La sua patria lo odiava, ma quel pomeriggio a Wembley Jimmy si vendicò

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Prigioniero durante la prima guerra mondiale, ripudiato da Londra come traditore, Hogan sapeva che Inghilterra-Ungheria non sarebbe stata una partita qualunque: il calcio, agli avversari dei Tre Leoni, l'aveva insegnato lui...

Andrea Schianchi

Giornalista

29 agosto - 11:58 - MILANO

Il pomeriggio di mercoledì 25 novembre 1953 a Jimmy Hogan le torri di Wembley sembrarono ancora più alte e maestose di quando le aveva viste l'ultima volta. Erano le guardie del tesoro, da sempre tutti le consideravano così. A Wembley nessuno venuto dal continente aveva mai battuto l'Inghilterra: il tempio era vergine, l'onore salvo. Tutto il popolo si cibava di questa retorica: siamo i maestri del calcio, noi lo abbiamo inventato e siamo i depositari di tutti i suoi segreti, nessuno gioca meglio di noi. Jimmy Hogan non aveva mai dato retta a questi discorsi, forse perché di carattere era sempre stato un po' ribelle. E lo era anche adesso, a settantun anni compiuti. In Europa lo consideravano un santone del calcio: ovunque, in Austria e in Germania, in Olanda, in Ungheria e in Svizzera, aveva insegnato a tirare calci a un pallone e aveva spiegato come si doveva stare in campo, come ci si doveva muovere, che cosa si doveva fare se si voleva sconfiggere l'avversario. E con i suoi metodi aveva vinto e divertito la gente. 

Il ribelle santone del calcio


Eppure in Inghilterra, cioè a casa sua, era vietato pronunciare il suo nome: non lo sopportavano, i giornali non lo intervistavano o, quando lo facevano, gli dedicavano al massimo due colonne nascoste in fondo all'ultima pagina. Era un maledetto. Colpa di una storia che resisteva da quarant'anni e che adesso, in questo giorno d'autunno, lui sperava di riscrivere una volta per tutte. Alle ore 14.15 andava in scena uno spettacolo che era stato definito "La Partita del Secolo": i Maestri dell'Inghilterra difendevano il loro tempio contro i giovani dell'Ungheria, la nazionale più forte del momento, campione olimpica in carica. Non era soltanto una sfida di calcio, ma una battaglia culturale, sociale, politica: era l'imperialismo contro il comunismo, era il vecchio regime contro il nuovo che avanzava e spaventava. Il biglietto non ce l'aveva, nessuno aveva pensato di fargliene avere uno, un invito, un ingresso omaggio, un tagliando speciale. Niente di niente, invece. Non si erano dimenticati, lo avevano fatto di proposito. Si trattava senz'altro di un'azione studiata, pensò: perfidi com'erano, era perfettamente in linea con il loro stile. Ma non gl'importava granché, aveva i soldi per permettersi di comprare un biglietto. E non uno qualsiasi: tirò fuori cinque sterline dal portafogli e chiese il posto più vicino alla tribuna d'onore. Voleva vederli in faccia gli uomini che gli avevano rovinato la vita e che passavano le giornate a sbandierare la loro superiorità morale e poi non avevano nemmeno il coraggio di affrontare un vecchietto come lui. 

Hogan conquistò 5 titoli con l'Ungheria tra il 1916 e il 1920


Per giorni, dopo aver appreso che era stata organizzata questa partita tra Inghilterra e Ungheria, credette che tutta la sua storia fosse ormai stata dimenticata, che nessuno avesse più voglia di combattere una battaglia che non avrebbe mai avuto né vinti né vincitori. E poi, si ripeteva, che senso ha ricordare una faccenda di quarant'anni fa? Perché insistere con questo tormento? Ogni mattina era andato alla buca delle lettere, davanti a casa, e ogni mattina aveva sperato di trovarvi dentro una busta che contenesse il biglietto per la partita. Continuava a dirsi: non è possibile che mi abbiano cancellato, che io non esista più nella loro memoria. In fondo, quale colpa aveva se allo scoppio della Prima Guerra Mondiale era a Vienna, cioè in territorio nemico? In Austria lavorava, faceva l'allenatore, ci viveva con sua moglie, non era certo un delinquente. Lo arrestarono perché era un inglese, cittadino di uno Stato che era entrato in guerra contro l'impero asburgico. Sei mesi di galera: pane, acqua e patate tutti i giorni. 

Poi, inaspettatamente, un signore s'interessò al suo caso. Era un nobile: un barone, per la precisione. Gli offrì aiuto. Promise di occuparsi di sua moglie, che era incinta del primo figlio, e di organizzare il viaggio di ritorno in Inghilterra, che a quei tempi, a guerra in corso, era una specie di avventura non senza pericoli. In cambio lui avrebbe dovuto accettare di trasferirsi a Budapest per allenare la squadra di calcio di cui il barone era presidente. Che cosa avrebbe dovuto fare? Non accettare il compromesso? Avrebbe dovuto comportarsi da eroe, rifiutare la proposta e vedere la sua famiglia in rovina? Dopo aver valutato con attenzione la situazione e averla osservata da tutti i possibili punti di vista, Jimmy Hogan rispose sì. Restò a Budapest per tutto il periodo della guerra. Insegnò il calcio ai bambini, ai ragazzi, e quando finalmente venne la pace riuscì a tornare a casa sua, in Inghilterra. Cercò un lavoro presso la Football Association, la più importante organizzazione calcistica del Paese, e gli risposero che per lui non c'era nulla. "Lei ha lavorato per il nemico, mentre i nostri giovani morivano al fronte. E adesso vorrebbe un lavoro? Si vergogni! Lei è un traditore, fuori di qui!", gli gridarono durante un burrascoso incontro a Londra. Non lo fecero nemmeno parlare con il presidente dell'associazione, ma con il segretario. 

