Docente all'università La Cattolica di Milano, lavora o collabora con squadre, nazionali o grandi campioni. Sa quello a cui andranno incontro stasera gli azzurri e ha spiegato: "Il ricordo delle ultime due eliminazioni certamente avrà un peso, ma avere un allenatore che sa cosa significa qualificarsi e vincere un Mondiale è un bel vantaggio"
26 marzo - 09:26 - BERGAMO
Corsa, tattica, ma soprattutto... testa. Nel ritorno dell'Italia al Mondiale, secondo il mental coach Stefano Tirelli, un ruolo fondamentale lo giocherà anche l'aspetto mentale. Tirelli, docente all'università La Cattolica di Milano, lavora o collabora con squadre, nazionali o grandi campioni da oltre trent'anni. Conosce bene il mondo del pallone e sa bene che le due eliminazioni negli spareggi per la Coppa del Mondo subite degli azzurri potrebbero avere un peso soprattutto nei pensieri di Donnarumma e compagni stasera contro l'Irlanda del Nord.
Tirelli, quanto peserà il ricordo delle due eliminazioni di fila negli azzurri?
"Certamente avrà un peso, ma non sarà uguale per tutti. Per alcuni giocatori potrebbe trasformarsi in un carico emotivo importante, quasi in una responsabilità aggiuntiva. Per altri, invece, può diventare un elemento di lucidità: un promemoria per non sottovalutare un avversario che, sulla carta e nella storia, ha un palmares inferiore rispetto a quello dell’Italia. Il punto fondamentale è che la storia si scrive sempre nel presente. Il passato può essere utile solo se diventa consapevolezza, se aiuta a preparare meglio la partita. Se invece diventa paura o peso mentale, rischia di essere un limite. Anche se avere timore non è di per sé un problema in quanto in tutti noi può emergere questo sentimento. Il ‘plus’ è sapere usare questa emozione come elemento positivo tradotto in giusta carica emotiva (la corretta ‘arousal’ come si definisce in materia). Indossare la maglia azzurra significa portare con sé un patrimonio straordinario di vittorie, di gloria e di tradizione, ma questo non garantisce nulla se non viene tradotto nella realtà della gara di oggi. C’è però un aspetto che considero un grande vantaggio per la Nazionale: avere un allenatore che sa cosa significa qualificarsi e vincere un Mondiale. Questa esperienza non è solo un dato del curriculum, è qualcosa che si trasmette. Le parole di chi ha vissuto quelle situazioni hanno un’energia diversa, perché sono intrise di esperienza reale. E nel calcio, come nello sport in generale, questa autenticità può fare la differenza nella mente dei giocatori.
Il rischio di un nuovo fallimento sportivo rischia di condizionare la squadra in campo?
"Il rischio di un nuovo fallimento può certamente affacciarsi nella mente dei giocatori. All’inizio può manifestarsi come timore e, se la partita si complica con il passare dei minuti, può trasformarsi anche in paura. Ma bisogna distinguere bene: il timore, nello sport, è una componente naturale. Quasi tutti gli atleti lo provano quando sanno di giocare una partita davvero decisiva. Il punto non è negarlo, ma saperlo vivere e gestire. La squadra non deve entrare in campo con l’ansia di chi pensa subito al risultato finale, magari immaginando di chiudere la partita con uno o due gol già nel primo tempo. Questo tipo di pressione rischia di irrigidire il gioco. La chiave è un’altra: concentrarsi sul processo. Giocare bene minuto dopo minuto, esprimere al massimo le proprie qualità fisiche, tecniche e mentali. Quando il focus diventa la qualità della prestazione, il risultato arriva come conseguenza. Se invece ogni azione viene vissuta con la testa già al risultato finale, si rischia di compromettere proprio ciò che serve per vincere: la libertà mentale e la piena espressione delle capacità tecnico-tattiche dei giocatori".
La testa rischia di incidere più della tattica?
"Sì, la testa può incidere anche più della tattica. La tattica è un fatto razionale, analitico: si studiano gli avversari, si preparano movimenti, soluzioni e strategie. Ma poi c’è la partita vera e lì entra in gioco la dimensione emotiva. Nella vita e quindi anche nello sport, sappiamo bene che la teoria è una cosa e la pratica è un’altra. Puoi preparare perfettamente una partita dal punto di vista tattico, ma se un giocatore non riesce a gestire le emozioni dei novanta minuti, rischia di perdere il focus e di smarrire proprio quelle indicazioni tattiche preparate dall’allenatore e dal suo staff. Per questo la preparazione mentale nei giorni precedenti diventa fondamentale. Bisogna allenarsi previamente alla gestione dei diversi scenari della partita: l’attesa di un episodio positivo come un gol, la reazione a uno svantaggio, la capacità di mantenere lucidità quando si è in vantaggio. In sostanza, bisogna prepararsi a tutto: alla gestione della vittoria, del pareggio e anche di un momentaneo svantaggio. E allo stesso tempo evitare un rischio molto sottile nello sport: quello di trasformare un possibile momentaneo ampio vantaggio in una eccessiva zona di comfort, abbassando inconsciamente il livello di attenzione che può essere fatale se protratto a lungo nel corso della gara".
