Il campione del torneo più prestigioso è nel picco della maturità agonistica: "Non serve la perfezione per fare buoni punteggi". "Le vittorie? Bisogna saper aspettare, andare avanti e pensare solo a se stessi, alla fine i risultati arrivano"
13 aprile - 12:07 - AUGUSTA (GEORGIA, USA)
Benvenuti nel mondo di Rory McIlroy. Per capire chi sia davvero l’uomo che domenica ha vinto per la seconda volta il Masters di Augusta, bisogna ascoltarlo. Una delle innegabili doti è la sincerità, quindi ogni parola che pronuncia è un indizio per comprenderlo, una chiave per entrare nel suo mondo. Possiamo cominciare con una frase che ha detto venerdì sera, dopo un giro record che gli aveva dato un vantaggio enorme che sembrava incolmabile – e che invece 24 ore dopo era completamente sparito – quando si è presentato davanti ai giornalisti. Felice, rilassato, soddisfatto. Per due giorni aveva giocato insieme a Mason Howell, un ragazzino di 18 anni che era al Masters perché aveva vinto lo US Amateur e, da tradizione, chi conquista quel torneo di dilettanti, il più importante negli Stati Uniti, viene accoppiato per i primi due giri con il campione in carica di Augusta. Bene, a Rory quella sera è stato chiesto che cosa immagina che Howell avesse imparato vedendolo giocare da vicino. Dopo un giro che aveva chiuso in 65 colpi, 7 sotto il par, facendo nove birdie, Rory ha risposto così: “Spero che abbia capito che non è necessario essere perfetti per ottenere buoni punteggi. Ricordo che quando avevo 18 anni e ho iniziato a partecipare agli eventi del tour, pensavo che i professionisti semplicemente non commettessero errori, invece lui ne ha visti parecchi da parte mia nei primi due giorni”. Primo indizio: Rory è il campione che crede di essere imperfetto e non ha paura di mostrare i suoi punti deboli.
pressione
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Il secondo esempio è quando gli hanno chiesto se lui pensa di intimidire gli avversari con il suo gioco e le sue vittorie. Domanda legittima, perché anche il golf è un gioco in cui si vince mettendo pressione agli altri. Ma Rory ha sgranato gli occhi e ha scosso la testa: “Assolutamente no. Non è quello che voglio fare o che voglio essere. Il golf è uno sport fantastico perché ci sei solo tu, la tua pallina e il campo da golf, e basta. Non dovresti farti influenzare da nessun altro”. È un concetto che aveva espresso anche un anno prima raccontando l’ultimo giro che aveva fatto con Bryson DeChambeau prima di vincere il primo Masters: “Ho fatto in modo che lui non esistesse. Sono entrato nella mia bolla e l’ho ignorato perché non potevo permettermi di farmi distrarre”. DeChambeau, un po’ stupito, aveva infatti raccontato che Rory non gli aveva mai rivolto la parola. Secondo indizio: Rory è un campione che non ha bisogno di nemici. Basta a se stesso. Emotivamente e psicologicamente indipendente dagli altri. Durante il Masters, Rory è stato in vantaggio, ma ha anche dovuto inseguire. A ogni buca la situazione cambiava, un giocatore normale si sarebbe demoralizzato, lui no. “Chi sa aspettare viene ricompensato. Bisogna solo andare avanti. Mi sono ritrovato in una situazione molto simile a quella dell’ultimo giro dell’anno scorso, con due o tre colpi di svantaggio e da fuori tutto sembrava perduto. Io però ho giocato un golf solido, ho cercato di concentrarmi su me stesso, di tenere la testa bassa e continuare. Se ci dedichi molto tempo e lavori sulle cose giuste, alla fine i risultati arrivano”.
radici solide
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Terzo indizio: Rory conosce l’arte della pazienza. McIlroy è anche un ragazzo con radici solide. I genitori non sono ricchi, lo hanno cresciuto facendo sacrifici, doppi lavori e turni notturni, il papà gestiva anche il bar del golf club di Holywood, il sobborgo di Belfast dove Rory è nato e cresciuto, e lì lo ha fatto iniziare a giocare. E lui, quando parla di mamma e papà, si commuove: “Non sarei qui se non fosse per loro. L'anno scorso non c'erano e stavolta ho dovuto insistere molto per convincerli a venire, pensavano che avessi vinto l'anno scorso proprio perché loro non erano qui. E per scaramanzia volevano restare a casa ancora. Sono contento di aver dimostrato che si sbagliavano, così possono continuare a venire tutte le volte che vogliono”.
gli affetti
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Quarto indizio: Rory è un campione anche negli affetti. La vittoria del 2025 era stata un terremoto emotivo. In carriera McIlroy aveva vinto tre Major su quattro, gli mancava solo il Masters, un obiettivo che gli sfuggiva dal 2011. Anno dopo anno, una sofferenza continua, ogni partecipazione diventava un rimpianto, ogni colpo sbagliato una ferita. Il Grande Slam della carriera – riuscito nella storia solo a cinque golfisti prima di lui – pareva ormai una chimera. Poi, quando finalmente è successo, in tanti si sono chiesti se questo gli avrebbe tolto stimoli. “Credevo che il Grande Slam fosse la mia meta, ma poi ho capito che non era così. Non era la destinazione finale, ma solo una tappa del cammino che sto percorrendo. E questo secondo Masters è stata un’altra tappa, e il viaggio non è finito ma continua. Ho ancora tanti obiettivi da raggiungere e so che posso farcela. Ora comunque voglio anche godermela, perché nel golf si perde di più di quanto si vinca e ogni vittoria va celebrata al massimo. Stasera mi divertirò un bel po’, ci sarà da bere, mi aspetto di avere molto mal di testa domani…”. Quinto indizio: Rory sa come si vince. E come si fa festa. Benvenuti nel mondo di un campione completo.








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