L'intervista impossibile: "Io Varenne vi racconto la banda di sciroccati del mio team vincente"

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Sulla Gazzetta consegnammo il dono della parola al Capitano: "Noi sempre allegri, impazienti di spaccare tutto. E ci siamo riusciti quasi sempre, ce la siamo proprio spassata"

Michele Ferrante

Giornalista

18 agosto - 15:15 - MILANO

La Gazzetta dello Sport si divertì a fare interviste impossibili a personaggi morti o a... cavalli! Ecco quella scritta da Michele Ferrante con il Capitano del trotto.

Scusi Varenne , ma lei parla?

"Eh, certo. Con questa storia che mi mancava solo la parola avevate un po’ stufato, sono anni che la sento. Contenti ora?"

Ma è un modo di dire verso gli animali che sembrano dotati di particolare intelligenza…

"Sarà… Sappiate però che a me il dono della parola è arrivato presto, ma è anche vero che non avrei mica potuto mettermi a discutere col primo arrivato, la mia vita sarebbe diventata un inferno…"

E invece che vita è stata la sua? Il trottatore più forte di tutti i tempi, osannato negli ippodromi di mezzo mondo.

"Niente male, direi. Certo, quando facevo il cavallo da corsa ho avuto qualche problema di privacy, vedermi correre per voi era molto divertente, pare. E alla minima occasione tentavate di dimostrarlo. Alla fine ho dovuto adeguarmi. Atteggiamento educato, ma senza darvi troppa confidenza. E silenzio di tomba".

Il suo italiano è perfetto…

"Ne so quattro, di lingue, meriterei la laurea. Perché quattro? Ve lo spiego. La consapevolezza mi è arrivata in uno strano momento della vita. Mi tenevano fermo e immobilizzato in un box, mi faceva malissimo una zampa. E ho imparato a capire gli uomini che mi stavano intorno. Francesi".

Era un puledro, un bambino diremmo noi. Bloccato dai postumi di un’operazione a un ginocchio in Francia. Nel centro di allenamento di Jean Pierre Dubois, suo padrone di allora.

"Se ci ripenso, quel periodo poco felice è stata la mia fortuna. Mi sentivo cavallo, ma in quelle lunghissime giornate di immobilità non capivo quale fosse lo stile di vita della mia specie. Così, quando sono guarito, qualsiasi cosa dovessi fare era in movimento, anche molto veloce. Il paradiso, ragazzi…".

E ha iniziato a diventare il trottatore del secolo… Ma torniamo alle lingue.

"A un certo punto mi hanno messo su un camion… viaggio lunghissimo. Nuova casa, nuova vita con un affare con le ruote attaccato dietro e un signore seduto sopra che mi pregava di trottare. E a me tutto sommato piaceva anche, perché mi veniva facile. E pare che andassi piuttosto forte. Quel signore parlava svedese e altri che gli ronzavano intorno in italiano".

Sta alludendo al suo arrivo in Italia, al sulky con Roger Grundin, il guidatore della sua prima corsa, a Bologna. Andava già fortissimo, ma galoppò sulla prima curva, venne squalificato, ma riprese a trottare e concluse lo stesso a razzo.

"La verità è che non sono riuscito a regolare la velocità in curva. Per evitare di andare dritto e schiantarmi contro lo steccato ho dovuto galoppare. Ma ho capito in fretta e non ho quasi più rifatto quell’errore".

A quel punto iniziò la sua favola. La vendita a Enzo Giordano, Jori Turja allenatore, Giampaolo Minnucci driver e Iina Rastas “tata”.

"Una banda di sciroccati. Parlo di un piccolo plotone. Si muovevano in tanti, tra amici e amici degli amici. Ovunque, anche dall’altra parte del mondo. Ogni tanto arrivava qualcuno a darmi due carezze, io abbozzavo senza grande entusiasmo e via. E ho anche imparato il finlandese di Turja e Iina. Un casotto all’inizio, suoni lontanissimi dalle altre lingue che già conoscevo. Ma Iina stava con me quasi 24 ore al giorno e alla fine…".

Due parole per il suo team. Partiamo da Enzo Giordano, il proprietario.

