Il figlio del ct del ciclismo scomparso in un incidente di rally: "A scuola serviva la sua firma, non dissi nulla e fui sgridato. Il Covid mi ha costretto a stare a casa e condividere i ricordi"
Adesso Matteo Ballerini racconta di Franco con pudore, trasporto, emozione. Adesso. Per almeno dieci anni da quel 7 febbraio 2010 non ha voluto dire una parola, neppure a mamma Sabrina e al fratello maggiore Gianmarco: si è tenuto tutto dentro, a cominciare dal dolore immenso e indescrivibile per la morte del babbo in un incidente di rally. Quando lui aveva appena 10 anni, e il "Ballero" era il commissario tecnico del ciclismo che, dopo aver trionfato in due Roubaix da corridore, aveva conquistato 4 ori iridati e uno olimpico sull’ammiraglia della Squadra, da degno erede del mitico Alfredo Martini. Proprio in questo fine settimana Casalguidi, Pistoia, sarà il centro dell’omaggio a Franco Ballerini, con la regia e l’impegno — anche — di Matteo. Che ora di anni ne ha 26, lavora in una agenzia che si occupa di pratiche per auto ed è consapevole di avere il babbo idealmente al fianco. Adesso, e sempre.
Matteo, fino a che punto non voleva mai parlarne?
"Una volta, andavo a scuola alle superiori, per una giustificazione serviva anche la sua firma. Ma io non volevo dire che fosse morto, e così finì che il professore di fisica mi mandò dal preside... E pure quando dovevo chiamare qualcuno che semplicemente portava il suo nome, Franco, andavo in difficoltà".
Come ha superato questo blocco, arrivando a creare anche una associazione che porta il nome del babbo con suo fratello?
"Fino a quest’anno, quando ho smesso, ho giocato a calcio. Ero soggetto a molti infortuni muscolari e avevo bisogno spesso del massaggiatore, ma quello di Casalguidi era occupato per due settimane. Così, tramite un amico comune, mi sono messo in contatto con Stefano Santerini. Non lo conoscevo, ho scoperto che lavorava con la Nazionale di ciclismo...".
E poi?
"Nella prima seduta, non mi ha detto nulla. Poi, abbiamo iniziato a parlare anche del babbo, della persona che era, di quello che aveva fatto. E mi ha proposto di organizzare qualcosa in suo onore. L’associazione è nata grazie a lui e io gliene sarò sempre grato".
Per tanto tempo non ha accettato l’idea di una perdita così grande?
"Sì, quando è successo avevo dieci anni, poco più di un bimbo. Probabilmente, non volevo realizzare quanto successo. Una fine assurda, ingiusta, anche se sapevo quanto il babbo fosse appassionato dei rally. Poi, attorno ai 20 anni, sono entrato nel mondo del lavoro conoscendo persone parecchio più grandi d’età. E mi sono reso conto che tutti sapevano chi fosse stato il mio babbo. Mi facevano domande, e piano piano ho tirato fuori i tanti ricordi". Aveva 20 anni nel 2020, la stagione del Covid...
"In un certo senso, è servito anche quello in questo processo di elaborazione. Siamo dovuti restare tre mesi sempre in casa e ne ho cominciato a parlare con mamma, con mio fratello. Abbiamo condiviso i ricordi... Mi ha spronato molto anche la mia ragazza. Mi rendo conto di restare un po’ bloccato, ma sempre meno".
Come ricorda il babbo?
"Mi portava in giro. Per le strade di Firenze, oppure tra le vie del Chianti. A pescare, in mezzo alla natura, o anche a cercare funghi. Al lago Bilancino, nella zona del Mugello. E poi, la moto. La sua mitica Harley-Davidson del 1994".
Sì?
"Ha una cilindrata di 1340, dunque ho dovuto aspettare di avere 24 anni per poterla usare. Ho preso la patente e adesso la guido. Sinceramente, è una goduria. E mentre viaggio, non posso fare a meno di riflettere su quando mi ci portava. Qualche pensiero glielo dedico sempre e ho l’impressione, anzi la certezza, che sia ancora al mio fianco. Un sentimento che mischia malinconia e felicità, perché grazie all’associazione adesso sto veramente capendo il segno che il babbo ha lasciato, quanto fosse amato dalle persone. Sono fiero di avere avuto, anzi di avere... un babbo come lui. Il suo lavoro lo portava ad essere spesso lontano da casa".
Come ha vissuto quei periodi?
"Vero, poteva capitare che stesse via per mesi. Ho capito, nel tempo, che interpretava il suo mestiere come una sorta di missione, sentiva la responsabilità di rappresentare la Federazione. E dunque partecipava a tanti eventi, oltre al fatto di seguire in presenza tante gare. Però... era uno specialista in sorprese. Mi veniva a prendere a scuola, per esempio. Oppure alla scuola calcio. E la felicità che provavo... Non la dimenticherò mai".
I valori più importanti che ha fatto in tempo a trasmetterle?
"Sono tre, principalmente. Anzitutto, l’educazione. Poi, il rispetto. E non posso dimenticare il mettersi a disposizione degli altri, tendere la mano ogni volta che è possibile a chi per un qualsiasi motivo può averne bisogno, non voltare la faccia dall’altra parte con indifferenza. Mi impegno, ci impegniamo a fare lo stesso. È bello accompagnare il ricordo con azioni concrete, in un certo senso è un dovere".
Quali iniziative sono previste in questo fine settimana, con base a Casalguidi?
"Abbiamo al fianco nomi importanti come Sportful, Mapei, Colnago, Enervit... ieri c’è stata una cena di beneficenza, il cui ricavato andrà all’Ospedale Meyer di Firenze. Non è stata una scelta casuale: a 5 anni, ho avuto una grave patologia al cervello. Sono stato operato lì, e posso ben dire che mi hanno salvato la vita. Associare il nome del Meyer a quello del babbo per me ha un valore enorme. Oggi pedaleranno 150 giovanissimi e ci sarà anche una ciclostorica. Domani, la prima edizione della Gran Fondo Franco Ballerini. Vogliamo farla crescere un passo alla volta, nel modo giusto. Non che sia una cosa episodica. Partire, e fare sempre meglio. Con la forza delle idee, nel nome del babbo".









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