Da allora durava questa maledetta storia di odio, e Jimmy Hogan non la sopportava più. Sapeva di non avere colpe, sapeva di non essere un traditore, e allora, anche se le gambe gli tremavano e non erano più quelle di una volta, se loro volevano proseguire la guerra, che facessero pure: lui era pronto. Vengano avanti se hanno coraggio! Ma il coraggio, continuava a ripetersi, quelli non ce l'hanno: si proteggono l'uno con l'altro, si nascondono, non hanno il fegato di affrontarmi e di mettere la parola fine a tutta questa vicenda. Era stata sua moglie ad aprirgli gli occhi, una mattina. Lo aveva visto rientrare in casa deluso dopo aver guardato nella buca delle lettere e non averci trovato dentro nulla e allora gli aveva detto: "Guarda, Jimmy, che si comportano così perché non ti hanno dimenticato, perchè tu sei ancora nella loro memoria, sei un fantasma che continua a tormentare le loro coscienze. Sanno di essere stati ingiusti con te, ma non possono ammetterlo perché sono dei vigliacchi". 

Ungheria-Inghilterra

La "partita del secolo"

25 novembre 1953

Mentre ritirava il biglietto di tribuna laterale e prendeva anche il piccolo opuscolo del programma della partita, osservava gli altri spettatori passargli a fianco e, per un attimo, ebbe l'impressione che tutti gli lanciassero uno sguardo di sfida. Cercò il suo seggiolino: fila H, numero 11. Eccolo. Puntò gli occhi sul prato verde di Wembley, poi li alzò leggermente e li vide muoversi, correre, sgambettare, passarsi il pallone, ridere, scherzare. I giocatori, finalmente. Anche se era piuttosto distante da loro riuscì a distinguerne i volti, colse persino le espressioni delle facce. Aprì l'opuscolo che gli avevano dato quando aveva acquistato il biglietto, quello del programma della partita, e lesse i nomi. Inghilterra: Merrick; Ramsey, Eckersley; Wright, Johnston, Dickinson; Matthews, Taylor, Mortensen, Sewell, Robb. Allenatore: Walter Winterbottom. Ungheria: Grosics; Buzanszky, Lantos; Bozsik, Lorant, Zakarias; Budai, Kocsis, Hidegkuti, Puskas, Czibor. Allenatore: Gusztav Sebes. Arbitro: Leo Horn (Olanda). Il palco d'onore si stava riempiendo, ormai c'erano quasi tutti. Ma Jimmy Hogan non guardava, continuava a fissare ciò che avveniva in campo, osservava attentamente i giocatori che si preparavano. Quello è Puskas, il colonnello. E quello è Hidegkuti: chissà in quale ruolo giocherà? Forse oggi l'allenatore lo utilizzerà in modo diverso rispetto alle partite precedenti. E quello... Quello è Boszik, il cervello: secco come un tronco d'albero, le gambe lunghissime e soltanto un ciuffetto di capelli in testa. Senza di lui l'Ungheria sarebbe poca cosa. Ogni azione passa dai suoi piedi, sa disegnare sul campo linee di passaggi talmente precisi da far invidia a un architetto. Si accorse che, mentre lui stava osservando con una curiosità che aveva qualcosa di maniacale i calciatori ungheresi, tutti gli spettatori si concentravano sui giocatori dell'Inghilterra: Stanley Matthews che faceva una piroetta con il pallone, il capitano Wright che chiacchierava con Mortensen e chissà che cosa si dicevano, Johnston che, sdraiato a terra, effettuava una serie di esercizi per allungare i muscoli delle gambe. Ascoltava i discorsi dei suoi compagni di tribuna: avevano fiducia, erano ottimisti, sostenevano che avrebbero vinto alla grande. 

Gusztav Sebes e Jimmy Hogan

E ancora una volta, come gli era capitato spesso nella vita, percepì la sensazione, strana ma non sgradevole, di essere dalla parte sbagliata. Tutte le paure e tutte le ansie svanirono appena l'arbitro fischiò l'inizio della partita. E da quel momento furono novanta minuti indimenticabili, i più belli della sua vita. Jimmy Hogan vide l'Ungheria schiacciare l'Inghilterra, umiliarla. Terminò 6-3. La prima sconfitta dei Maestri sul loro campo per mano di una squadra del Vecchio Continente. Il pubblico lasciò lo stadio in silenzio, lui si tenne dentro l'emozione. Il presidente della Federcalcio ungherese dichiarò ai giornalisti, subito dopo il trionfo, che tutto quello che conoscevano riguardo al calcio lo avevano imparato da un inglese: Jimmy Hogan. Era la fine dell'incubo. Aveva vissuto un'esistenza da maledetto, odiato dai suoi stessi compatrioti, sbeffeggiato, ma alla lunga ne era valsa la pena. La vittoria dell'Ungheria era la sua vittoria. Contro i pregiudizi, contro la supponenza, contro la volgarità, contro la cattiveria. E finalmente Jimmy Hogan si sentì in pace con se stesso.

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