Iran, Trump e gli Accordi di Abramo: una lunga storia tra fiumi di parole e realtà

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Il tycoon vuole allargare gli Accordi ad Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania. E scrive la parola "obbligatorio", arrivando a ipotizzare un coinvolgimento di Teheran

Donald Trump e gli Accordi di Abramo. Una storia che il tycoon vorrebbe si ripetesse. Era il 2020, era il primo mandato di Trump alla Casa Bianca. Bahrein ed Emirati Arabi uniti decisero di normalizzare i loro rapporti con Israele nell'ambito degli Accordi di Abramo, con la 'mano' degli Stati Uniti. Si unì poi il Marocco. Poi ancora, l'anno successivo, l'ambasciata Usa a Khartoum annunciava la firma da parte del Sudan della "Dichiarazione degli Accordi di Abramo" per spianare la strada alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Lo scorso anno il Kazakistan è diventato il primo Paese ad annunciare un'adesione durante il secondo mandato di Trump alla Casa Bianca. "Esclusivamente nell'interesse del Kazakistan", dicevano da Astana.

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Adesso Trump parla di allargare gli Accordi ad Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania e scrive la parola "obbligatorio" dopo che nei giorni scorsi era già tornato a evocare "gli storici Accordi di Abramo". Non solo, il tycoon arriva anche a ipotizzare un coinvolgimento dell'Iran. Nella passata Amministrazione era stato Jared Kushner, genero del tycoon, l'architetto principale degli Accordi di Abramo. E Kushner resta sotto i riflettori nella 'nuova' Amministrazione Trump.

Da tempo il presidente auspica di allargare gli Accordi e riuscire a spingere Riad verso la normalizzazione con Israele. Ma la linea della monarchia del Golfo è stata sempre caratterizzata da quella che gli osservatori descrivono come 'prudenza'. "Vogliamo essere parte degli Accordi di Abramo, ma vogliamo anche essere sicuri ci sia un percorso chiaro verso una soluzione a due Stati", verso uno stato palestinese, diceva lo scorso novembre Mbs, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, parlando dallo Studio Ovale. Nel post di ieri su Truth, il presidente degli Stati Uniti scrive che tutto "dovrebbe iniziare con la firma immediata da parte di Arabia Saudita e Qatar, e tutti dovrebbero poi seguire" Riad e Doha. Presto una fonte saudita ha ribadito alla Cnn che Riad resta sulla "stessa posizione di sempre" e ha insistito su "un percorso irreversibile verso uno stato palestinese".

Egitto e Giordania si trovano da sempre al centro di equilibri diplomatici complessi. Hanno buoni rapporti con Washington, sono stati i primi Paesi arabi della storia a firmare trattati di pace con Israele, confinano con la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Il Qatar, attore regionale sempre in primo piano, ha lavorato per presentare al mondo il suo ruolo di mediatore. E' stato tra l'altro protagonista dei negoziati per un cessate il fuoco nell'enclave palestinese e la liberazione degli ostaggi dopo l'attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023. Ieri, come confermato dall'agenzia ufficiale iraniana Irna, negoziatori di Teheran sono arrivati a Doha nel quadro di un "processo diplomatico" in corso per porre fine alla guerra tra Iran e Stati Uniti, al conflitto iniziato con l'avvio - lo scorso 28 febbraio - di operazioni di Usa e Israele contro la Repubblica islamica, a cui Teheran non ha mancato di rispondere prendendo di mira anche obiettivi nei Paesi del Golfo - e fermato da un fragile tregua.

Ruolo di mediazione anche per il Pakistan. Nei mesi scorsi c'era chi parlava di mediatore "improbabile". Eppure il Pakistan, che vanta un'amicizia con Pechino come Teheran e una lunga e complicata storia di difficile alleanza con Washington, è riuscito a far sedere intorno allo stesso tavolo iraniani e americani dopo settimane di operazioni americane e israeliane che hanno martellato la Repubblica islamica e a cui Teheran non ha mancato di rispondere con obiettivi nei Paesi del Golfo nel mirino. C'è chi di Islamabad ha scritto di un "delicato gioco di equilibrismo diplomatico" pensando all'Iran, ma anche al patto saudita-pakistano. Con l'Arabia Saudita, eterna rivale dell'Iran nell'area, culla dell'Islam sunnita, Islamabad ha dallo scorso settembre un patto di difesa. La monarchia del Golfo è cruciale per il Pakistan anche dal punto di vista di legami economici e politici, non solo storici e religiosi.

E c'è la Turchia. C'è chi è convinto il potenziale degli Accordi di Abramo non possa essere realizzato senza il coinvolgimento di Ankara. Ma Recep Tayyip Erdogan non ha mai risparmiato critiche al premier israeliano Benjamin Netanyahu. Lo stesso Netanyahu che evidenziò il ruolo di Trump negli Accordi di Abramo sostenendo nei mesi scorsi la candidatura del tycoon al Premio Nobel per la Pace. Nel post su Truth Trump scrive anche di volere l'adesione dello stesso Iran, dopo l'eventuale firma di un accordo che ponga fine al conflitto. E, senza mai citare Israele nel lungo post, ammette anche che - tra Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania - "è possibile che uno o due" Paesi "abbiano motivi per non aderire, e questo sarà accettato".

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