Dal ritiro in Germania alle notti di Calciopoli, il centrocampista azzurro svela i segreti dell'ultimo trionfo italiano e parla del prossimo Mondiale. E sull'addio amaro ai bianconeri non fa sconti: "A Torino ho raggiunto tutti gli obiettivi richiesti. Se poi a qualcuno non piaccio è un altro discorso"
Maglia bianca, schiena appoggiata ai mattoni della sua villa ad Ibiza, ciuffo e barba d’ordinanza, occhi persi nei ricordi. E che ricordi. Mentre gli altri affilano i tacchetti prima di entrare in campo per il Mondiale in America, noi italiani restiamo a guardare. Ancora una volta. La terza. Sono passati dodici anni dalla nostra ultima partecipazione, venti dall’ultima vittoria. Germania 2006, la finale contro la Francia, Buffon e Cannavaro, Totti e Del Piero, Grosso e Andrea Pirlo, che di quell’indimenticabile Mondiale pesca ora nella memoria partite, momenti, volti e voci.
Urla, perfino: nella sua carriera ne ha mai lanciato, prima o dopo, uno altrettanto acuto come quello che le uscì dopo il rigore decisivo di Grosso la sera del 9 luglio?
"Non credo. Fu un attimo indescrivibile perché coronava il sogno di un bambino che giocava a calcio e con gli amichetti ogni tanto alzava una finta Coppa del Mondo, e poi di un uomo che raggiunge l’apice della sua carriera. Da piccolo la sognavo, a Berlino quel sogno si è trasformato in realtà. Succede a pochi".
Vigilia della prima partita col Ghana. Lippi vi raduna e che cosa vi dice?
"Il mister era molto positivo, già da mesi prima che iniziasse il torneo. E anche nei giorni immediatamente precedenti all’esordio aveva conservato serenità, nonostante quello che era successo in estate, l’estate di Calciopoli. Aveva molta rabbia in corpo per tutte le vicissitudini sue e del figlio Davide, ma era carico e sapeva che saremmo arrivati in fondo".
E voi, lo sapevate?
"Noi pian piano l’avevamo capito perché le amichevoli erano andate molto bene. Avevamo un grande gruppo, con giocatori forti, e quindi sapevamo di poter dire la nostra".
È suo il primo gol del nostro Mondiale. Un gol alla Pirlo.
"Calcio d’angolo, mi avvicino per ricevere il pallone, lo sposto sul destro e vedendo che nessun avversario mi veniva incontro, invece di crossare mi sono accentrato per tirare. La palla è finita nel “sette” opposto".
C’è stato un momento preciso durante il Mondiale in cui ha pensato: vuoi vedere che lo vinciamo davvero?
"Forse al rigore di Totti al novantesimo degli ottavi contro l’Australia. Quel momento lì ci ha fatto capire che magari anche la fortuna era dalla nostra parte, come dimostrò anche l’abbinamento successivo contro l’Ucraina, quindi dovevamo spingere più che potevamo".
Un episodio, un aneddoto, che spieghi bene quel mese in Germania?
"Stavamo veramente bene, ci divertivamo insieme, si giocava a ping-pong, a carte, dopo le partite si usciva a cena con le famiglie… Non c’erano ancora tutta questa tecnologia, i social con cui ti perdi in camera. Avevi voglia di stare con gli altri, scendevi in giardino, chiacchieravi, dicevi due cazzate. Tutte cose che ti portano a superare i momenti difficili".
La notte riusciva a dormire?
"Sì. Sempre. Avevamo camere singole per riposare meglio. Magari dopo la partita facevo un po’ più di fatica, quindi come tanti prendevo una pastiglia. Ma la vigilia l’ho sempre vissuta serenamente, senza troppi pensieri, anzi non vedevo l’ora di giocare".
Invece, c’erano suoi compagni che fremevano? Gattuso, per esempio?
"Eh, sì. Prima delle partite, Gattuso vedeva i mostri" (ride).
La finale: pensieri, sensazioni man mano che si avvicina il fischio d’inizio.
