Il diario di Darderi: "Che emozioni a Roma. Mi sono operato alle tonsille, presto tornerò al 100%"

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Il tennista azzurro, numero 18 del mondo, scrive per noi raccontando la stagione sulla terra tra gli Internazionali e il Roland Garros

Luciano Darderi

11 giugno - 17:45 - MILANO

In quest’età dell’oro del tennis italiano, abbiamo la fortuna di poter contare su diversi top player accanto a Jannik Sinner: atleti, ragazzi che hanno molto da dire. Come Luciano Darderi, 24 anni, numero 18 del mondo, argentino di nascita, ma italiano di formazione. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua vita nel circuito e ha accettato. Qui le puntate precedenti: prima; seconda; terza; quarta; quinta.

Foro Italico, la Bnp Paribas Arena con seimila persone tutte a fare il tifo per me, Zverev sta per servire per il match sul 6-1 5-4. Io chiudo gli occhi e vedo lo stadio vuoto: sono solo, concentrato sull’obiettivo, e mi dico: “Luciano, non può finire così, proprio a Roma”. Sascha mi aiuta perché cala un po’ al servizio, ma io colgo l’attimo, costruisco la rimonta e chiudo 6-0 al terzo set. Al termine, come sempre, bacio il tatuaggio dedicato a nonna Elisa: questa è la vittoria più bella e importante della mia carriera. 

E pensare che, alla vigilia degli Internazionali, le sensazioni erano molto negative. Dopo la sconfitta nel doppio con Tsitsipas a Madrid, stacco per qualche giorno. Un clinic al David Lloyd Milano Malaspina, qualche giorno a Fano, a casa di mio nonno, dove lavoro duro in campo con papà Gino e mi convinco di poter fare bene agli Internazionali. Per me Gino è essenziale: soprattutto nei momenti di difficoltà trovo in lui la mia ancora. Arrivo a Roma e mi sento comunque a pezzi: le tonsille, sempre le maledette tonsille, mi buttano giù. È un problema che mi trascino da qualche anno, ma ultimamente si è fatto più ricorrente: vie aeree ostruite, mal di gola, raffreddore, tosse, fatica a dormire, un costante senso di stanchezza. I primi giorni sono duri perché non riesco nemmeno ad allenarmi. Poi arriva l’esordio contro Hanfmann: lo batto senza infamia e senza lode. 

Al secondo turno c’è Tommy Paul, che mi ha battuto due volte su due. Sono tesissimo, mi ritrovo sotto 6-3 3-1. Mi sblocco, il pubblico mi aiuta tanto, tiro fuori l’energia che è dentro di me e porto a casa il match. Adesso capisco che il sogno di Roma può trasformarsi in realtà. E infatti, di slancio, supero Zverev. Sono ai quarti, incredibile. Attendo tutto il giorno per scendere in campo contro Jodar. A causa della pioggia la partita inizia quasi alle 23. Una partita infinita, interrotta pure dai fumogeni dell’Olimpico. Qualche volta, in passato, mi è capitato di farmi condizionare da fattori esterni. Non oggi. La notte è mia e voglio prendermela tutta. Semmai Rafa, che è un grandissimo talento ma più giovane, potrebbe aver avvertito gli sconvolgimenti del programma. Vinco 6-0 al terzo set, quando sono ormai le due di notte. Sto morendo di fame, chiedo una bistecca. Tra una cosa e l’altra mi addormento alle 4. Potete immaginare bene quali pensieri mi passino per la testa: sono per la prima volta in semifinale a Roma, il torneo magico che seguivo da bambino. Il giorno dopo non mi alleno. Così cerco di recuperare le energie per la sfida contro Ruud, ma non c’è niente da fare. Quando entro in campo, provo a sorridere, sotto quegli occhiali da sole che fanno il giro dei social: in realtà mi tremano le gambe, una giornata così sul Centrale del Foro Italico era ciò che sognavo da bambino. E questa tensione mi tradisce, non mi accorgo neppure della bambina che mi porge la mano. In campo sono l’ombra di me stesso, ma la fatica accumulata è davvero tanta, le gambe e la testa non girano. Ruud domina e mi dispiace tantissimo per il pubblico. Sarebbe stato fantastico giocare la finale contro Jannik, ma devo essere contento: non avevo mai raggiunto una semifinale in un Masters 1000. 

A torneo concluso, mi sottopongo ad alcuni esami che non evidenziano nulla. Lascio subito Roma per giocare ad Amburgo, ma ho un “debito” da saldare. Chiedo al mio manager Luca Del Federico di contattare la famiglia di quella bambina, scopro che si chiama Camilla. La invitiamo all’Hotel Inghilterra, dove ho lasciato per lei un mazzo di fiori e una maglia autografata: un piccolo gesto per porgere le mie scuse. Da Roma ad Amburgo le condizioni climatiche cambiano completamente. Fa un freddo pazzesco. Vinco due partite, esco ai quarti contro De Minaur. Ci tenevo a disputare questo torneo, ma così peggioro l’infiammazione alle tonsille. E ne pago il prezzo al Roland Garros. Al secondo turno, con Comesana, lotto fino al quinto set, ma non gioco affatto bene. Che peccato. Con il senno di poi, ho il rimpianto di non aver sfruttato un’occasione imperdibile per farmi largo in un tabellone che si era aperto con le uscite di Sinner e Djokovic e l’assenza di Alcaraz. Ma così va il tennis. 

Mi consulto con lo staff medico, che mi consiglia di togliere le tonsille e di non aspettare oltre. Decido che è arrivato il momento. Vado a operarmi a Buenos Aires, alla Clinica del Sol. Per fortuna non sono il tipo che si impressiona in ospedale: sono tranquillo. Ho però una curiosità: la mia voce cambierà dopo l’intervento? Il medico mi rassicura: no, succede solo ai bambini. È il 1° giugno: anestesia totale, un’ora sotto i ferri. Quando mi risveglio non riesco a parlare per tre o quattro giorni. Trascorro la convalescenza a casa di mio padre, a Villa Gesell. Riposo e niente distrazioni, in compagnia di Lio, il cane di Gino. La prima settimana è stata molto dura, ma mi sento sollevato perché mi sono finalmente tolto un peso. Ora sto meglio, anche se la cicatrizzazione non si è ancora completata. Torno ad allenarmi, con molta cautela, proprio in questi giorni. Purtroppo dovrò saltare il Queen’s; rientrerò sul circuito nella settimana del 21 giugno, a Maiorca. Cosa mi aspetto dall’erba? Metterei la firma per ripetere il terzo turno a Wimbledon dell’anno scorso. So bene che il recupero non sarà facile. Ma punto a tornare al top della forma per luglio: a Bastad e Umago dovrò difendere il doppio titolo del 2025.

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