Matic: "Il calcio italiano è fermo agli anni Novanta. Il mio addio alla Roma? Colpa della dirigenza"

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Il centrocampista del Sassuolo si racconta "In Serbia giocavo in Terza divisione per 75 euro al mese, la mia lite con Mihajlovic? Non è stata detta tutta la verità"

Giovanni Battista Olivero

14 marzo - 06:22 - MILANO

Questa è la storia di un taglialegna mancato, di un ragazzo a cui in Serbia nessuno voleva dare una maglia, di un grande giocatore. La storia di Nemanja Matic, soprannominato il Lupo: “Mi chiamarono così Pogba, Lingard e Rushford allo United: ci sfidavamo a carte e dicevano che io trovavo sempre la strada migliore. Come i lupi”.

Matic, perché la sua carriera iniziò al Kosice, in Slovacchia?

​“Perché in Serbia nessuno mi voleva. Giocavo in Terza divisione e il mio stipendio era di 75 euro al mese. Non riuscivo a vivere con il calcio e facevo il taglialegna insieme a mio padre. Avevo due sogni: debuttare da professionista e giocare nella Stella Rossa. Ma pensavo restassero, appunto, sogni. E invece andai a fare un provino al Kosice e Jan Kozak mi volle nella sua squadra: così cominciò tutto. Vincemmo la Coppa di Slovacchia nel 2008-09, io passai al Chelsea e il Kosice giocò l’Europa League sfidando anche la Roma: 3-3 in casa, 1-7 all’Olimpico. In campo c’era mio fratello Uros”.

​Cosa la spinge a giocare ancora, a 37 anni?


​“La passione e l’amore per questo sport. Mi diverto tantissimo e ho sempre fatto le mie scelte mettendo al primo posto la possibilità di stare bene e di concentrarmi sul calcio. Quando inizi guadagnando 75 euro al mese e poi ti trovi nei grandi club, capisci di essere fortunato e ragioni nel modo giusto. Rispetto a quando ero più giovane, adesso ho più voglia di allenarmi e giocare. Forse perché so che non mi resta molto tempo per farlo”.

​Lei iniziò da trequartista. Cosa pensò quando Jorge Jesus al Benfica la arretrò?


​“Rimasi a bocca aperta. Il primo giorno mi venne incontro con un interprete perché io non parlavo portoghese e lui non parlava inglese. Mi disse: ‘Da 8 o da 10 non hai un livello alto e non puoi giocare nel Benfica’. E io pensai: ‘Ma perché mi hai preso?’. Poi lui continuò: ‘Invece, se giochi da 6, puoi diventare tra i migliori al mondo’. Non avevo scelta, quindi arretrai. E dopo quattro mesi capii che aveva ragione Jorge Jesus”.

​La calma con la quale gestisce il pallone anche sotto pressione è una dote naturale? 

“L’ho allenata e perfezionata con l’esperienza, ma chi mi conosce da sempre dice che avevo questo talento pure da giovane”.

In Serbia nessuno mi voleva. Giocavo in Terza divisione e il mio stipendio era di 75 euro al mese.  Per arrotondare facevo il taglialegna insieme a mio padre. 

Nemanja Matić

Fuori dal campo è altrettanto calmo?

​“Mi arrabbio quasi solo quando perdo. La mia vita è incentrata sul calcio: guardo moltissime partite in tv e mia moglie Aleksandra ogni tanto si lamenta. Abbiamo tre figli: il più grande è Filip, ha 15 anni e gioca nel Sassuolo. Ha iniziato da attaccante nel Manchester United e nella Roma, adesso fa un po’ il 10 e un po’ l’8, credo che farà qualche altro passo indietro nel campo. Mi sembra di conoscerla questa storia... Le bimbe si chiamano Tea, 12 anni, e Anika, 7”.

Ha giocato in tante squadre. Ce n’è una che sente più sua?

​“Porto con me qualcosa di ogni esperienza, ogni città, ogni club. Allo United sono stato cinque anni e viene naturale pensare di più a quella squadra, ma tutte sono per me importanti”.