"Mi ha ronzato spesso intorno, ma ho sempre fatto una fatica boia a capire cosa dicesse. Parlava con un filo di voce, avrei voluto chiedergli di alzarla un po’, ma mi sarei tradito. Con il mio proprietario avrei voluto una dialettica più vivace, ma tant’è".

Giampaolo Minnucci, il driver.

"Un adorabile paraculo. Il nostro grande segreto è stato quello di azzerare la pressione prima delle corse più importanti. Molti se la facevano sotto, uomini e cavalli intendo. Noi sempre allegri, impazienti di spaccare tutto. E ci siamo riusciti quasi sempre, ce la siamo proprio spassata io e lui".

Sapeva che Minnucci portò i soldi di Enzo Giordano da consegnare per il suo acquisto nelle mutande?

"Sì, certo, Giampaolo è capace di tutto e per questo lo adoro. Infatti gli permettevo di mettermi in testa il suo casco davanti ai fotografi... anche se mi sentivo un po’ scemo…".

L’allenatore Jori Turja.

"Del gruppo è il più simile a me. Molto freddo, senza fronzoli e slanci di affetto. Abbiamo avuto un ottimo rapporto professionale. Lui mi allenava bene, io andavo come un missile. Qualche volta ha esagerato, facendomi correre quando ero un po’ stanco. Poi ha capito come funzionavano le cose e tutto è filato liscio".

Iina Rastas. La custode.

"Con lei ho avuto la tentazione di rompere il silenzio, ma ho sempre preferito evitare. Anche perché la telepatia funzionava perfettamente. Dolce, affettuosa senza eccessi e soprattutto incredibile nel comprendere le mie esigenze. Lei mi parlava e io rispondevo a mio modo...".

Grandi vittorie, grandi avversari.

"Tra noi cavalli abbiamo sempre avuto rispetto, alle volte mi hanno fatto tenerezza quelli che dovevano tentare di battermi. Ho sempre detto loro di fare finta di provarci. Quasi tutti nel chiacchiericcio prima della corsa erano già rassegnati, ma i francesi no, sempre un po’ snob e presuntuosi. Quando mi hanno battuto nel primo Amérique me la sono legata. E infatti ne ho poi vinti due di seguito, su quella pista nera che mi piaceva da matti".

Quindi parlavate tra cavalli?

"Ma scusi, riusciamo a parlare a voi uomini e vuole che non lo facciamo tra di noi? Più che altro battute volanti in pista, con gli avversari. Mancava il tempo per approfondire. Invece con i compagni di scuderia potevamo discutere con più calma".

E di cosa?

"Della vita, di noi cavalli che vi diamo sempre tutto e di voi uomini che non sempre ci portate il rispetto che meriteremmo. Poi dipende dai casi, io sono uno di quelli molto fortunati".

Ha smesso di correre nel settembre 2002. Com’è cambiata la sua vita?

"È cambiata che da allora me la spasso. Tutto il giorno a casa a Vigone, in box o in un paddock a scorrazzare, anche di galoppo ovviamente. Ogni tanto arriva qualcuno a farmi delle feste, una volta all’anno per il mio compleanno mi fanno un mega party con una torta di mele e carote. E ci sono sempre tanti bambini. Adoro i vostri cuccioli, e ho un debole per Alice, una ragazzina in carrozzella che mi è entrata nel cuore. Lei può farmi quello che vuole, me la porterei a casa. E poi ogni tanto anche qualche bella gita. Camion, viaggetto, sfilata su qualche pista e in qualche piazza. Applausi, io me ne sto buono e me li godo. Poi torno di nuovo a casa".

È diventato anche un grande riproduttore, padre di migliaia di puledri tra cui tanti campioni, vincitori di oltre 150 Gran Premi.

"Per noi cavalli il concetto di paternità è diverso. I puledri nei loro primi mesi stanno con la madre e stop. Il papà manco lo vedono. Quindi mi fa piacere, ma sinceramente il coinvolgimento è relativo".

Anche perché con l’inseminazione artificiale non ha mai fatto l’amore con una giumenta in carne e ossa, ma solo con una specie di cavalletto gigante simile a quelli della ginnastica artistica...

"Ecco, appunto. Possiamo cambiare argomento per favore?".

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