Il campione olimpico dei 100 rana sta recuperando da un infortunio alla spalla: "Fa parte del gioco. Ero vicino al ritiro, ma ho cambiato idea"
C'è un filo rosa che parte da una pasticceria di provincia, attraversa la Luna e finisce in vasca, tra corsie che sanno di fatica e ossessione. È il filo di Nicolò Martinenghi: campione olimpico, sì, ma soprattutto uomo che non ha mai smesso di inseguire l’infinito. Lo incontriamo sugli spalti della piscina di Riccione, a margine degli Assoluti Primaverili, mentre è fermo ai box per colpa di un infortunio. Parla piano, ma colpisce forte.
Nicolò, partiamo da quella storia curiosa: un post sulla Luna e un legame con la pasticceria. Che cosa c’è dietro?
“C’è una tradizione di famiglia. Mio nonno, a Varese, aveva una pasticceria. Nel 1969, quando l’uomo è andato sulla Luna, creò un aperitivo chiamato Apollo 11. Un cocktail rosa, molto scenografico, con una ricetta che è rimasta in parte segreta. Quando recentemente si è tornati a parlare di missioni lunari, mi è sembrato il momento giusto per raccontarla. È anche una forma di orgoglio familiare”.
Lei è uno che guarda spesso in alto, allora.
“Sempre. Nella mia vita ho avuto grandi sogni. Credo sia fondamentale: anche se non arrivi esattamente dove immagini, se punti in alto comunque arrivi lontano. Ho battuto l’inglese Adam Peaty e il cinese Qin Haiyang, per certi versi due alieni della mia specialità. Io mi sento uno che ha venduto cara la pelle, un gladiatore. Mi piace stare nell’arena, competere, mettermi alla prova”.
Eppure il fisico presenta il conto. Come sta oggi?
“Sono nel pieno di un infortunio (spalla, ndr). Sto lavorando per tornare, con calma. Mi alleno, cerco di non perdere troppo. Ma fa parte del gioco: lo sport ad altissimo livello è usurante. Non fa bene. Anzi, fa malissimo. Però è il nostro lavoro”.
Non è una visione disillusa?
“È realistica. Lo sport è bellissimo a livello amatoriale. Quando diventa prestazione estrema, entri in un’altra dimensione. Però senza questo non sarei mai arrivato dove sono arrivato. E accetto il prezzo”.
Ha avuto diversi stop in carriera. Cambia ogni volta l’approccio?
“Cambia, sì. Ma la base resta: serenità. Se ti agiti peggiori le cose. Io vedo gli infortuni come parte del percorso. Non esiste una carriera fatta solo di momenti positivi”.
Dopo l’oro olimpico, si è fatto un regalo?
“Non ancora. Ce l’ho in mente, sarà qualcosa di speciale. Ma sto aspettando il momento giusto. Dopo Tokyo mi ero regalato una collanina d’oro con i cinque cerchi. Tatuaggi? Non ne ho, al massimo mi piace ogni tanto cambiare il look”.
Parigi resta al centro. Ci tornerà da protagonista ad agosto per gli Europei?
“Io voglio sempre guadagnarmi tutto. Anche se ci fossero scorciatoie, non le prenderei. Se andrò a Parigi sarà perché me lo sono meritato in vasca nuotando il tempo di qualificazione. È l’unico modo che conosco”.
Mi sento uno che ha venduto cara la pelle, un gladiatore. Mi piace stare nell’arena, competere, mettermi alla prova
Nicolò Martinenghi
Ha mai pensato di essere arrivato, dopo aver vinto tutto?
“Proprio dopo aver vinto ho capito che le medaglie non sono la cosa più importante. Sono un “plus”. Noi nuotiamo per migliorare noi stessi, per superare i nostri limiti. Se poi questo significa battere gli altri, vuol dire che hai lavorato bene”.
Prima dei Giochi aveva detto: “vinco e mi ritiro, oppure cambio tutto”. È successo?
“Ero vicino anche a smettere. Poi qualcosa è cambiato, sì. Ma fa parte dell’evoluzione”.
Che rapporto ha con il suo allenatore Matteo Giunta?
“Molto forte. È una persona che studia, che vuole sempre imparare. Sa spronarti e allo stesso tempo tranquillizzarti. Oggi è una delle ragioni per cui sono sereno”.
A Verona si è creato un gruppo importante nel nuoto. Lo sente?
“Sì, è un ambiente stimolante. Ci sono tanti atleti forti, ci si allena bene. È bello far parte di questo movimento”.
Fuori dall’acqua, basket e calcio: quanto contano?
“Sono un grande tifoso di Varese. Il basket mi diverte molto dal vivo, c’è un’energia particolare. L’Inter la seguo sempre, anche se meno allo stadio. Mi affascina il parallelismo: sport di squadra e diversi, stessa pressione. Sono stato a Milanello, perché ero in classe con Matteo Gabbia. Adesso vorrei andare ad Appiano Gentile. Mi piace la cattiveria di Pio Esposito, che è molto forte fisicamente”.
Pressione che lei conosce bene. È davvero paragonabile a un rigore in una finale mondiale?
“Sì, è molto simile. Sei solo, in quel momento. Tutto dipende soltanto da te. È quello il punto in comune più forte”.
Riguarda mai la sua gara olimpica?
“No. Non la guardo. La medaglia? È a casa, ma non la tocco quasi mai. Addirittura una volta l’ho dimenticata quando sono andato al Quirinale. Ero assieme a Thomas (Ceccon, ndr) e siamo stati i primi ad andare senza medaglia perché l’avevamo dimenticata a casa. Abbiamo detto al presidente Mattarella: “Ci deve scusare, ma giuriamo che l’oro lo abbiamo vinto davvero!”. Il punto però è questo: la medaglia non è l’oggetto. È tutto il percorso che c’è dietro”.
Quindi cosa resta davvero?
“Quello che diventi mentre insegui qualcosa. La fatica, le cadute, le persone che incontri. La medaglia è solo la punta. Il resto è molto più profondo”









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