La campionessa mondiale juniores, dopo un grave incidente e numerosi infortuni, ha conquistato il primo podio individuale in Coppa del Mondo a Rio de Janeiro.
Alberto Fumi
8 agosto - 15:22 - MILANO
Una carriera costellata da successi precoci, tanti infortuni, grandi soddisfazioni agonistiche e un grave incidente che ha messo in dubbio la sua carriera nel triathlon. Beatrice Mallozzi, romana del 2000, ha conquistato pochi giorni fa il suo primo podio in Coppa del Mondo, terminando al terzo posto la prova di Rio de Janeiro dopo aver centrato il quarto posto a Edmonton ed aver contribuito al successo della staffetta mista italiana in Canada. La più giovane vincitrice di un titolo italiano sprint nel 2017, iridata juniores nel 2019, nel 2022 è stata vittima di un grave incidente in bicicletta durante un allenamento, che l'ha costretta a un lungo stop e a un percorso di recupero fisico e mentale, prima di rientrare alle competizioni. E ora, dopo oltre 70 gare internazionali e quattro titoli italiani, è arrivato il significativo podio internazionale in Brasile. “Sto cercando di capire anch'io che cosa sia successo, ma è come se me lo sentissi. Negli ultimi due anni sono riuscita ad avere costanza, il podio è come se fosse un premio al percorso che fai giorno dopo giorno. Ho fatto una gara solidissima, forse la migliore degli ultimi anni, forse una delle gare più solide della mia vita. Però non so, forse sono un po' insoddisfatta, perché mi è mancato quel qualcosina in più per poterla vincere”.
Visto che la vittoria le manca, ora ha ancora più fame?
“Ero così vicina alla vittoria, che mi è rimasto un po' di rammarico. Da giovane vincevo molto più spesso, adesso arrivo da anni difficili. Ho passato momenti brutti, quelli dell'incidente e degli infortuni, e se mi avessero detto che avrei conquistato un podio in Coppa del Mondo, non ci avrei creduto. È una sensazione bella, sono capace di dimenticare tutte le cose brutte che ho passato. E poi, quando faccio qualcosa di positivo, lo rendo facile, come quando vinsi il titolo italiano a Lignano, a 17 anni: mi sembrava tutto molto semplice, quasi scontato”.
Come ha affrontato quei momenti bui, in cui tutto si ferma, compresa la carriera?
“Mi hanno segnato tanto, nel senso, è come se avessi preso tante pugnalate. E negli anni, a causa di questi intoppi, spesso mi sono presentata alle gare lontana dalla miglior forma perché mancava tanto allenamento. Tra infortuni e soprattutto dopo l'incidente in bici non avevo nemmeno la certezza di poter tornare al triathlon. E poi, quando ho iniziato ad allenarmi di nuovo, è arrivata la parte peggiore. Il recupero era lento, mi ero rotta anche la scapola e la clavicola, con seri dubbi sul mio recupero completo. Ti dici che il peggio è passato, sei sopravvissuta, ma poi ti devi fare il mazzo per tornare. E devi fare i conti con tutte le tue paure, i tuoi dubbi, le tue incertezze, perché il tuo corpo non è più quello di una volta”.
Come stava di testa quando è tornata dopo l'incidente?
“Era cambiato tutto, c'è voluto tanto tempo per ricostruire, si può dire, un'autostima. La mia personalità è cambiata e va bene così: forse adesso sono molto più preparata di prima, molto più solida. Però, per arrivare a questo, ho dovuto cambiare tanto: ho lasciato Roma per trasferirmi a Girona con il gruppo guidato da Joel Filliol, staccarmi dalla comfort zone, dal contesto in cui stavo benissimo. È stato difficile lasciare Mauro Tomasselli, il mio allenatore, con cui sono cresciuta e mi ha guidato per tanti anni: mi ha insegnato tanto, mi ha trasmesso il valore del divertimento quando ci si allena e si gareggia e dell'umiltà”.
Ha trovato un nuovo equilibrio in questa scelta radicale?
“È stata una scelta consapevole. Sapevo di aver già perso un quadriennio olimpico e quindi dovevo cambiare passo. Ho preso tante mazzate, ma sono tornata ad avere fiducia nel mio corpo. Prima sono tornata ad allenarmi senza avere intoppi, poi per cercare la performance: ora volevo il podio in Coppa del Mondo, sapevo di poterlo raggiungere, ma certe volte devi fare i conti anche col tuo passato. Le paure ti trattengono ed escono fuori proprio in gara: lì devi stringere i denti per dare quel qualcosa in più, qualcosa che hai dentro, quel fuoco che ti fa capire che lo vuoi davvero. Io sono sempre stata un po' così, con tanta voglia di vincere che ti proietta anche oltre i tuoi limiti”.
Come si trova in questo nuovo ambiente di allenamento?
“Sono andata ad allenarmi con i migliori al mondo. L'obiettivo è allenarsi ogni giorno con stimoli diversi, facciamo tantissime ore di allenamento, ma sto bene, sono serena e mi diverto. Ho compiuto anche un salto di qualità nella gestione dell'allenamento e del recupero, oltre ad acquisire una mentalità molto più professionale. Qui lavoro con chi fa podio nella serie mondiale, con ragazze che hanno già gareggiato ai Giochi Olimpici: gli stimoli non mancano mai”.
Che obiettivi si è posta?
“Da piccola volevo tutto subito, adesso ho capito che nella vita ci vuole un po' più di pazienza per raggiungere gli obiettivi. Vedevo tutto in grande, volevo podi mondiali, Olimpiadi, ma devo procedere step-by-step. Un grande risultato va costruito e metabolizzato. Faccio un esempio: quando vinsi il Mondiale Juniores, sapevo da tempo che avrei fatto mia quella gara, che qualunque cosa fosse successa, la avrei gestita. Quindi oggi ridimensiono i miei obiettivi, ma una volta acquisiti mi consentono di guardare oltre. Voglio gareggiare in World Series, ottenere risultati, poi buttare la palla sempre più lontano e pensare in grande, ma senza costruire false illusioni. Oggi non voglio fare il passo più lungo della gamba, ma se ho lasciato Roma ripianificando la mia vita è perché è ancora accesa la voglia di qualificarsi ai Giochi Olimpici”.
La Mallozzi che aveva 19 anni ed era la migliore al mondo tra le juniores, sarebbe contenta della Beatrice di oggi?
“Sicuramente sì e vorrei raccontare questa storia, magari dopo aver fatto qualcosa di grande. Vorrei spronare qualcun altro che sta passando un momento brutto, che tutti prima o poi attraversano. La chiave sta a come reagisci a ciò che ti succede, a come ti racconti la tua storia, nella voglia di provarci ancora e rialzarsi, nonostante le delusioni. Sono stata molto resiliente e sono certa di aver compiuto dei passi che non tutti avrebbero fatto. Mi sono fatta un mazzo enorme per tornare, sfidando le paure, l'autosabotaggio, compiendo sempre uno sforzo in più e finalmente sto trovando il coraggio di osare. Ancora oggi mi chiedo perché mi sono successe tutte queste cose negative, ma è più importante riuscire a fare quel passo avanti che ti fa sembrare tutto in discesa, quella discesa che ti porta verso qualcosa di grande, verso una medaglia pesante che rende la tua storia ancora più importante da raccontare”.











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