Il 22 giugno si va al voto, ma molto si deciderà prima della scadenza dei termini per le candidature
Ammortizzata (più o meno) la botta dell’ennesimo Mondiale mancato, acquisite le dimissioni (non scontate) di Gabriele Gravina e festeggiata (tra qualche telefonata di troppo) la Santa Pasqua, il mondo del calcio torna a guardare con il massimo interesse al proprio futuro. C’è un presidente federale da scegliere, un nuovo corso da avviare, per arrivare a qualificarci per la Coppa del Mondo del 2030 con una certa tranquillità, evitando di giocarci tutto con le gambe che tremano. L’assemblea elettiva, è cosa nota, si terrà lunedì 22 giugno, ma il grosso del lavoro sarà fatto prima, entro il 13 maggio, giorno della chiusura dei termini per candidarsi alla presidenza.
Solo Malagò?
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Partiamo dalla certezze che abbiamo oggi. C’è al momento un solo candidato su cui confluiscono alcune preferenze (più o meno dichiarate) delle componenti: Giovanni Malagò. Parliamo del dirigente sportivo italiano più noto a livello internazionale, un uomo con un’agenda da fare invidia a gran parte dei nomi (anche grossi) della nostra politica, consapevole delle proprie possibilità e capace come pochi altri di vedere e cogliere le opportunità. L’ex presidente del Coni è uno di quelli che sa azzeccare l’esito di una votazione come il miglior Nostradamus, senza nemmeno una spolverata di magia: sa fare bene i conti (prese in pieno anche il margine di vittoria di Buonfiglio su Pancalli) e questa è sempre stata un’arma che, gestita con la giusta intelligenza, può rivelarsi fondamentale. Perché se le alleanze dessero dei buoni frutti in partenza, siamo sicuri che qualcuno (da Abete al calciatore di turno) andrebbe a sfidarlo con la quasi certezza della sconfitta?
Alternative
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Per questo è possibile che queste cinque settimane che ci dividono dal 13 maggio siano già decisive. Saranno giorni di sondaggi e trattative, giorni di politica allo stato puro, dove tutti tireranno fuori le loro armi migliori per poter in qualche modo decidere o influenzare la scelta di giugno. L’esperto presidente della LND Giancarlo Abete è uno dei nomi che circolano come “anti” Malagò. Difficile che vada fino in fondo (per molti è poco spendibile in un Paese che giustamente cerca rinnovamento), ma giovedì scorso, uscendo dalla Figc appena incassate le dimissioni di Gravina, aveva pronunciato alcune frasi che la dicono lunga: «Le componenti faranno ora le loro valutazioni in totale autonomia. In passato è capitato che con tre candidati non si sia raggiunto il 51% e si è finiti con un commissariamento. Serve un confronto approfondito». Da leggere: che sia io uno dei protagonisti della corsa o meno, se non volete rischiare intromissioni esterne (ovvero quel commissariamento che tanto piace a una certa parte politica), dovete comunque parlare con me. Questo perché la LND ha il 34% dei voti in Assemblea elettiva, anche se non è detto che i delegati si esprimano compatti secondo le indicazioni del loro presidente.
CANDIDATI A SORPRESA
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Tutto in cinque settimane, dunque. Che Malagò alla fine possa essere il candidato unico è difficile. Se così fosse i giochi sarebbero appunto chiusi il 13 maggio, ma in diversi sono a caccia di nomi per complicargli il percorso. Oltre ad Abete, si continua a fare strada l’ipotesi di un calciatore (i nomi fatti finora sono diversi, da Maldini a Del Piero, più ovviamente Albertini che ha già partecipato alla corsa nella 2014 e che avrebbe il sostegno dell’Aic). L’esperienza insegna che, in assenza di una personalità solida con un programma di spessore, i “rivali” al candidato più sostenuto fino a quel momento facciano la loro apparizione nelle ultime ore prima della scadenza. Mosse a sorpresa, che possono avere anche uno scopo più subdolo: togliere voti al favorito. Parliamo sempre di scenari, ovviamente, ma se si arrivasse a tre candidati, come accaduto a gennaio del 2018 (Gravina, Sibilia, Tommasi), l’ipotesi commissariamento suggerita da Abete si potrebbe trovare una più facile realizzazione. La dispersione dei voti, in modo da non far raggiungere a nessuno il 51% delle preferenze necessario per l’elezione, è una strategia, anche se viene da chiedersi se in un momento come questo, in cui il tempo non è certo un alleato per la rinascita del calcio, sia opportuno dilungarsi ancora.











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