tra parentesi
Contenuto premium
Antonelli non era stato scelto Academy del Cavallino, ma guidare la Rossa non è solo guidare, significa portare il peso di un mito. Non c'è spazio per l'errore
Kimi Antonelli ha già smesso di essere un talento per diventare un caso nazionale. Succede quando attorno a un ragazzo cominciano a stringersi aspettative che non gli appartengono più: l’ultimo prima di lui a cui è successo è stato il suo amico Jannik Sinner che forse anche per questo riconoscersi è stato così affettuoso verso il piccolo Kimi. Antonelli, 19 anni, non è semplicemente un ragazzo che corre forte, è “il nuovo”, quello che deve riportare qualcosa che sentiamo di aver perso, o di non aver mai davvero avuto (se non in tempi antichi), un italiano in grado di vincere il Mondiale. Un giovane che non è solo se stesso, è la proiezione di un desiderio collettivo, spesso irrisolto. La Formula 1 è sempre stata un acceleratore di carriere, ma in Italia è anche un moltiplicatore di pressioni. Più che in altri Paesi, la protezione dura poco e la misura è immediata, pubblica, spesso definitiva. È il prezzo della passione, certo, ma anche di una certa impazienza. La tentazione di accelerare le storie è forte, perché il racconto del “predestinato” è irresistibile. Ma ogni accelerazione porta con sé il rischio di bruciare chi si voleva esaltare. Non a caso Julio Velasco nell’intervista pubblicata ieri sulla Gazzetta ha detto: "I giovani se sbagliano non ricevono una critica ma vengono giudicati. Faccio sempre questo esempio: Yamal a 16 anni non avrebbe mai fatto il titolare in una squadra di calcio italiana. Nel Barcellona sì".










English (US) ·