"Chiediamo alla presidente della Commissione Antimafia Colosimo di acquisire gli atti sulla vicenda che riguarda esponenti piemontesi di Fratelli d'Italia, in primis il sottosegretario alla Giustizia Delmastro Delle Vedove. Notizie di stampa hanno rivelato che questi esponenti politici di primo piano in Piemonte gravitanti nell'area territoriale biellese, hanno dato vita a una società che ha intrattenuto rapporti con esponenti della famiglia Caroccia. Uno di questi - Mauro - condannato in via definitiva dalla Cassazione per reati molto gravi con aggravante mafiosa, sarebbe stato a stretto contatto con esponenti del clan mafioso Senese, tra i più pericolosi nell'area della Capitale". Lo dichiarano Walter Verini, Giuseppe Provenzano, Enza Rando, Debora Serracchiani, Valentina Ghio, Anthony Barbagallo, Franco Mirabelli, Valeria Valente membri del Gruppo PD in Commissione Antimafia.
"La società di cui faceva parte Delmastro - proseguono gli esponenti dem - avrebbe eletto il suo domicilio romano proprio presso un locale dei Caroccia. Si tratta, come è evidente, di fatti molto gravi e inquietanti. Chiediamo, quindi, che la Commissione Antimafia, anche nell'ambito del suo lavoro di indagine sulle mafie nell'area romano-laziale, accenda un faro su questa vicenda e acquisisca gli atti. Chiediamo anche l'audizione dello stesso Delmastro, la cui permanenza a via Arenula in un ruolo così delicato, già da tempo gravemente inopportuna, appare ora ancora più inaccettabile".
Il sottosegretario si difende e replica: "La mia storia antimafia è chiara ed evidente, la mia battaglia contro la mafia è chiara ed evidente. Il mio livello di scorta non nasce per altri motivi se non per la mia battaglia contro la mafia".
"Si parla di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che si scopre essere 'la figlia di'.. - ha aggiunto sottolineando che nel momento in cui l'ha scoperto "ho lasciato la società e l'ho fatto per il rigore etico e morale che mi contraddistingue".
Ma le opposizioni restano all'attacco. Per i rappresentanti del M5s nella commissione Antimafia Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Michele Gubitosa, Luigi Nave e Roberto Scarpinato, "la risposta di Delmastro all'articolo uscito oggi sul Fatto Quotidiano è disarmante. Non è minimamente credibile che una ragazza di 18 anni agisca da sola come amministratore unico con il 50% delle quote di una società, è evidente che dietro di lei si muove il ben noto gruppo familiare. Delmastro vuole dirci di essersi accorto solo dopo una sentenza definitiva che Miriam Caroccia è figlia di? La vicenda giudiziaria della famiglia Caroccia e del clan Senesi andava avanti da anni, se il sottosegretario alla Giustizia fa un'affermazione del genere c'è da chiedersi in che mani sia la Giustizia italiana".
"Il sottosegretario Andrea Delmastro deve rispondere di questa vicenda in commissione Antimafia e per questo abbiamo già depositato una apposita richiesta, con la quale chiediamo anche che la Commissione acquisisca con urgenza le sentenze definitive di condanna relative ai soggetti coinvolti nonché chiami in audizione la Guardia di Finanza che ha condotto le indagini e i giornalisti autori dell'inchiesta. Gli elementi emersi, se confermati, configurerebbero una situazione di assoluta incompatibilità con il ruolo ricoperto da Delmastro all'interno del Ministero della Giustizia, già ulteriormente compromesso dalla precedente condanna in primo grado per rivelazione del segreto d'ufficio. La gravità delle circostanze impone una risposta tempestiva, in assenza di un intervento immediato, il rischio è quello di alimentare ulteriormente zone d'ombra incompatibili con i principi di legalità e responsabilità che devono guidare l'operato delle istituzioni repubblicane", concludono.
Federico Gianassi, capogruppo del Pd nella Commissione Giustizia della Camera dei Deputati commenta: "I quotidiani titolano che Delmastro era in società con la giovane figlia di persona sotto processo e poi condannata al carcere per avere agevolato un'associazione mafiosa. Stiamo parlando dello stesso Delmastro che accusava il Pd di 'inchinarsi ai mafiosi'? Del sottosegretario alla giustizia con delega al Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria? Del sottosegretario condannato per rivelazione di segreto di ufficio? Oggi una nuova puntata di questa serie tragicomica. Siamo davvero oltre ogni limite. Le sue giustificazioni, secondo cui avrebbe lasciato la società 'per rigore etico e morale' quando ha capito con chi si era messo in società, sono una toppa peggiore del buco".
"Di fatto si scusa dicendo di non sapere con chi si mette insieme per fare affari. Il Paese merita trasparenza, coerenza e serietà. Non si può scherzare con la fiducia dei cittadini e con la credibilità delle istituzioni, soprattutto quando si parla di lotta alla criminalità organizzata. È il momento di fare chiarezza immediata. Come può il sottosegretario proseguire nel suo lavoro come se nulla fosse e come può Meloni fischiettare e fare finta di nulla?", conclude.
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