Luciano Benavides e la vittoria alla Dakar. Grazie anche alla musica del fratello Kevin

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Il pilota Ktm ha vinto l'edizione 2026. E ripercorre l’incredibile rimonta che gli ha consentito di aggiudicarsi il Rally Raid più celebre per appena 2 secondi

Federico Mariani

29 gennaio - 14:13 - MILANO

Quando ripensa alla Dakar 2026, Luciano Benavides appare visibilmente emozionato. Sorride, prende tempo, come se non riuscisse a trovare le parole giuste per descrivere le sue sensazioni. Sono trascorse due settimane dall’incredibile epilogo di Yanbu, in Arabia Saudita, quando il pilota argentino Ktm ha conquistato il Rally Raid più celebre con una rimonta pazzesca su Ricky Brabec. Il marchio del trionfo sta tutto in quei due secondi che hanno sancito il successo di Benavides. L’argentino ha ripercorso le tappe della cavalcata in un incontro aperto ai media, tra i quali era presente anche La Gazzetta dello Sport: "È stata una Dakar pazzesca, ancora non mi capacito di quanto è accaduto nelle ultime settimane".

tenace

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Su Benavides c'erano diversi dubbi: "Quest’anno è andato tutto nel migliore dei modi, anche se la mia condizione fisica era un punto interrogativo all’inizio della gara". L'argentino si era infortunato al ginocchio sinistro durante il Rally di Marocco, nell’ottobre 2025. Luciano prosegue: "Penso che tutto si possa riassumere così: mai smettere di crederci, qualsiasi cosa può succedere". Un atteggiamento riscontrabile nella condotta di gara dell’argentino: "Non ho mai cambiato approccio, anche quando Edgar Canet è uscito dai pretendenti per la vittoria finale dopo la prima Marathon e Daniel Sanders si è infortunato. Sapevo di essere l’ultima speranza per Ktm nelle tre tappe finali, ma mi sentivo diverso rispetto alle scorse edizioni. Ho solo pensato a dare il massimo. Mi sono focalizzato su me stesso. Il team e io eravamo una cosa sola. Forse uno o due anni fa non sarebbe stato lo stesso".

le svolte

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Benavides ripercorre la Dakar e individua alcune fasi cruciali: "La tappa 8 ha avuto un’importanza rilevante. Infatti ho fatto da apripista nella frazione più lunga tra dune, rocce e gole nel deserto, ma sono riuscito a conquistare tutti i bonus. Ho preso le decisioni giuste rapidamente. Credo sia stato il mio miglior giorno nella Dakar". Una frazione chiusa da vincitore e forse con effetti importanti: "Probabilmente quel successo ha influenzato i miei rivali sotto l’aspetto psicologico". Poi il racconto si sofferma sulla tappa 11. Il rivale Brabec aveva ceduto di proposito il comando della classifica generale a Luciano per sfruttare i suoi riferimenti nel giorno seguente: "Andava tutto bene, ma, mentre raggiungevo il punto di rifornimento, i piloti Honda chiedevano se mi fossi perso nel deserto. Forse Brabec pensava che io avessi frenato di proposito, come aveva fatto proprio lui in quell’occasione. Si era nascosto dietro cespugli e alberi. Ognuno adotta la tattica che preferisce e Brabec è un campione". Effettivamente la strategia del rivale sembrava aver messo in crisi lo stesso Benavides, distante 3'20" alla vigilia dell’ultima frazione: "Vedendo il distacco da Ricky, negli ultimi 10 chilometri della tappa 12 ho pensato che fosse finita. Ma in base ad alcuni segni, mi ero convinto che questa sarebbe stata la mia Dakar. Non importa come, qualcosa sarebbe successo". Un presentimento corretto.

il finale

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Restava l’ultima tappa, la numero 13. Luciano ricorda: "Avevo parlato con Pit Beirer (responsabile motorsport Ktm, ndr) la sera precedente, dicendogli: "Non so perché, ma sento di potercela fare. Spingerò dall’inizio alla fine". Poi ecco il sostegno di una persona speciale, il fratello Kevin, ex vincitore della Dakar: "Mi ha fatto ascoltare musica argentina per motivarmi. Poi ha detto: «Non smettere di lottare, continua a crederci». Ho spinto e a cinque chilometri dal traguardo è successo il caos. Penso di aver preso la decisione più difficile della mia vita. Ho seguito la mia traiettoria anziché quella tracciata da Brabec. Ed è stata la scelta giusta". Così, dopo 13 tappe e 7.906 km totali, sono stati solo 2 i secondi a fare la differenza. Il margine più ridotto di sempre nella Dakar moto: "È stato un finale incredibile, degno di un film o dell’episodio conclusivo di una serie Netflix".

ambizioni

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Del resto Luciano sognava questo momento da diverso tempo: "Erano nove anni che inseguivo la vittoria. È stato come togliermi un peso dalle spalle". Poi ricorda: "Quando la Dakar passò a Salta, la mia città, nel 2013, osservai la gara, vicino a casa. In quel momento era impossibile immaginare che avrei vinto questa competizione. Vidi Marc Coma davanti a tutti e pensai: «Questa corsa è davvero molto speciale». Catturò la mia attenzione, iniziai a seguirla, anche se praticavo enduro in quel momento. Per me e Kevin essere i primi fratelli a vincere la Dakar è qualcosa di irreale". E il pilota Ktm ha altri sogni nel cassetto: "Vorrei vincere il Mondiale di nuovo. C’ero già riuscito nel 2023. Mi piacerebbe farlo nell’anno in cui ho conquistato la Dakar. Non sarà semplice perché mi sono infortunato al ginocchio sinistro e dovrò sicuramente farmi operare. Prima però intendo gareggiare in Portogallo e Argentina. Poi mi sottoporrò all’intervento chirurgico perché avrò un buon margine di tempo per farmi trovare pronto al round in Marocco". Il re della Dakar ha ancora fame di successi.

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