L'attaccante spagnolo, oggi al Como, ripercorre il periodo difficile: "Sono caduto in depressione quando andai via dall'Atletico Madrid e mi resi conto di aver perso la testa dopo una partita contro il Dortmund"
11 giugno - 11:19 - MILANO
Alvaro Morata non è mai banale. Né quando si tratta di tempistiche di campo, né tantomeno extra-campo. Specialmente nel momento in cui i temi diventano più delicati. E non si nasconde mai, anche quando magari sarebbe più comodo raccontarsi che tutto va bene. Lo spagnolo ha vissuto svariati periodi parecchio complessi sul piano personale, tra cui pure quello vissuto al Milan: "Quando arrivai per la presentazione prendevo dei farmaci, nella mia testa non riuscivo a realizzare nulla di tutto quello che stava accadendo. Andai via dall'Atletico Madrid quando mi resi conto di aver perso la testa dopo una partita di Champions League contro il Borussia Dortmund. Sono caduto in depressione", le sue parole durante un'intervista nel podcast "El camino de Mario". "Koke, Iniesta e gli altri mi hanno aiutato, in un mese sono passato dall'essere nella merda più assoluta come persona a vincere l'Europeo. Che considerazione avrà oggi l'Atletico di me? Non lo so. Mi fa male essere andato via proprio quando credo che finalmente mi avessero capito e apprezzato. Sinceramente, penso di essere partito per un senso di colpa. L'Atletico è sempre tra i migliori club del mondo. Non sapevo che poi sarebbe arrivato Julián, ma sarei rimasto comunque. Prima era difficile persino camminare per strada. C'erano tifosi dell'Atletico che mi avevano accolto bene e quelli del Real a cui sembrava avesse dato fastidio il mio trasferimento lì, ma non riescono a capire che questo è un lavoro. Io non provo né odio né rancore verso nessuno".
"il calcio è un lavoro"
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L'attaccante del Como, nel corso dell'intervista rilasciata a Mario Suarez, poi torna sia sulla rivalità tra squadre della stessa città sia sul tema dei "tradimenti" sportivi: "Credo che in Spagna non sia normale vedere un giocatore passare dal Real all'Atletico come invece in Italia è più normale vedere qualcuno giocare sia nel Milan sia nell'Inter. È calcio, la gente dovrebbe capirlo. Io faccio sempre l'esempio delle aziende: le persone cambiano lavoro per soldi, motivazioni personali o perché non stanno bene. Noi invece veniamo considerati traditori. La cosa positiva è che, quando incontro i tifosi dell'Atletico, mi salutano con affetto. E per me questo vale tantissimo".
La Gazzetta dello Sport
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