Ieri portabandiera a San Siro e con un futuro da laureato in Economia (“ma non politico, non ho tempo”), il valdostano si racconta, dai poster di Del Piero allo chalet che gestirà con la moglie
In un’intervista dell’anno scorso alla Gazzetta, Federico Pellegrino si lasciò andare a una frase molto potente, un Gronchi Rosa di questi tempi: “Io sono una persona felice”. Sarebbe ingiusto allora non partire da lì con il 35enne fondista valdostano due volte medaglia d’argento olimpico, oro mondiale 2017 e, ieri, uno dei quattro portabandiera azzurri alla Cerimonia d’Apertura dei Giochi di Milano Cortina.
Quanto ci stiamo disabituando alla parola felicità…
“Personalmente, è il motivo per cui alla mia età sono ancora qua. Sono felice. Io penso che per ottenere risultati a lungo termine e saper gestire una carriera lunga, nello sport come nella vita, devi essere una persona che alla sera va a dormire soddisfatto di quello che ha fatto e di quello che è. Mio padre ha fatto l’elettricista tutta la vita e non l’ho mai sentito lamentarsi per la sveglia alle 6 e mezza. Usciva di casa fischiettando e tornava facendo lo stesso. Questo non vuol dire che non abbia mai avuto problemi sul lavoro o in famiglia, però quello è lo spirito”.
Non per tutti evidentemente è così.
“Vero. Spesso abbiamo visto come i risultati sportivi possano essere il frutto della rabbia, della necessità di rivalsa, dei malumori interni o con le persone che vivono attorno. Io tutto quello che ho fatto nello sport lo faccio per me stesso, non per gli altri. Evidentemente può funzionare anche il contrario, però”.
Portabandiera ieri, in Coppa del Mondo dal 2010, due argenti olimpici alle spalle e, soprattutto, adesso i Giochi casalinghi. La fatidica pressione sugli Azzurri, nel tuo caso, come sei riuscito a gestirla?
“Non mi è mai piaciuto pensare a questo aspetto del mio lavoro. Da sempre, e quindi non solo in occasione di un’Olimpiade, io l’unica pressione che sento è quella di dover riuscire a fare il meglio che posso, ma è una pressione che mi metto io addosso”.
E così è più gestibile?
“Avendo pensato sempre e solo in questo modo, non ho termini di paragone. So che, soprattutto da quando ho iniziato a vincere, chiunque può venirmi a dire quello che vuole, battute o allusioni, e a me non dà alcun fastidio. Cioè, magari sì, ma di sicuro so che non rischia di intaccarmi in alcun modo. Ripeto: io quello che faccio lo faccio per me e questa è una cosa che dovrebbero fare tutti gli atleti”.
Che cosa intendi?
“Dovrebbero sentire la spinta che arriva dall’esterno se è positiva, ma nel momento in cui qualcuno da fuori vuole lucrare sui tuoi risultati piuttosto che sui tuoi non risultati, dev’essere un problema che non ti riguarda”.
Ma da bambino Federico che cosa voleva fare?
“Non ho il ricordo preciso di previsioni, che so?, di voler fare il pompiere. E questo, nello specifico, adesso lo sto pagando: con un figlio di 3 anni e mezzo (Alexis, primogenito di Federico e dell’ex fondista azzurra Greta Laurent, che l’anno scorso hanno avuto il secondo, Fabien; ndr) che adora il cartone animato Sam il pompiere di quel lavoro so tutto!”.
Ok, pompiere no. Altro?
“In generale, fino a oltre i vent’anni, ho vissuto in maniera inconsapevole, mi sono scivolate addosso tante cose, comprese alcune scelte importanti, come quando, a 16 anni, il decidere o meno di lasciare il calcio per il fondo ('Ai tempi guardavo più la Juve che il fondo, avevo il poster di Del Piero in camera', aveva raccontato sempre alla Gazzetta; ndr) oppure il decidere di entrare a far parte o meno di un gruppo militare”.
Questa ‘inconsapevolezza’ fino a quando è durata?
