L'ex capitano dell'Inter è tornato nella sua Assisi: "Oggi mi dedico alla famiglia. Chivu? Si vedeva che sarebbe diventato un grande"
Per Andrea Ranocchia avevano previsto tutto. Doveva diventare il nuovo Materazzi, un’icona della Nazionale, l’erede di Javier Zanetti e il simbolo di un’Inter che aveva fretta di rinnovarsi mentre cambiava proprietà. Alla fine, è stato semplicemente Andrea. Lineare, corretto e trasparente. Prima ferito dagli insulti di chi pretendeva che diventasse l’eroe della Milano nerazzurra, poi rigenerato da un’esperienza all’Hull City. Rientrato in Italia, si è trasformato nel leader silenzioso di quell’Inter che nel 2021 è tornata a vincere lo scudetto. Un anno più tardi ha annunciato il ritiro, fiero e orgoglioso del suo percorso.
Cosa fa Ranocchia oggi?
”Guarda tanto calcio ma, al tempo stesso, si è allontanato da quel mondo. Dopo il ritiro ho deciso di vivere in Umbria, nella mia Assisi, dove i miei figli possono crescere con maggiore serenità. Un giorno magari lavorerò in un club, però oggi la mia priorità è godermi la famiglia”.
Quanto le ha dato il mondo del pallone?
"Tantissimo. Ho passato periodi complicati, però lo scudetto vinto con l’Inter mi ha riempito di orgoglio. E poi ci sono i tifosi, con i quali ancora oggi ho un legame straordinario”.
Ho passato periodi complicati, ma lo scudetto con l'Inter mi ha riempito d'orgoglio
Andrea Ranocchia
Eppure, la sua avventura all’Inter è stata segnata da alti e bassi. Come se lo spiega?
”Sono arrivato in una squadra che aveva vinto tutto, ma che viveva una fase di totale rivoluzione. Cambiavamo allenatore, poi presidente, poi società: non era semplice fare bene in un contesto simile”.
Secondo alcuni esperti, salute mentale e salute fisica vanno di pari passo. L’ha provato sulla sua pelle?
”Certamente. L’aspetto mentale conta tanto quanto quello tecnico, a maggior ragione in un periodo in cui chiunque può mandarti un messaggio sui social e rovinarti la giornata. Un commento negativo pesa più di cento commenti positivi e così le reazioni si moltiplicano, diventando esagerate, ingiuste. I genitori dei compagni di squadra di mio figlio mi chiedono di parlare con i loro bimbi per aiutarli a gestire l’ansia da prestazione. Mi pare un segnale: bisogna investire su questo aspetto. Guardate quante ne hanno dette a Bastoni…”
Fischiato a Lecce, poi a Como e nel derby, dopo la simulazione contro la Juventus. Cosa ne pensa?
”Nessun collega può giudicarlo, figuriamoci chi lo guarda dal divano. L’episodio con Kalulu si è verificato nella partita più sentita d’Italia, mentre l’Inter si giocava lo scudetto e con l’adrenalina a mille. L’esultanza post-espulsione è stata sbagliata, d’accordo, però Alessandro ha chiesto scusa. La gente lo ha condannato come se avesse ammazzato qualcuno”.
In panchina quest'anno c’è Chivu, che le aprì le porte dello spogliatoio nerazzurro nel 2011.
”Che squadra quell’Inter… Il primo giorno ad Appiano fu pazzesco, ricordo che mi impressionò il modo in cui tutti vivevano le partitelle: sembrava che stessero giocando la Champions. È stata un’esperienza straordinaria. Chivu era un leader che, quando apriva bocca, non sbagliava una parola”.
Le piace come allena?
”Sì, ed ero sicuro che avrebbe fatto bene. Le sue qualità si intravedevano già ai tempi del settore giovanile, quando allenava i ragazzi a pochi passi dalla prima squadra”.
La sua Inter è a +7 dal Milan e in semifinale di Coppa Italia, però è uscita ai playoff in Champions. Come giudica la sua stagione?
“Fin qui è ottima, nonostante l’eliminazione contro il Bodo Glimt. In Champions contano i momenti, il clima, il campo e altri piccoli dettagli. Non è un caso che in Norvegia numerosi top club abbiano fatto fatica: il calcio si è evoluto ovunque”.
L’Inter vedeva in lei il capitano del futuro. Rifiutò la Juve anche per questo motivo, ma dopo qualche anno la fascia fu affidata a Icardi.
”Sarò sincero: il tema della fascia non mi è mai pesato troppo. Conte voleva ricomporre la coppia con Bonucci alla Juventus, però rifiutai i bianconeri perché con l’Inter si era creato un legame speciale. Sono rimasto a Milano e ho passato un brutto periodo, ma la storia di Icardi l’ho praticamente dimenticata. A quei tempi c’era così tanta confusione che non potevi concentrarti su questi aspetti…”.
La rinascita in nerazzurro passò da Spalletti.
”Sì. E, soprattutto, da quell’esperienza con l’Hull City in Premier League, che mi ha fatto disintossicare dal calcio italiano in un momento in cui era davvero esasperante. Sono tornato rigenerato, però durante il ritiro pre-campionato un tifoso mi insultò dagli spalti. Spalletti prese le mie difese e, da lì, è cominciata un’altra storia. Ho ritrovato fiducia e ho vinto lo scudetto con Conte”.
Io centravanti? Quando arrivava l'ora delle palle alte, Spalletti mi chiamava
Andrea Ranocchia
Contro la Roma, Spalletti si è affidato a Gatti centravanti per ottenere un pareggio. Ai tempi dell’Inter, era lei il 9 d’emergenza di Luciano.
”Ed era divertente e utile per la squadra. Quando arriva il momento delle palle alte, un difensore in attacco può fare comodo…”.
Un bel ricordo per chiudere: il miglior momento della sua carriera?
“Ne ho tre. L’esordio in Serie A, in un Inter-Bari finito 1-1 contro i mostri che avrebbero vinto il Triplete. Poi l’esordio in Nazionale e, infine, lo scudetto con i nerazzurri. L’ho aspettato per più di un decennio, conquistarlo è stato incredibile”.








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