Pallone, casoncelli e il mistero della crema sul cappuccino: l'amore di Guardiola per l'Italia

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TRENTO 14.10.09.2018 /FESTIVAL DELLO SPORT/SPORT/VARIE/ph Fabio Bozzani/Nella foto FESTIVAL DELLO SPORT-

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Dall’arrivo a Brescia per giocare con Baggio al passaggio complicato a Roma fino all'arte, al cibo e alle passioni: il legame del tecnico con il nostro Paese è fatto di sogni, ostacoli e ritorni continui

Giorgio Burreddu

Collaboratore

24 aprile - 12:48 - MILANO

“Alla fine tutto si riduce a sentirsi amati”. Cit. Marìa Guardiola, la figlia di Pep. L’uomo della sua vita e forse anche delle nostre, inguaribili football dreamers. Amaci ancora Pep. E’ già successo, do you remember? Era il 2001, un mercoledì di settembre. A Coccaglio, in quella zona di Brescia così ruvida e sincera, si riversò il mondo. Era ancora l’Italia centro di gravità splendente del pallone. I fenomeni arrivavano in provincia. Dopo Roberto Baggio, ecco Pep. Se ne andava da Barcellona dopo una vita. Firmò per un anno, tre miliardi. E da due mesi si allenava da solo. Consiglio: googolatelo, aveva ancora i capelli. Gli misero una sciarpa al collo, all’epoca era roba da paparazzi. Disse: “Ho scelto il Brescia perché da quando ho deciso di lasciare il Barca sono successe molte cose: tante società mi hanno contattato, ma soltanto il Brescia ha dimostrato un vero interesse per me. I dirigenti sono venuti in Spagna a convincermi, mi hanno dimostrato il loro affetto e sono orgoglioso di vestire questa maglia. E non importa se giochi per lo scudetto o per salvarti, in uno stadio da centomila o trentamila persone: al Barcellona, in dieci anni, mi hanno insegnato che la cosa importante è vincere, sempre. Anche nelle partitelle d’allenamento”.

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