Il patron veronese del club lombardo, reduce da due salvezze tra i cadetti: "Il ds Rinaudo voleva massima operatività, ma qui non si può. Vivo per lavorare. Gliozzi adatto al calcio di Modesto. Attendo la sfida col Verona"
In piedi al centro della tribuna, impietrito, quasi in trance, mentre i tifosi esultavano e gli davano il cinque o un abbraccio per fargli i complimenti. L'ultima immagine di Filippo Piccoli, nel campionato scorso, è questa. Al fischio finale della gara con il Monza, vinta per un gol segnato pochi secondi prima che voleva dir salvezza, raggiunta con una giornata d'anticipo dopo una rimonta di mesi. Quel giorno il presidente del Mantova si è sentito davvero realizzato. E siccome è un uomo d'azione, non ha aspettato molto a progettare la stagione successiva. Via il ds Rinaudo dopo il pur ottimo lavoro con la rivoluzione di gennaio, dentro il debuttante manager Brutti, confermato il tecnico Modesto. Un modello di gestione diverso, molto essenziale, come quello della sua Synergie (distribuzione di luce e gas alle imprese).
È questa la linea-Piccoli?
"Io sono presidente, ad e dg. Come nella mia azienda, pur più articolata e con più dipendenti: in azienda decidiamo in 8, qui in 2”.
La sua visione di imprenditore applicata al calcio.
“Ho un’ammirazione profonda per Sergio Marchionne che lavorava giorno e notte, io sono come un operaio, niente giacca e cravatta, e dedico 20 ore al giorno tra azienda e Mantova. Vivo per lavorare, faccio fatica a delegare, voglio imparare e capire. Synergie ha 300 dipendenti, ma tutto passa da me che sono il proprietario”.
E nel calcio?
“È un nuovo modo di gestire. È stato il motivo che ha portato all’interruzione del rapporto con Rinaudo, che pur ci aveva salvato da una situazione drammatica. Voleva massima operatività, ma qui non si può e non è il mio pensiero. Mantova è un piazza piccola con margini di crescita e deve avere una conduzione famigliare, con un allenatore che stimo molto come Modesto. Per questo abbiamo scelto questo tipo di gestione per cercare di crescere ancora, pur in un contesto complicato come quello della B”.
Le proprietà italiane sono sempre di meno.
“Sì, e alcune proprietà straniere hanno mezzi nettamente superiori alla media. Ma a livello di rapporti umani la differenza è sostanziale e spesso si vede in campo. Noi vogliamo crescere anche contro certe realtà: un fondo ha senso a Roma o Milano, non a Mantova”.
Da anni a Mantova non c’era una proprietà così, almeno dagli anni d’oro di Fabrizio Lori.
“A Mantova in passato di caos ce n’è stato abbastanza, io penso di aver dimostrato con i fatti che non ne facciamo. Ho trasferito nel calcio quello che faccio in azienda, mettendoci tanto lavoro in una organizzazione efficace, sempre per crescere”.
Ripete spesso la parola “crescere”. Dopo due salvezze di fila in B che cosa significa?
“La partenza è mantenere la categoria, ovvio. Crescere vuol dire anche valorizzare i giocatori, ma anche migliorare le strutture, perché una società è importante anche fuori dal campo”.
E la città vi sostiene?
“Mantova ha sempre risposto presente e ha riconosciuto il lavoro fatto. Ma c’è ampio margine di crescita, sia dalle aziende che dalla tifoseria: negli anni di Fabrizio Lori c’era lo stadio straripante, a oggi non ci siamo ancora”.
Come ha scelto il ds Brutti?
“Lo conosco da tanti anni, ha sempre operato in categorie minori e nello scouting al Verona. È un giovane con visione e ha capito cosa bisogna fare a Mantova, lavora a stretto contatto con Modesto, sta nascendo un bel percorso perché sono piena sintonia”.
Parlava di giocatori da valorizzare.
“Noi non dobbiamo vendere, dobbiamo crescere. Però sappiamo che le dinamiche del mercato possono portare a scelte diverse. È arrivata un’offerta dall’estero per Bragantini, ma non consona”.
Quindi che Mantova sta nascendo? Gliozzi è un bel colpo…
“Nessuna rivoluzione, sarà una squadra più legata ai concetti di Modesto in continuità alle scelte fatte a gennaio, seguendo il suo calcio che è completamente diverso da quello del suo predecessore Possanzini”.
Per lei, veronese, da ragazzo tifoso dell’Hellas e poi diventato sponsor, la partita col Verona quest’anno sarà un’emozione particolare.
“È innegabile. È la città dove sono nato e dove vivo e lavoro. Da giovane ero appassionato, poi ho fatto un percorso professionale che mi sta prendendo il cuore. Giocare il derby è una soddisfazione, perché io ho cominciato con il Mantova che era retrocesso in D e il Verona era in A, dove speravo rimanesse”.
Mantova sarà nel cuore di un campionato nel campionato: da una parte Verona, Vicenza e Padova, dall’altra Cremona e Modena…
“Si alza il livello rispetto all’ultimo anno, che pur è stato altissimo”.







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