“Fino ai Giochi di Sochi del 2014. Lì ho preso, diciamo così, in mano il mio futuro, ho maturato l’idea di impegnarmi come dovevo nel fondo. Ho fatto partire una nuova fase della mia vita molto più consapevole, più metodica, più studiata, che mi ha portato a fare otto anni di grandi risultati, dai due podi olimpici all’oro ai Mondiali e alle vittorie in Coppa del Mondo. Poi c’è stato un altro step”.
Quale?
“La paternità ovviamente. Un passaggio molto molto importante, come si può immaginare. Dopo oltre 15 anni passati lontano da casa, a quel punto ho iniziato a modificare quello che era il mio metodo, i miei tempi, i miei modi”.
A questi Giochi quante gare vuoi fare?
“Direi tutte tranne la 10 km”.
Saranno le ultime della tua carriera?
“Il 21 o il 22 febbraio, con Greta e il mio allenatore, decideremo se continuare o meno per un altro mese di attività internazionale. Di sicuro, l’ultima gara, segnatevelo, sarà il 28 marzo, al Gran Finale di Saint-Barthelemy, a casa mia, dove ho mosso i primi passi sugli sci”.
Che giornata sarà?
“Tecnicamente una 50 km divisa su due giri da 25. In generale però sarà una super festa, alla quale ho invitato tanti sportivi famosi, del mio sport ma non solo. Nomi non ne voglio ancora fare, però vi assicuro che ci saranno tante medaglie olimpiche…”.
Chiudere la carriera professionistica implica, in modo diverso a seconda della persona, doversi calare totalmente nella vita ‘normale’. Questo ti spaventa?
“No, non mi spaventa anche perché ho iniziato da tempo a pensare al dopo, intanto iscrivendomi all’università Luiss in Economia e Management. Lo studio - e sto dicendo una cosa forse scontata - ti apre la testa, ti può dare tranquillità. L’ho pensato tanti anni fa e adesso sono contento di averlo fatto, così come l’impegno nel Coni, che mi ha riconfermato rappresentante degli atleti fino al 2028, un ruolo in cui ci si confronta con situazioni delicatissime, come i momenti di depressioni affrontati da alcuni atleti”.
Come si potrebbe prevenirli?
“Non mi metto a dare ricette risolutive, dico solo che la politica sportiva dovrebbe riuscire a tutelare quelle categorie più fragili mediante un supporto psicologico. Ma la casistica non finisce qui: ci sono le atlete mamme e, sempre più, gli atleti papà (io, per esempio). Non dico che debbano essere aiutati, ma almeno tutelati”.
Gli studi universitari, l’impegno nella politica sportiva. Il tuo futuro da dirigente sembrerebbe già segnato.
“Non ho il tempo e non ho l’età perché il mondo della politica (sportiva, nel mio caso) più lo frequento e più capisco che lì serve tempo da dover dedicare alle relazioni, alle conoscenze, non è soltanto capire come gestire il budget che abbiamo. Per ottenere quei fondi bisogna conoscere perfettamente tutta la macchina e io non prenderei mai sottogamba un impegno del genere. Poi c’è un altro aspetto”.
Prego.
“Dovrei trasferirmi a Roma o a Milano per 15 anni e io non voglio vedermi in questa condizione, desidero fare il papà prima di tutto, oltre a seguire l’attività ricettiva ‘De Goldene Traum’, sogno d’oro in dialetto Titsch, che con Greta apriremo l’anno prossimo a Gressoney Saint Jean, nella mia Val d’Aosta”.
L’amata Val d’Aosta.
“Non solo perché negli ultimi vent’anni sono stato più lontano che a casa, adesso voglio godermi finalmente e di nuovo a pieno la mia terra per il resto della vita. Grazie alla mia terra, ai suoi valori, credo (ripeto, credo) di essere sempre riuscito a tenere i piedi per terra. Per il futuro, io e Greta abbiamo deciso di rimanere qui”.
Federico, ai tuoi figli augureresti di fare i fondisti?
"No. Nel senso che non li vorrei forzare a far nulla se non quello che sceglieranno e per cui si prenderanno le giuste responsabilità. Magari, visti i tempi d’oro italiani in questo sport, diventeranno dei tennisti. E allora potrei lasciare la mia valle per andare, che so?, in Liguria a stare con loro”.
Padre manager?
“Papà e basta”.











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