Respirazione, "ancoraggi" e non solo: ecco come i calciatori combattono... l'ansia da Mondiale

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Leo Castelblanco, mental coach di numerosi calciatori di livello internazionale, spiega le tecniche con cui gli atleti possono placare la pressione del torneo più prestigioso del mondo

Partite ravvicinate, pressione alle stelle, posta in palio altissima: che cosa si prova a giocare un Mondiale? La domanda è lecita non soltanto tra chi chiacchiera al bar, ma pure tra quei calciatori che si troveranno in ritiro con i compagni dall’altra parte del pianeta, incaricati di rappresentare la loro nazione nella più prestigiosa delle manifestazioni sportive. Le conseguenze vengono da sé: stomaco chiuso e nodo alla gola, incontri giocati con l’ansia da prestazione e con il rischio di essere sopraffatti da emozioni negative. “Sin da ragazzini, i calciatori sono abituati ad allenarsi… dal mento in giù, dimenticando che il corpo è una macchina guidata dalla testa. Prepararsi mentalmente a un certo tipo di esperienza, scoprendo e utilizzando strumenti per rendere al top, è oggi fondamentale”. A garantirlo è Leo Castelblanco, 30 anni appena compiuti, mental coach professionista, che qualche anno fa è stato spinto da Juan Jesus a dedicarsi al benessere dei calciatori. Oggi collabora con l’agenzia WSA di Alessandro Lucci (che assiste - tra gli altri - Calafiori, Kulusevski e Carnesecchi) ma anche con molti calciatori di spessore internazionale, che si sono rivolti a lui scrivendogli un messaggio su Instagram.

Quasi mezzo milione di followers tra Instagram e TikTok, commenti positivi da calciatori di Serie A che hanno scelto di farsi assistere da lei. Leo, ci racconta la sua storia?

“Sono stato un calciatore, bravino con i piedi, ma con tante difficoltà a gestire le emozioni. A 19 anni ho mollato tutto e ho inziato ad allenare i bambini della mia parrocchia e ben presto mi sono accorto che l’aspetto che più mi incuriosiva era quello mentale. Aiutare i ragazzi a controllare quello che era stato un mio limite mi appassionava. Così, ho studiato da mental coach e ho poi cercato di applicare le mie conoscenze al gioco del pallone. Ne ho cominciato a parlare sui social durante la pandemia; Juan Jesus ha commentato un mio post complimentandosi e da lì ho preso la mia strada, supportato da Alessandro Lucci che ha puntato su di me. Oggi lavoro con calciatori professionisti, però ho anche un’academy che supporta 150 bambini”.

È curioso vedere come tanti genitori decidano di farla lavorare con i loro ragazzi, mentre nel calcio professionistico c’è chi ancora sottovaluta il ruolo dei Mental Coach.

“Dipende dai punti di vista. La sensazione è che il mondo stia cambiando in fretta, probabilmente grazie ai risultati che molti calciatori hanno raggiunto seguendo un certo tipo di percorso. Pensate che in Spagna, durante i corsi della federcalcio, insegnano il principio del PADE: percezione, analisi, decisione, esecuzione. In sostanza, prima del gesto tecnico, cioè l’esecuzione, ci sono ben tre processi cognitivi che bisogna curare”.

E i calciatori che cosa ne pensano? Com’è il primo approccio con loro?

“Ci sono due tipologie di professionisti. Quelli ai quali è stato suggerito di rivolgersi a me e quelli che, invece, si tuffano in questa avventura perché ci credono veramente. Con i primi è necessario seguire un percorso specifico, volto a creare una connessione e un rapporto di fiducia. Con gli altri la strada è subito in discesa: hanno un obiettivo predefinito e vogliono rendere al top, quindi si può spingere molto presto sull’acceleratore”.

Il dialogo è il focus del vostro lavoro?

“Certo, ma ci sono anche degli esercizi di tecnica individuale. L’obiettivo è sempre quello di far sì che il calciatore si ritrovi in un contesto estremamente simile a quello della partita. Una volta raggiunto questo status, stimoliamo gli aspetti cognitivi ed emozionali tipici del gioco, perché il calcio altro non è che una continua risoluzione di imprevisti e di situazioni inaspettate. La performance va intesa come la totale espressione del potenziale di un giocatore, sottratte le interferenze. Ecco, più si impara a lavorare su quelle interferenze…”

…e più la performance si avvicina al massimo del potenziale.