"È la partita che aspetti da una vita. Dal silenzio che c’era, a colazione si sentivano solo i cucchiaini che giravano nelle tazze. C’era concentrazione, magari pure un po’ di paura. In quelle condizioni di spirito, arrivare fino a sera è dura. Per fortuna abbiamo spezzato la giornata con pranzi, merende, riunioni".
Il giorno della finale regnava il silenzio, a colazione si sentivano solo i rumori dei cucchiaini. C'era concentrazione, magari pure un po' di paura
La partita: 7 minuti, e Zidane la sblocca su rigore.
"Pensi che si è messa male, però anche che è ancora molto lunga. Affrontavamo una squadra forte fisicamente, ma con giocatori di grande qualità. Però noi siamo rimasti sereni, abbiamo pareggiato velocemente e questo ci ha dato la spinta per non innervosirci e demoralizzarci".
C’era qualche compagno che aveva bisogno di essere spronato o rassicurato?
"Ho sempre cercato di parlare più con i piedi che stando lì a sbraitare. Avevo un modo di giocare che dava tranquillità e faceva capire agli altri le mie intenzioni e come doveva comportarsi la squadra. Ma in quella partita non c’era gente nervosa, eravamo tutti super concentrati".
L’espulsione di Zidane dopo la testata a Materazzi. Pensi: ora o mai più?"Sì. Noi in superiorità numerica e loro senza il giocatore più forte. Mi sono detto: adesso abbiamo veramente la possibilità di vincere, dobbiamo fare gol prima di andare ai rigori".
E invece.
"Invece ci siamo arrivati, ai rigori, dopo 120 minuti a cui si aggiungevano gli altri 120 della semifinale contro la Germania: alla fine ne avevamo poco, fisicamente e mentalmente".
Il suo momento più alto di quel Mondiale fu il rigore, il primo della serie, segnato alla Francia, oppure l’assist a Grosso per il gol che sblocca la partita con la Germania?
"L’assist a Grosso. Il rigore è importante, però l’assist durante la partita è diverso, anche perché arrivò in un momento particolare. Penso che la semifinale sia stata la partita più bella come emozioni e come gioco. Vincerla in quel modo, ai supplementari e davanti a tutti i tedeschi, ne fa la partita di quel Mondiale. Poi, certo, il rigore contro la Francia è pesante perché è il primo, lo tiro sotto la loro curva, non avendo visto altri rigori non sai come si muove il portiere. Insomma, quando presi in mano il pallone, pesava come una palla medica".
Penso che la semifinale sia stata la partita più bella come emozioni e come gioco. Vincerla in quel modo e davanti a tutti i tedeschi, ne fa la partita di quel Mondiale.
Chi decide che lei è il primo a tirare?
"Lippi. Prima chiede chi se la sente, poi stabilisce la sequenza dei tiratori".
Si avvia e nella testa le passa…
"Tutto quello che era successo fino a quel momento e quello che sarebbe potuto succedere in caso di errore, anche ricordando com’era finita al Mondiale del ’94. Non ho pensato a come battere. Quando sono arrivato al dischetto avevo già deciso di tirare centrale, a mezza altezza, immaginando che, solitamente, il portiere si butta, da una parte o dall’altra. È stata l’esecuzione perfetta".
Dopo il rigore di Grosso, chi è il primo che va ad abbracciare?
"Ero appoggiato a Cannavaro, e quando Grosso ha segnato siamo partiti nel vuoto, senza senso, un obiettivo, un compagno da raggiungere. Il primo che incontravi, lo abbracciavi".
La FIFA le assegnò il premio di Man of the Match. Giusto così?
"Non so se quella fu la mia miglior partita, ma fa piacere comunque. Vinsi quel premio anche per la semifinale e per la gara col Ghana, oltre al pallone di bronzo del Mondiale, assegnato al terzo miglior giocatore della manifestazione".
Il Mondiale americano lo guarderà tutto o preferirà un tuffo nel mare?
"Dipenderà molto dalle partite, dagli orari. A volte è un bene, altre un male".