Come dovrà fare Gattuso per arrivare all'incontro con la giusta mentalità?
"Per arrivare mentalmente predisposti in modo corretto a eventi di massima importanza, l’allenatore, il leader deve sempre essere un punto di riferimento, indicare la direzione e la strategia facendo però attenzione ad una elemento di consapevolezza fondamentale: usare sicuramente la sua esperienza senza pensare però in modo automatico che questa modalità di gestione possa essere naturalmente espressa da tutti i giocatori. Essere stato un grande calciatore è un vantaggio enorme ma può diventare anche un rischio se si pensa che tutti possano reagire alle situazioni come si reagiva soggettivamente in campo da giocatore. Ogni atleta è un universo a sé: ha una propria storia, una propria sensibilità emotiva oltre a caratteristiche tecnico-tattiche diverse. Il compito dell’allenatore è proprio questo: conoscere i propri giocatori e calibrare la propria esperienza sul gruppo ma anche su ognuno di loro. Il mister può certamente trasmettere molto di quello che ha vissuto nelle grandi partite: la capacità di stare dentro l’evento, di reggere la pressione, di restare lucidi nei momenti decisivi o di ricordarsi di errori commessi personalmente (che è naturale in ogni carriera) e cercare di trasferire le indicazioni in merito al fine di limitare il ripetersi di tali esperienze da parte dei propri giocatori. C’è però una qualità che appartiene naturalmente all’attuale commissario tecnico Rino Gattuso e che in una gara così può diventare decisiva: la capacità di trasmettere fiducia ed energia, costantemente, minuto dopo minuto. Nei momenti in cui la tensione può offuscare la lucidità dei giocatori, l’allenatore dovrebbe infatti essere sempre il punto di riferimento perché questo è l’elemento di riconoscimento di un leader: scegliere la strada da percorrere e saperla comunicare. Se il mare diventa agitato e l’orizzonte non si vede più, i giocatori devono comunque riuscire a vedere quella luce. Ed è proprio la leadership (in campo o fuori) che deve continuare a indicarla come se fosse un faro, la direzione sempre e comunque fino all’ultimo secondo della partita".
A lei è mai capitato di vivere personalmente questo tipo di eventi?
"Sì, mi è capitato molte volte. In tanti anni di lavoro come preparatore fisico e mental coach ho seguito squadre e atleti impegnati in finali, semi-finali o competizioni continentali, sia con nazionali che con club o singoli campioni. Sono momenti caratterizzati da un’intensità emotiva molto particolare. Ricordo sempre con grande chiarezza il meeting che si tiene prima di salire sul pullman per andare allo stadio. Generalmente si svolge nel luogo in cui si è ‘in ritiro’ oppure negli spogliatoi dello stadio. È un momento quasi sospeso: si percepisce un livello di attenzione totale, una concentrazione assoluta in cui l’allenatore definisce le ultime direttive e poi comunica la formazione da mettere in campo. In quegli istanti giocatori e staff sentono di essere parte di qualcosa di unico. Si crea una forza collettiva, una fiducia condivisa che può diventare determinante. Allo stesso tempo lo staff sa bene che non deve sovraccaricare l’atleta. La gestione emotiva della squadra, soprattutto nelle ore immediatamente precedenti alla partita, è principalmente compito dello stesso atleta o dell’allenatore. Esiste una gerarchia naturale che tutti rispettano. Quando invece il lavoro è individuale, da mental coach, la preparazione è quasi sempre il frutto di un percorso costruito nel tempo, spesso nei mesi o negli anni precedenti con taluni sportivi . Poter aiutare un atleta da poco conosciuto, anche a ridosso di una finale, vuol dire invece dover lavorare con strumenti essenziali ed efficaci: respirazione, tecniche di rilassamento, esercizi di gestione dell’attenzione, visualizzazione. La cosa più importante è spiegare all’atleta quali siano gli aspetti utili e positivi che queste tecniche possono apportare e capire se è pronto a recepirle in quel momento. A volte la risposta è immediata, altre volte no. E nello sport, così come nella vita, bisogna sempre rispettare la specifica soggettività di ogni atleta, cercando di aiutarlo ad andare oltre i limiti con le qualità della determinazione e della pazienza".











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