"Dalla finale persa ai rigori in Qatar ho imparato che in certe situazioni bisogna avere la mente gelida". dice il francese Campione del mondo nel 2018 alla vigilia di questa edizione
6 giugno - 00:35 - MADRID
Il Barrio de Las Letras madrileno ha le vie dedicate ai grandi scrittori spagnoli e un clima effervescente tra opere d’arte, tapas e creatività culinaria e musicale. Qui Hublot ha deciso di organizzare il party per celebrare Kylian Mbappé, uomo immagine della marca svizzera e super “estrella”, stella, del Real Madrid. Cala il sipario sulla stagione col Madrid, si alza quello glitterato del Mondiale americano con la Francia.
Per lei è la terza Coppa del Mondo e ha messo l’asticella piuttosto altina… In Russia nel 2018 ha vinto e in Qatar nel 2022 ha perso la finale ai rigori… Kylian ride.
“Tanta pressione, eh?”.
Abbastanza, sì.
“Io sono tranquillo, non guardo al Mondiale da questa prospettiva. Lo considero come una nuova opportunità di poter rappresentare il mio Paese nella competizione migliore che c’è nel calcio e probabilmente anche in tutto lo sport. Per me è un orgoglio poter indossare la maglia della Francia ed essere il capitano della squadra. Partiamo con grandi speranze sapendo che la gente si aspetta tanto da noi, però non dobbiamo commettere l’errore di vincere il Mondiale prima di scendere in campo perché sappiamo che tutti vogliono tornare a casa con la Coppa. Noi dobbiamo giocare bene ed essere intelligenti in campo, abbiamo un gruppo fantastico e penso che possiamo fare qualcosa di buono”.
Ecco, visto da fuori, con i giocatori che avete si potrebbero schierare 2-3 nazionali francesi, e tutte di qualità.
“È una fortuna, perché ogni volta che succede qualcosa e qualcuno deve uscire, chi entra non ci fa perdere nulla in termini di qualità. L’abbiamo visto nelle ultime amichevoli, a marzo: abbiamo giocato contro Brasile e Colombia schierando due formazioni completamente differenti e non abbiamo abbassato il livello. Abbiamo giocato bene. Poi è chiaro, sono amichevoli e il Mondiale non si vince con le amichevoli. Bisogna stare tranquilli, umili, ma con l’ambizione di sapere che possiamo fare molto bene”.
È sorpreso dall’abbondanza di qualità nel movimento calcistico francese?
“Non direi. Di certo le cose vanno molto, molto bene. Dobbiamo ringraziare gli allenatori e i formatori che fanno un lavoro fantastico con le squadre giovanili. La cosa ci porta ad avere giocatori di altissimo livello in ogni posizione, praticamente raddoppiamo in tutti i ruoli. Per me, come capitano, è un orgoglio e rappresenta bene ciò che è la Francia, un Paese che è in grado di formare e di aiutare i giovani a crescere per diventare grandi giocatori della nazionale”.
Ha citato il suo ruolo di capitano. Era una cosa che sognava da bambino?
“No, non sognavo così in grande, mi bastava la maglia della nazionale, non bisogna esagerare… (ride). Però ora che ho raggiunto il traguardo della fascia è chiaro che la cosa significa molto per me. E comporta anche tanto a livello di responsabilità. Tra l’altro ora sono anche il giocatore con più partite in nazionale e la cosa mi sorprende un po’. Sembro un veterano, ma io non sono un veterano!”.
la fascia di capitano non era il mio sogno da bambino. Non sognavo così in grande
È che ha iniziato molto molto presto, ha debuttato coi Bleus a 18 anni…
“Chiaro. Ho già vissuto diverse tappe con la nazionale, e ora ne arriva una nuova, un passo in più nella mia storia con questa squadra. Però mi faccia dire una cosa”.
Prego.
“Io non penso ai numeri ma a ciò che posso dare a questa squadra, come posso aiutare il gruppo e contribuire a tornare a casa con un titolo”.
Ha citato i numeri. Non ci penserà, ma il record di gol della nazionale è lì…
“Beh, ne manca solo uno…”.
Ecco, Giroud 57, Mbappé 56. È solo una questione di tempo. Però poi c’è quello delle reti nei Mondiali. Il tedesco Klose in quattro tornei è arrivato a 16, lei in due è già a 12, come Pelé, di cui poi dobbiamo parlare.