​Anche la Roma, quindi

​“Amo i tifosi giallorossi. E meritano molto di più. Lo stadio è sempre pieno, si avverte la loro passione. Dovrebbero avere la possibilità di lottare per il titolo ogni anno e invece non accade da troppo tempo. È come se qualcosa non permettesse la crescita della squadra. Io andai via solo per la mancanza di rispetto dei dirigenti che mi avevano garantito delle cose che non accaddero. Troppi rinvii al momento di rinnovare. Fu una questione di principio, non ero più un ragazzino. A Roma ragionavano solo su contratti annuali e scelsi altri progetti”

Amo i tifosi giallorossi. Dovrebbero avere la possibilità di lottare per il titolo ogni anno. Io andai via solo per la mancanza di rispetto dei dirigenti

Nemanja Matić

Mourinho è stato il suo allenatore al Chelsea, allo United e alla Roma. Era sempre lo stesso José?

​“No, a Roma era più tranquillo. Mourinho è un personaggio eccezionale e ha capito che le nuove generazioni sono diverse dalla nostra”.

Cosa è cambiato? 

“Le pressioni e come le gestisci. I social hanno modificato tutto. Per i giovani calciatori adesso è più difficile: chiunque pensa di poter fare informazione e apre un canale YouTube per esprimere giudizi magari senza averne la competenza. Non è facile concentrarsi sul lavoro ed essere sereni. Quando avevo vent’anni, leggevo il giornale e cercavo la pagella. Di me parlavano una, due o tre persone. Stop. Adesso ognuno dice e scrive ciò che vuole, ma il problema è che i ragazzi lo leggono. Così su un sito prendi un voto alto, su un altro prendi un voto basso e non capisci come sia possibile”.

Nello spogliatoio non si gioca più a carte come ai tempi del... Lupo? 

“No, però qui al Sassuolo giochiamo con le freccette. E c’è grande competitività. Abbiamo le fasce in base al valore: Champions, Europa League, Conference e Serie B. In Champions ci siamo io, Idzes, Pinamonti e poi uno tra Berardi e Thorstvedt. Il mister Grosso era in B, da poco è salito in Conference: si sta impegnando, ma è lunga. Per salire devi battere nello stesso giorno tutti i componenti della categoria superiore. Mica facile... E se non ci riesci scendi direttamente in B”. 

Con Conte come si è trovato? 

“Benissimo: grande tecnico e grande uomo. Servì un periodo di adattamento perché lui voleva fare i doppi allenamenti che in Inghilterra non si usano. Però capì la situazione, ci venimmo incontro e vincemmo la Premier League”. 

Secondo lei quali sono i motivi della lunghissima crisi dello United?

“Prima di tutto la pressione. Per l’ambiente è stato difficile capire che lo United non era la squadra più ricca d’Inghilterra e nemmeno la più forte. Ricordo che quando giocavo lì e facevo girare la palla indietro per passare da una fascia all’altra, la gente mugugnava. E se Old Trafford mugugna, i giovani possono risentirne. Poi credo che la proprietà non fosse sintonizzata con la mentalità e le aspettative dei tifosi. Pensava troppo ad altre cose, come il marketing. Perfino noi giocatori facevamo due ore di marketing a settimana. Adesso, però, qualcosa è cambiato: Carrick è stata un’ottima scelta, devono dargli un paio di anni per ricostruire la squadra”.

Roma-Siviglia, finale di Europa League. Si sentì derubato come Mourinho e i tifosi giallorossi? 

“Le chiedo: per lei quello era rigore? Vent’anni fa sicuramente no, ma oggi li fischiano. Comunque, peccato: era stata una grande stagione, sarebbe stato bellissimo alzare quel trofeo”. 

È vero che aveva litigato con Mihajlovic quando era c.t. della Serbia? 

