L'ex preparatore della Nazionale e del Milan, oggi con la Lettonia di Nicolato, ha spiegato come si potrebbero gestire i casi di Maignan, Rabiot, Lautaro e Thuram
La sentenza è di quelle affidabili. “Due settimane di allenamenti al rientro dal Mondiale? Bastano e avanzano per giocare dall’inizio alla prima di campionato”. Vincenzo Pincolini, 72 anni, il primo preparatore della storia del calcio italiano a firmare un contratto da pro’ negli anni Ottanta, risponde da Marina di Massa, in Toscana, dove sta trascorrendo l’estate in attesa di tornare in pista.
Vincenzo, lei è un’istituzione ormai.
"Da un paio d'anni lavoro con la Lettonia di Paolo Nicolato. In passato mi sono preso cura dei muscoli dei campionissimi del Milan per undici stagioni, di cui dieci di fila dal 1987 al 1997, e poi ho lavorato con Sacchi, il mio mentore, Ancelotti, Capello e Lippi, anche in Nazionale".
Vietato smettere?
“Dico sempre che sarà l'ultimo anno, poi chissà. Sono entrato in questo mondo nel 1978, ormai sono passati più di quarant’anni e sono ancora qui. La mia prima squadra è stata il Fidenza, in Serie D, e poi ho girato un po’: oltre l’Italia ho lavorato anche in Russia e in Ucraina, oltre che nella Nazionale azzurra. Mi sono sempre divertito”.
Torniamo ai reduci dal Mondiale. Lautaro e Thuram sono rientrati domenica, Maignan e Rabiot lo faranno il 16. Come ci si prepara per il debutto del 22 e del 23 agosto?
“Parto dagli interisti. Dovranno lavorare poco entrambi, a prescindere dalla ripresa e dal minutaggio. Lautaro ha giocato tutte le partite, finale esclusa, mentre Marcus è stato impiegato solo contro l’Iraq a causa di un problema fisico. I carichi, presumo, saranno leggeri, di ruotine. Lo stacco sarà servito per scaricare la testa, e poi i muscoli”.
Quindi possono giocare dall’inizio?
“Certo, anche se sconsiglierei un impiego di novanta minuti. Magari un’ora, entrambi. Una pausa di 15 giorni per dei professionisti simili incide davvero poco. Ormai un calciatore è un atleta a 360 gradi: dorme e mangia bene, fa prevenzione, si allena anche in vacanza. Hanno tutte le carte in regola per giocare titolari. E vale lo stesso per un giocatore come Modric ovviamente, rientrato prima. Uno col suo fisico 90 minuti li gioca in facilità”.
Quanto era diverso prima?
“Molto. Quando i giocatori rientravano dalle vacanze, dopo un mesetto e passa, avevano un paio di chili in più. Negli anni Ottanta e Novanta l’aspetto nutrizionale era totalmente diverso, non c’era l’attenzione di oggi”.
Come si può fare per evitare infortuni?
“Leggere la storia del giocatore. Le faccio l’esempio di Franco Baresi, un campionissimo che mancherà ogni giorno. Sono stato al suo funerale. Nel 1994 si presentò in ritiro dopo aver giocato la finale del Mondiale. Recuperò in 23 giorni dalla frattura del menisco e rientrò col Brasile. Era così consumato che ci disse fin da subito che avrebbe fatto poco, e infatti fece fatica. Lavorò a parte per parecchio tempo. Per questo bisogna avere il quadro completo”.
Per Rabiot e Maignan invece?
“A un portiere basta anche una settimana d’allenamento. Lì bisogna far leva sull’aspetto psicologico: staccare per 20 giorni può essere un’arma a doppio taglio. Per Rabiot, invece, dipende dall’allenato e dalla strategia che ha. I giocatori ti dicono che stanno bene anche quando sono stanchi e acciaccati: vogliono giocare sempre. Io lo farei allenare poco, con carichi leggeri, come per Lautaro o Thuram. Per poi dargli un minutaggio di un’ora”.
In questi casi un allenatore bravo da cosa si vede?
“Dal dialogo. Dalla capacità di gestire momenti simili, in relazione a ciò che le ho detto prima riguardo la volontà dei giocatori. Deve gestire l’aspetto psicologico, così come quello legato all’ambiente e agli equilibri dello spogliatoio. Ho avuto la fortuna di vivere il grande Milan: vinceva perché la squadra stava bene. Eravamo felici”.











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