Il sicario di Boiocchi confessa in aula: "Ho ucciso per 15-16mila euro". Beretta: "Era una guerra"

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Il processo per l'omicidio dell'ex capo ultras dell'Inter la ricostruzione delle faide interne al tifo organizzato nerazzurro che hanno portato prima agli omicidi di Boiocchi e Bellocco

25 maggio - 17:49 - MILANO

Un'altra confessione al processo per l'omicidio dell'ex capo ultras dell'Inter, Vittorio Boiocchi. "Marco Ferdico mi disse che c'era la possibilità di prendere parte a questo omicidio. Non sapevo chi fosse Boiocchi. Mi vennero promessi dei soldi e accettai". Le rivelazioni sono di Daniel D'Alessandro, ritenuto il secondo dei killer del commando, alla Corte d'Assise di Milano. D'Alessandro, rintracciato e arrestato ad aprile dell'anno scorso a Svetivlas, in Bulgaria, era in videocollegamento dal carcere. "Non lo conoscevo, mi avevano detto qual era il punto e il suo cancello di casa. Ci è arrivato un messaggio dicendo che Boiocchi stava arrivando" ha spiegato il 31enne, che ha ammesso: "C'è stato un momento di confusione perché ero sveglio da due giorni sotto effetto di cocaina". Ha poi aggiunto di aver preso lui la pistola da Pietro Andrea Simoncini dopo averlo visto "incerto". "Presi in mano la situazione. Quando vidi arrivare questa moto gli dissi `scarella la pistola che vado io. Da quel momento in poi ho una sorta di choc. Salimmo sul furgone con la moto e scesi dopo qualche minuto per gettare la pistola in un laghetto". 

il pagamento

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D'Alessandro ha riferito di essere stato pagato per l'omicidio in più tranche da Ferdico con 15-16mila euro consegnati in "piccole somme", si è scusato con i "familiari di Boiocchi addebitando molte delle "azioni senza responsabilità" realizzate in quella fase della sua vita alla dipendenza da "cocaina".

l'allarme

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D'Alessandro ha raccontato di aver avvertito Beretta: "Gli dico 'ci vogliono ammazzare tutti e due', la mia intenzione era di far saltare il suo omicidio perché poi finivo morto anch'io. L'intento era far saltare l'omicidio, non far uccidere nessuno, erano come miei fratelli. Quando avvisai Andrea l'idea era di prelevare forzatamente Marco, fargli dire il suo piano contro di noi, cercare un chiarimento anche con Antonio (Bellocco,ndr)… Io non volevo morire e volevo un chiarimento di tutti. Ho pensato che Ferdico voleva eliminare me e Andrea perché eravamo il collegamento, il filo conduttore con l'omicidio Boiocchi”.

le parole di beretta

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Al processo per l'omicidio di Boiocchi è intervenuto anche l'ex capo ultras dell'Inter, Andrea Beretta. Dopo la morte di Vittorio Boiocchi "ho ricevuto la telefonata, ho preso il telefono e l'ho messo nel microonde, sono partito per Pietralcina perché sono un fedele di Padre Pio". Beretta, pentito e ora collaboratore di giustizia nell'inchiesta sulle curve di San Siro del pubblico ministero Paolo Storari, ha ricostruito le faide interne al tifo organizzato nerazzurro che hanno portato prima alla morte di Boiocchi e poi all'omicidio, il 4 settembre 2024, di Antonio Bellocco. "Sono finito in una spirale di violenza" quando nel mondo stadio si è passati dalla "fratellanza e l'amicizia" al "denaro e il potere", ha detto. "Ho commesso azioni indicibili - ha dichiarato -. Spesso andavo in giro armato… era come se fossi entrato in guerra contro chi voleva portarmi via il dominio della curva. Era in una spirale di violenza e di cose indicibili. Ho messo in serio pericolo me e i miei familiari, ero in una strada senza uscita" ha dichiarato Beretta, che nel processo milanese ha raccontato l'ascesa alla curva Nord, gli attriti con la vittima, i dissapori per la vendita dei gadget dell'Inter, fino alla decisione “di occuparsi dell'arma, della moto e dei soldi” per l'omicidio di Boiocchi.

La Gazzetta dello Sport

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