Matteo Ricci: "La Samp nel cuore, ora voglio vincere. E se fossi rimasto con Luis Enrique..."

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Il centrocampista sarà presto svincolato: "Il 2021 fu una doccia fredda, passai in pochi mesi dalla Nazionale alla Serie B. Adesso ho le idee chiare sul mio futuro"

Francesco Calvi

Giornalista

17 giugno - 09:13 - MILANO

Una gita in paradiso e poi due mesi di purgatorio. “Come è potuto succedere?”. Solo cinque anni fa, la storia di Matteo Ricci entrava di diritto nei… libri di storia del calciomercato. Nell’estate 2021, Matteo aveva appena compiuto 27 anni. Aveva conquistato la salvezza in Serie A con lo Spezia, si era affermato come uno dei centrocampisti-rivelazione del campionato. Un paio di mesi prima Mancini lo aveva persino chiamato in Nazionale, per testarne le qualità in vista dell’imminente spedizione a Euro2021. A giugno di quello stesso anno, Ricci si ritrovò svincolato, ma soprattutto speranzoso di fare il salto di qualità. Piaceva alla Fiorentina, al Bologna e pure a qualche big. Il tempo passava, i rumors non mancavano, però il telefono non squillava e il ticchettio dell’orologio si faceva sempre più rumoroso. Alla fine, il 30 agosto, Ricci si decise a firmare col Frosinone, ripartendo quasi paradossalmente dalla Serie B dopo la migliore stagione della sua carriera. Dalla Ciociaria è passato a Istanbul e poi alla Sampdoria, dove è rimasto per tre anni e gli è stata consegnata la fascia da capitano. Adesso l’avventura con i blucerchiati è agli sgoccioli: il prossimo 30 giugno Matteo tornerà svincolato, ma con le spalle abbastanza larghe per respingere la paura di rivivere quell’esperienza.

Matteo, cosa è successo quell’estate?

“Venivo da un campionato vinto a La Spezia, poi abbiamo raggiunto la salvezza senza difficoltà. Avevo fatto bene, ero arrivato a Coverciano, poi non so che cosa sia accaduto. Prendermi a parametro zero sarebbe stato vantaggioso per tanti club, soprattutto considerando le difficoltà economiche post-Covid. Dopo la firma col Frosinone ho deciso di resettare tutto e non pensarci più. A volte si suda, si raggiungono traguardi importanti e poi ci si ritrova sotto una doccia fredda: fa parte del mestiere”.

Tra qualche settimana sarà di nuovo senza contratto. Che estate si aspetta?

“Sono tranquillo perché so quanto ho dato e quanto posso dare. Ho voglia di scoprire la mia prossima tappa e di tornare a vincere un campionato. Vediamo cosa succede”.

Nell’ultima avventura alla Samp le è stata addirittura consegnata la fascia da capitano.

“È un’emozione che porterò sempre con me. La Sampdoria è destinata a stare in Serie A e fare il capitano lì, con un pubblico da brividi, è qualcosa che ti rimane dentro. Certo, non è stata una stagione semplicissima: ci siamo limitati a raggiungere l’obiettivo minimo, ovvero la salvezza”.

Come ha vissuto questi anni a Genova?

“Ho amato la piazza, però c’è rammarico per non essere riusciti a fare il salto di categoria. Abbiamo avuto addirittura sette allenatori, sei negli ultimi due anni. Avevo scelto la Samp perché nel 2023 mi aveva voluto Pirlo, che l’anno prima mi aveva convinto a firmare con l’Istanbul Karagumruk. Sono cresciuto con il poster di Totti in cameretta, ma appena ho capito che il mio ruolo era a centrocampo, Pirlo e De Rossi sono diventati i miei punti di riferimento: avere Andrea come allenatore è stato un privilegio”.

A Roma, appena 17enne, andò in panchina con la prima squadra allenata da Luis Enrique: sperava nell’esordio?

“Sì, ma dopo il suo addio sono andato via in prestito, perché volevo giocare con continuità. Non rimpiango nulla, però forse senza il cambio in panchina avrei avuto qualche chance: Luis mi ha tenuto con sé per tre o quattro mesi. Tornavo a casa e venivo circondato da amici e parenti, che mi chiedevano come fosse allenarsi con la Roma”.

Ai tempi si intuiva che Luis Enrique sarebbe diventato uno dei migliori allenatori del mondo?

“Nella gestione del gruppo era il numero uno. Discorsi pre-partita mai banali, un occhio di riguardo per i giovani che venivano trattati come se fossero già professionisti. Una volta mi raggiunse in palestra mentre facevo degli esercizi con i pesi e mi disse che non dovevo rafforzare le spalle, ma la testa. Mi spiegò quanto fosse importante ragionare più velocemente degli altri. Non ha avuto molto tempo a disposizione, altrimenti avrebbe fatto grandi cose”.

A Pisa ha avuto Gattuso, a La Spezia Italiano. Da “grande” le piacerebbe allenare?

“Ci faccio un pensierino... Per me Italiano è un fenomeno, lo sento ancora spesso e gli ho fatto i complimenti per il passaggio al Besiktas: quando ho giocato in Turchia, ho capito di che squadra si tratta. Una piazza infuocata, passionale e competitiva, praticamente perfetta per il mister. Pure Gattuso non scherza: a Pisa tutti si sarebbero buttati nel fuoco per lui”.

In attesa di vederla scrivere nuove pagine, proviamo a indovinare il momento più bello della sua carriera: 9 febbraio 2020?

“Beh, mica male. Vincere un campionato è emozionante, ma quel giorno io e Federico (il fratello gemello, ndr) abbiamo fatto un gol a testa con lo Spezia. Era già capitato che segnassimo nella stessa partita, però da avversari, quando lui era al Benevento. Invece, quel giorno io ero il rigorista designato, realizzai una rete e, sapendo che i miei genitori ci guardavano dagli spalti, scelsi di cedere il secondo penalty a Fede. Ho rinunciato alla doppietta, però vedere mamma e papà nel post-partita è stato incredibile”.

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