Il Pocho si racconta al Corriere della Sera: "Sono stato in clinica e ora sto bene ma il mio percorso non è finito. Voglio vivere per i miei figli. Pocho? Era il nome del mio cane morto: si chiamava Pocholo"
16 aprile - 10:02 - MILANO
Anche alla fine dei tunnel più bui, quelli che sembrano non finire mai, una luce c'è. Bisogna "solo" non fermarsi e continuare a camminare. È quello che ha fatto Ezequiel Lavezzi: nella galleria della depressione non ha avanzato a tentoni, ma ha scelto di chiedere aiuto. È stato ricoverato e ha affrontato il percorso mano nella mano con i suoi cari. "Grazie al sostegno di mia moglie e della mia famiglia mi sono affidato a degli psicologi e ad altri specialisti di una clinica", ha raccontato in un'intervista al Corriere della Sera. "Il mio percorso non è finito. A chi soffre così dico: chiedete aiuto". Dalla fine del 2023, per l’ex Napoli, era buio pesto: "Ho conosciuto l’oscurità. Mi facevo del male. A me e a chi mi stava vicino. Alternavo depressione a crisi di ansia. Non ero mai lucido, la testa piena di pensieri negativi". Una situazione da cui sta uscendo anche grazie alla nascita del secondo figlio: "È arrivato in un momento difficile della mia vita, mi ha aiutato a salvarmi. Mi sta insegnando un nuovo modo di essere padre".
gratidudine
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Da Punta del Este, dove è iniziata la sua risalita, Lavezzi rassicura: "Ho attraversato un periodo difficile, ma ora sto bene". Il percorso però non è archiviato e Lavezzi non prova a semplificarlo, ma lo rilegge: c’è dolore, ma anche una forma di orgoglio per aver accettato le proprie fragilità e averle affrontate. "Sono un uomo più consapevole e maturo. Provo gratitudine: star così male mi ha cambiato come persona", spiega, con la lucidità di chi ha capito che "a volte non puoi conoscere la luce senza aver visto il buio". Attorno, nel momento peggiore, le voci di chi speculava sulla sua condizione: "Se mi hanno ferito? Sì, ma erano cose che non potevo controllare. Ero l’unico a sapere davvero cosa stessi attraversando".
il calcio
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Il calcio, intanto, resta sullo sfondo. "È stato e sarà sempre il mio migliore amico. Ma ora sto bene così", dice, ma senza nostalgia. Anche la scelta di fermarsi a 34 anni nasce da questa consapevolezza: "Ero stanco, sentivo che era arrivato il momento di smettere e volevo farlo quando ancora ero ad alti livelli. È stato un gesto di rispetto nei confronti del calcio. Il pallone mi ha salvato". Il calcio per Lavezzi infatti prima di essere una carriera è stato una via d’uscita. Infanzia complicata, genitori separati, una madre sempre al lavoro e la strada come alternativa: "Nel mio quartiere si spacciava droga, si girava armati. Senza pallone non so dove sarei finito". Eppure c’è stato anche un momento in cui aveva smesso: "Dai 13 ai 15 anni, mi misi a fare l’elettricista. Il calcio mi annoiava, come poi mi è capitato altre volte in carriera. Un giorno però giocai una partitella con gli amici e dei procuratori mi notarono e mi proposero di tornare: 'Ma devi iniziare a fare una vita da professionista'. Accettai".
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L’Italia arriva subito dopo. Lo voleva l'Atalanta, disposta a dargli anche la cifra da lui richiesta, ma: "Poi si è presentato il Napoli. Per noi argentini era la città di Maradona. Ho rinunciato ai soldi, ma sentivo di dover scegliere l’azzurro". Lavezzi segue l’istinto. E non sbaglia. "Sono stato travolto dall’affetto e dalla passione dei napoletani", racconta, descrivendo anche scene quotidiane fuori scala, come "50 tifosi sotto casa tutte le mattine". Con quella maglia nasce il Pocho - un soprannome legato a un ricordo personale "era il nome del mio cane morto: si chiamava Pocholo" - e nasce una storia sportiva importante: il ritorno del Napoli in Champions: "Al tempo era una follia. È stata una storia d’amore incredibile, e un legame che non si spezza. In Italia c’è solo il Napoli per me", dice, spiegando perché, nonostante le chiamate delle big, non abbia mai cambiato. Il passaggio al Paris Saint-Germain è un altro capitolo, dentro un progetto agli inizi che poi diventerà vincente. "Sono stato bene", sintetizza, ma senza mettere tutto sullo stesso piano: "Niente supererà Napoli, il posto che più ho amato". Nella sua vita il calcio oggi è una presenza lontana, qualche partita in tv e poco più. Quel che conta ora per Lavezzi è il presente, la sua famiglia: "Voglio essere una persona che non dimentichi quello che ha passato, che riesca ad accogliere la semplicità e che si goda la famiglia. Voglio vivere, ho la fortuna di avere due figli, il dono più grande della vita".
La Gazzetta dello Sport
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