“No, questa è una voce messa in giro da qualcuno. Le racconto come andò. Mihajlovic convocava abitualmente trenta giocatori, ma io ero la quinta scelta a centrocampo e nelle prime tre partite non avevo giocato nemmeno un minuto. Così dissi a un suo collaboratore che non volevo più essere chiamato: per me era una perdita di tempo. I giornalisti, sorpresi dalla mia assenza, chiesero a Mihajlovic i motivi e lui rispose che per tornare avrei dovuto chiedere scusa. Io non parlai mai con lui, non c’era nulla di personale. Un anno e mezzo dopo trovai una sua telefonata alla fine di un allenamento. Lo richiamai e mi chiese se volessi rientrare. Poi venne a vedere una mia partita a Lisbona e andammo a cena. Inizialmente aveva la sua solita faccia brusca, io cercai di spiegargli i motivi del mio rifiuto, lui sorrise e mi bloccò: ‘Tranquillo, non mi interessa il passato. Devi tornare in Nazionale: dobbiamo giocare con la Croazia e non possiamo perdere’. Finì 1-1”. 

Il litigio con Mihajlovic? Una voce messa in giro da qualcuno. Fu lui a chiedermi  di ritornare in Nazionale

Nemanja Matić

Cosa succede alla Serbia? 

“Non abbiamo qualità. Da troppo tempo la nostra scuola produce giocatori meno forti rispetto al passato. E nel calcio è entrata la politica, con pessimi risultati”. 

Come ha fatto il Sassuolo a convincerla?

“Con una bella riunione a Milano. Con me c’erano Giovanni Carnevali e Fabio Grosso. Mi hanno spiegato come funziona il club, l’importanza dei giovani. E poi ho visto lo splendido centro sportivo: per me è una cosa importante allenarmi in un posto che mi piace. È bello avere tanti ragazzi intorno, posso essere utile, spiegare alcune cose, farli crescere. Quando finirà la stagione, ci parleremo di nuovo. Il Sassuolo sa che se io sono felice non ho alcun problema ad andare avanti”. 

L’ha detto a Carnevali che lei vorrebbe giocare ancora una volta le coppe? 

“Carnevali lo sa e le vorrebbe giocare anche lui. In un mese ho capito che la salvezza non poteva essere il nostro unico obiettivo, però per crescere ci vuole tempo. In fondo il Sassuolo è appena tornato dalla B”.

Quella con l’Inter è stata la prima espulsione per proteste della sua carriera. Cosa successe?

“Un’incomprensione. Ho detto un vaffa... generico e ho mosso il braccio. L’arbitro ha pensato che fosse rivolto a lui e mi ha espulso. Ma con questo criterio ogni partita ci sarebbero tanti rossi”. 

Perché il calcio italiano è in difficoltà? 

“È rimasto negli anni Novanta. Il primo problema riguarda le accademie. L’ho visto con mio figlio: i settori giovanili in Inghilterra e Francia sono molto più avanti. Ti insegnano a dribblare, sviluppano la tecnica, ti invitano a divertirti cercando le soluzioni giuste. Un altro tema riguarda la tattica, che è importante ma condiziona troppo. In Italia molte squadre giocano con la difesa a tre e attaccano poco. Si dice che non c’è intensità, ma come può esserci se pensi soprattutto a difendere nella tua metà campo? Serve un progetto innovativo, altrimenti tra qualche anno la situazione sarà ancora peggiore. E mi dispiace, perché io adesso faccio parte del calcio italiano e vorrei vederlo su un altro livello”. 

Lei ha 37 anni, Modric 40, Ibra ha segnato a 41 abbondanti. E ci sono altri esempi. La Serie A è un campionato per vecchi? 

“Non la vedo così, perché poi entrano in ballo anche le qualità individuali. Modric è il migliore del mondo e può giocare dappertutto: in Premier, nella Liga, ovunque. Il Real sente l’assenza di Modric. È giusto sottolineare cosa non funziona in Serie A, ma non si deve mai sottovalutare che giocare in Italia resta molto difficile”. 

Cosa farà da grande? 

“L’allenatore. Cercando di essere me stesso, con le mie idee e le mie convinzioni. Poi vedremo se ne sarò capace”.

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