“Esatto. Vi faccio un esempio: il momento più importante per un calciatore è quello della pre-ricezione, ovvero un attimo prima che gli arrivi il pallone. La sfera viaggia verso di lui, lasciandogli il tempo per pensare a come agire. Per una questione evolutiva, la mente umana non punta alla nostra felicità, quanto alla nostra protezione: così, si innesca un meccanismo che consiste nell’immaginazione di ipotetici scenari negativi, che possono provocare emozioni sbagliate e indurre all’errore nel momento in cui ricevi la palla”.

Ritiene che i calciatori siano a conoscenza di quello che possono realmente pretendere dal loro corpo?

“Tutti gli esseri umani sono perfettamente consapevoli del loro potenziale, ma pochi capiscono quale sia la chiave per rendere al meglio. Proprio per questo è importante che il calciatore sfrutti le sedute per interrogarsi, per chiedersi quanto si sente bloccato e quali siano gli ostacoli che lo allontanano dalla migliore prestazione possibile. Dopo tre o quattro incontri, solitamente si può già passare allo step successivo, cioè lo studio di come fronteggiare le varie interferenze”.

Tra poche ore avrà inizio il Mondiale: performare in un contesto del genere non è semplice.

“Assolutamente no, perché da un momento all’altro ci si ritrova a giocare al livello più alto in assoluto. Ogni punto conquistato o perso pesa come un macigno: oggi sei dentro, domani sei fuori. Tutto ruota intorno alla mente emozionale, che è il motore della macchina, ovvero il corpo. Bisogna conoscerla e prepararla alla partita, per poi servirsi di appositi strumenti utili per gestire emozioni inaspettate”.

Qual è l’errore che verosimilmente qualsiasi calciatore potrebbe commettere durante un Mondiale?

“Guardarsi indietro. Un Mondiale è diverso da un campionato nazionale, durante il quale hai 40 partite per dimostrare il tuo valore. Se vieni da una sconfitta oppure da una vittoria, se hai sbagliato l’ultimo passaggio oppure ti è ben riuscito, poco importa: è pura… archeologia. Non deve esistere, non bisogna pensarci. Il passato è passato e serve la giusta pulizia mentale per far sì che non interferisca con il nostro presente”.

during the 2014 FIFA World Cup Brazil Final match between Germany and Argentina at Maracana on July 13, 2014 in Rio de Janeiro, Brazil.

C’è un metodo per tirare fuori il meglio di sé anche in queste condizioni?

“Esistono delle apposite sessioni pre-gara di 40 minuti che aiutano il giocatore, per dirlo in termini tecnici, a entrare in stato. Ciò significa che l’atleta raggiunge un livello di focus emozionale e di concentrazione tale da poter rendere al meglio. Che sia dal vivo oppure in videocall, si parte con un dialogo nel quale il calciatore stabilisce i suoi obiettivi per la partita del giorno. Troppo spesso accade che quanto viene fatto nei primi 15 minuti condiziona la prestazione del giocatore nel bene o nel male: quella dei ragazzi è una reazione a quanto sperimentano una volta scesi in campo. Chi fissa un obiettivo, invece, gioca per agire, non per re-agire. Se nei minuti iniziali raggiunge i suoi micro-obiettivi, acquisirà confidenza e giocherà sempre meglio”.

E poi?

“Il secondo step consiste in una pratica di respirazione, volta a stimolare la concentrazione e a ridurre stress e tensioni. Dopo circa un quarto d’ora, dovremmo aver raggiunto uno stato di focus tale da poter passare alla parte più… energica. Si chiude con un confronto intenso, guardando negli occhi del giocatore: si parla in modo schietto, si toccano le giuste corde e si prova a far sì che in lui si accenda quel fuoco fondamentale per dare il massimo. Da lì in poi, il calciatore sa che cosa fare: trascorre le successive ore evitando di adottare comportamenti controproducenti, così da arrivare al campo al top della condizione”.

E se durante la gara si perde… la retta via?

“Si può ricorrere ai cosiddetti ancoraggi. Si tratta di alcune gestualità che i calciatori apprendono, volte a ricreare istantaneamente lo stato emozionale desiderato. Spesso basta adottare delle tecniche di respirazione per lasciarsi alle spalle un momento di distrazione o di emozione negativa”.

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