Petrolio, Buffa (AcomeA Sgr): "Più Russia che Venezuela, ecco i veri fattori che muovono il prezzo del greggio"

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05 gennaio 2026 | 19.30

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Le tensioni tra Stati Uniti e Venezuela tornano al centro dell’attenzione dei mercati energetici, riaccendendo il dibattito su un possibile impatto sul prezzo del petrolio. Ma nonostante il peso delle riserve venezuelane e il blocco delle esportazioni, gli effetti sul greggio globale potrebbero rivelarsi più limitati del previsto. In un colloquio con l'AdnKronos Giovanni Buffa, Portfolio Manager di AcomeA Sgr, sostiene che i veri equilibri del mercato si giocano altrove, a partire dal conflitto in Ucraina e dal ruolo della Russia nell’offerta mondiale

L'operazione degli Usa in Venezuela impatterà nel breve-medio termine sul prezzo del greggio?

"L’eventuale impatto sul prezzo del petrolio, qualora si manifestasse, sarebbe con ogni probabilità contenuto. Il Venezuela dispone certamente delle maggiori riserve di greggio al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, ma l’attuale capacità produttiva del Paese è estremamente limitata. La produzione si attesta infatti attorno a 1 milione di barili al giorno, pari a poco più dell’1% dell’offerta globale. Anche nel contesto delle sanzioni internazionali, il petrolio venezuelano ha continuato a essere esportato via mare, prevalentemente verso la Cina. È vero che nelle ultime settimane la produzione è diminuita di oltre il 25% e che le esportazioni sono state quasi completamente paralizzate dal blocco navale statunitense".

E quindi?

"Anche ipotizzando una rimozione delle sanzioni e il ritorno sul mercato del greggio nel frattempo stoccato, i volumi in gioco resterebbero troppo ridotti per generare effetti significativi sull’equilibrio complessivo del mercato petrolifero mondiale".

A che condizioni potrà abbassarsi il prezzo? 

"Per osservare un impatto strutturale sul prezzo del greggio sarebbe necessario un profondo rilancio della capacità produttiva venezuelana. A metà degli anni Duemila, il Paese produceva circa 3 milioni di barili al giorno; tornare su quei livelli, o superarli, richiederebbe però tempo ed investimenti ingenti, nell’ordine di svariate decine di miliardi di dollari. Nel breve periodo, tuttavia, il prezzo del petrolio appare molto più sensibile all’evoluzione del conflitto in Ucraina. La Russia, con una produzione che è circa dieci volte superiore a quella venezuelana, rappresenta infatti un fattore di gran lunga più rilevante per l’equilibrio dell’offerta globale rispetto a qualsiasi sviluppo immediato in Venezuela".

Su quali titoli potrebbero esserci ripercussioni?

"Nel breve termine, gli effetti più diretti potrebbero riguardare i produttori cinesi. Circa l’80% delle esportazioni venezuelane è infatti destinato alla Cina, spesso a prezzi inferiori a quelli di mercato, e questi flussi potrebbero essere messi in discussione qualora gli Stati Uniti dovessero assumere un maggiore controllo sull’industria petrolifera venezuelana. Anche in questo caso, tuttavia, l’impatto complessivo rimarrebbe limitato. Il petrolio venezuelano rappresenta meno del 4% delle importazioni totali di greggio della Cina, una quota troppo modesta per generare conseguenze rilevanti sui principali gruppi energetici del paese come Cnooc, Sinopec e Petrochina.

Per quanto riguarda i titoli americani?

"Chevron dovrebbe beneficiare della ripresa della produzione nel paese (unica società con una licenza diretta), mentre ConocoPhillips dovrebbe essere favorita indirettamente visto un credito che vanta nei confronti di Caracas. Nel breve periodo effetti positivi potrebbe arrivare anche verso quelle aziende esposte ai servizi e alla costruzione di infrastrutture energetiche nonché alle raffinerie statunitensi molto dipendenti dal tipo di petrolio prodotto in Venezuela". (di Andrea Persili)

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