“No, no, io non ci penso perché per me questa è una cosa surreale. Lo so che la gente ne parla, ma io non ci faccio caso. Per me il Mondiale è il torneo delle stelle, e pensare che a 27 anni possa ambire a essere il massimo goleador nella storia della competizione è surreale, ripeto. E anche qualcosa che vedo molto lontano. Penso solo a come posso aiutare la mia squadra”.
Beh, non si deve preoccupare più di tanto, Cristiano Ronaldo sta per giocare il suo sesto Mondiale a 41 anni… Sono 14 in più di quanti ne ha lei ora.
“Occhio però, eh? Cristiano può giocare un Mondiale anche a 45…”.
E giù un’altra risata. Ok, Cristiano è un caso a parte. Però lo dicevamo per toglierle pressione, le manca un sacco di tempo.
“Io non guardo avanti. O almeno non così avanti. Per me la miglior maniera per vincere nel calcio è non pensare al futuro, ma concentrarsi sul presente. Io sono qui ancorato al 2026 e il resto non mi interessa granché. Penso a quest’estate, a come poter aiutare la mia squadra e il mio Paese. Il futuro e le proiezioni le lascio agli analisti, noi dobbiamo solo giocare. Se io non mi concentro sulle mie partite nessuno lo farà per me”.
Il Mondiale a 48 squadre è una grande occasione per mettersi in mostra per paesi che non avrebbero avuto chance
Cosa le hanno lasciato le sue prime due Coppe del Mondo?
“Cose positive. La prima la vittoria, la seconda la possibilità di apprendere dalla sconfitta. Con l’Argentina siamo arrivati ai rigori, e quindi penso alla gestione delle emozioni, dei tempi di una finale quando c’è enorme tensione in uno scenario che è totalmente impazzito e tu devi restare con la mente gelida. Ora abbiamo più esperienza. Siamo in quattro superstiti della vittoria nel 2018, e tanti del 2022. E i nuovi che sono arrivati hanno grande talento e sono certo che ci aiuteranno a continuare così e, spero, a vincere la Coppa”.
Cosa pensa del Mondiale a 48 squadre?
“È un’opportunità per tanti Paesi che non potrebbero qualificarsi se fosse ancora a 32. È una possibilità incredibile per tante nazionali. E ora che sono qui con te che sei italiano devo dirlo, mi dispiace tantissimo…”.
Eccoci... È arrivato il momento che temevo. Aspetti che tiro fuori il fazzoletto per asciugarmi le lacrime… Ci sono 48 squadre e non c’è l’Italia.
“Già. Io sono molto affezionato all’Italia. Ho giocato con grandi giocatori italiani, Verratti, Donnarumma, Buffon, ho tanti amici e quando posso vengo in vacanza nel vostro Paese: da voi sto benissimo, la gente è super amabile con me. È un vero peccato perché l’Italia è un grande Paese di calcio”.
Parlavamo del Mondiale allargato e il pensiero va ai suoi genitori, originari di Camerun e Algeria. Quest’anno al Mondiale ci sono 10 nazionali africane.
“Ripeto, il Mondiale a 48 squadre fa bene non solo al calcio africano ma a quello di ogni continente, perché dà opportunità a tante squadre che a 32 non entrerebbero mai. Ci sono 16 nazionali in più, tantissime. Un’occasione per tutti di mostrare le proprie qualità. Ma non troppo, eh? Perché spero che alla fine vinciamo noi”.
Grazie a Hublot ha potuto conoscere Pelé. Quanti anni aveva?
“Diciannove. È stata una locura poter avere la fortuna di incontrarlo prima che ci lasciasse. Quando l’ho incontrato, a Parigi, ho capito che il tempo non cancella tutto. Esistono eredità che attraversano le epoche. È stato un momento di assoluto privilegio, come giocatore ovviamente, ma direi soprattutto come giovane e come essere umano: lui ha ispirato un numero incredibile di persone, direi il mondo intero. Quando giocava, il calcio non era come ora, ha avuto molti più meriti di noi in ciò che ha fatto e conquistato. È stato un’ispirazione per tutti noi che siamo venuti dopo”.
La paragonano a lui, se non altro per il Mondiale vinto in giovane età.
“No, no, non si possono fare paragoni simili. Per me il fatto che il mio nome sia affiancato al suo è già un trionfo. Ha vinto tre Mondiali, ha dato al calcio i suoi primi momenti di splendore. Il solo fatto che mi abbia visto come un giocatore che gli assomigliava per me è stato un onore immenso”.







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