Pelé, Maradona, Rivera, Michael Jackson, il Papa, le guerre: si inizia all'Azteca, uno stadio da romanzo

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racconto

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Campioni, imprese, fede, musica e un nome scelto su un bigliettino: il Mondiale inizia nel mastodontico stadio di Città del Messico, dove tutto è possibile

Furio Zara

Collaboratore

10 giugno 2026 (modifica alle 19:48) - MILANO

Qui Pelé staccò l’ombra da terra e si alzò verso il cielo. Spinto da una forza celeste, si arrampicò sul ramo più alto degli dei del calcio e lì rimase, nell’aria rarefatta, per un tempo eterno, prima di colpire il pallone di testa, mentre l’affanno degli sconfitti - c’era Burgnich a seguirne il volo - scolorò nello sconforto sereno di chi accetta che esista un dio, senza chiedersi il perché. Per questo il Sunday Times, il giorno dopo la finale del 1970 Brasile-Italia 4-1, titolò: "Come si pronuncia Pelé? Dio". Qui Maradona, all’ora di pranzo, precisamente le 13.10 del 22 giugno 1986, stretto nella morsa della calura, diede forma a un miracolo, atto a farsi perdonare il furto della “Mano de Dios”, dipinse quindi il “Giudizio Universale” toccando il pallone dodici volte, superando in dribbling tutti gli inglesi che come inutili comparse gli si paravano davanti - Beardsley, Reid, Butcher e Fenwick, più il portiere, Shilton - spuntandoli come si fa sullo smartphone con notifiche che non interessano, coprendo in 10,6 secondi la distanza di cinquantasei metri e infine consegnando alla storia del calcio il gol più immaginifico di tutti i tempi. 

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