni fa, ho ripreso in mano la bici dopo 10 anni in cui mi faceva male vedere i miei ex rivali correre e vincere. Mi ricordava quello che non ho potuto fare. Non guardavo neanche le corse. Poi, finito questo ciclo, un po' l'ho metabolizzato, anche grazie alla terapia. Adesso sono sereno, anche se la ferita c'è”. Il ciclismo non è più una professione ma un piacere, sempre con lo spirito da agonista: “Uso le app per confrontarmi con i tempi dei professionisti e sono ancora competitivo”.
tutor
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E nel frattempo sui social dà consigli ai ciclisti amatori. “Oltre a dare consigli, faccio qualche preparazione. Io di ciclismo due o tre cose le so. Ho faticato e ho vinto, allora mi sono detto: perché no? Adesso ho 8 amatori che seguo, mi piace, è il mio mondo”. Su quello che è capitato, spiega: “Non cerco scuse e mi prendo le mie colpe, ma poi col tempo sono emersi tanti altri casi. Se prendiamo la lista dei corridori, tutti i più forti sono stati beccati al doping, a parte Cunego e Bettini. Quando in mezzo c'è il business, funziona così”. E sulla autoemotrasfusione che quasi gli è costata la vita, afferma: “Non era la prima volta che me la facevo. Era già da un anno, perché era l'unico modo per non essere trovato positivo: ti togli e ti rimetti il tuo sangue. Non l'ho inventato io, Moser fece il record dell'ora a Città del Messico e annunciò pubblicamente di averlo fatto. Purtroppo, quello che è capitato a me è capitato a tanti altri corridori, anche al Giro d'Italia. Parlo di corridori in maglia rosa che si sono poi fermati. Con le trasfusioni fai da te, è una cosa che può capitare. Io non avevo paura e l'ho fatto superficialmente. Se mi fossi iniettato subito del cortisone, non mi sarebbe successo niente, ma io questa cosa non la sapevo e a vent'anni ti senti onnipotente”.
La Gazzetta dello Sport
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