Le favorite sono le solite, ma c’è qualche altra squadra che la incuriosisce?
"Norvegia o Marocco, per esempio, possono far bene, ma dovranno confrontarsi con avversari di alto livello".
E il suo ex allenatore, Ancelotti, arriverà in finale nonostante il suo Brasile non sia quello dei bei tempi?
"Vero, non è il Brasile di qualche anno fa, e se ne sta pure parlando poco. Non parte in prima fila, però Carlo qualcosa tirerà fuori anche questa volta. Sono anche curioso di vedere l’Inghilterra".
Pure tra i calciatori, c’è qualcuno che la stuzzica più di altri?
"Tanti giocatori hanno quell’esplosione che dura giusto il tempo del Mondiale, magari vengono comprati dai club a prezzi spropositati e poi dopo spariscono. Altri hanno già dimostrato di cosa sono capaci. Penso a Yamal, se recupererà bene dall’infortunio, allo stesso Messi. A me piacciono gli spagnoli tipo Pedri. Sono sempre belli da vedere".
Al Mondiale mi incuriosiscono Norvegia e Marocco. Ancelotti tirerà fuori qualcosa dal Brasile, anche se la rosa non è fortissima. In mezzo al campo mi fa impazzire Pedri
Il nostro calcio, invece, da dove deve ripartire?
Se esiste una ricetta, qual è?
"Spero che si possa ripartire da un progetto e da qualche riforma. Dobbiamo favorire i nostri giocatori. Se prima c’era l’incentivo per comprare gli stranieri, adesso bisogna farlo per gli italiani. L’Italia ha voglia di vedere i Mondiali: sono un momento di aggregazione".
Per doti tecniche, lei è stato un fuoriclasse: chi ha deciso a un certo punto che, per giocare a pallone, oggi bisogna essere prima di tutto grandi e grossi, col risultato che in Serie A non vedi uno che dribbla e sulle fasce abbiamo i terzini che fanno i “quinti”, mentre altrove abbondano gli esterni d’attacco che puntano l’uomo?
"Ed è per questo che poi non andiamo al Mondiale. Pensiamo alla forza fisica, alla corsa, mentre bisogna tornare a stoppare il pallone, passarlo bene, sviluppare la tecnica e, sul campo, guardare in avanti. La tattica prima o poi si impara, ma se non apprendi da piccolo a stoppare e a passare il pallone, diventa tutto più difficile".
È pronto a rientrare in Europa, oppure sta bene negli Emirati?
"Se vado a vedere la mia carriera di allenatore, ho sempre raggiunto gli obiettivi della società. Alla Juventus mi avevano chiesto di arrivare in Champions: fatto. In più ho vinto Coppa Italia e Supercoppa. Sono andato via e sono rimasto un anno fermo, non riesco a capire il perché. Anzi, lo so, ma non voglio dirlo. Dopo, sono andato al Karagümrük, in Turchia: settimo posto in campionato, risultato mai raggiunto da quel club, e record di partite consecutive senza sconfitte. Sono andato alla Samp, in B, e l’ho portata ai playoff, come da richiesta del club. L’anno successivo sono stato esonerato dopo sole tre partite. Quest’anno l’Fc United mi ha chiesto la promozione nella massima serie e l’ho conquistata. Ho sempre ottenuto i risultati, se poi a qualcuno non piaccio, è un altro discorso".
Alla Juve mi avevano chiesto di arrivare in Champions: fatto. Sono andato via e sono rimasto un anno fermo, non riesco a capire il perché. Anzi, lo so, ma non voglio dirlo
Invece, all’uomo Pirlo cosa sta regalando l’esperienza a Dubai?
"Io qui sto benissimo, la mia famiglia sta benissimo: contenta, felice, sicura. Abbiamo vissuto in tanti posti, ma come ci siamo ambientati in questo Paese, in questa città, mai. Abbiamo tutto quello che vogliamo e siamo sereni. Non potevo chiedere di meglio".









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