Il declino cognitivo parte dall'intestino: come combatterlo secondo la scienza

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Microbioma e memoria: uno studio di Nature svela come i batteri intestinali influenzano il declino cognitivo e come potrebbe essere rallentato

Daniele Particelli

13 giugno - 17:13 - MILANO

Il declino cognitivo è un fenomeno naturale associato all'invecchiamento, ma da qualche decennio a questa parte si sta cercando di rallentarlo grazie ai progressi della scienza e alla conoscenza che abbiamo dell'organismo umano. Si tratta davvero di qualcosa di inevitabile? In parte sì, ma è pur vero che alcune persone mantengono una grande lucidità anche a cent'anni, mentre altre iniziano a sperimentare i primi cali cognitivi già dalla mezza età. La differenza, secondo un nuovo studio pubblicato su Nature potrebbe risiedere in un posto inaspettato: il nostro intestino.

Il declino cognitivo parte dall'intestino

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Lo studio, condotto sui topi dai ricercatori della Stanford Medicine e dell'Arc Institute di Palo Alto, ha identificato un legame diretto tra i batteri che colonizzano il tratto gastrointestinale e il declino della memoria legato all'invecchiamento. "La tempistica del declino della memoria non è programmata", ha spiegato Christoph Thaiss, uno degli autori senior della ricerca: "È modulata attivamente dall'organismo, e il tratto gastrointestinale è un regolatore fondamentale di questo processo".

Il percorso intestino-cervello

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Il meccanismo individuato dai ricercatori si articola in tre fasi. Con l'invecchiamento, la composizione del microbioma intestinale, la comunità di batteri che abita il nostro intestino, cambia e favorisce alcune specie rispetto ad altre: aumenta, ad esempio, l'abbondanza di un batterio chiamato Parabacteroides goldsteinii, che stimola la produzione di metaboliti noti come acidi grassi a catena media. Questi metaboliti, secondo i ricercatori, attivano alcune cellule immunitarie dell'intestino, le cellule mieloidi, inducendole a innescare una risposta infiammatoria.

L'infiammazione, a sua volta, inibisce l'attività del nervo vago, la principale "autostrada" di comunicazione tra il nostro intestino e il cervello, riducendo i segnali che raggiungono l'ippocampo, la regione cerebrale responsabile della memoria e dell'orientamento spaziale.

Gli esperimenti sui topi

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Per testare questa teoria, i ricercatori hanno fatto convivere topi giovani (2 mesi) con topi anziani (18 mesi), esponendoli reciprocamente ai rispettivi microbiomi. Dopo un mese, i topi giovani con un microbioma "invecchiato" mostravano delle prestazioni cognitive significativamente peggiori nei test di riconoscimento degli oggetti e di uscita dai labirinti. Al contrario, i topi anziani allevati in assenza di batteri intestinali non mostravano alcun calo cognitivo rispetto ai giovani.

La fase terapeutica della studio ha svelato anche altro: stimolare artificialmente il nervo vago nei topi anziani ha ripristinato le loro capacità cognitive ai livelli degli animali giovani. "Il grado di reversibilità del declino cognitivo, semplicemente alterando la comunicazione intestino-cervello, è stato sorprendente", ha spiegato Thaiss.

Le possibile prospettive per l'uomo

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La scoperta dei ricercatori aggiunge un tassello importante nella conoscenza che abbiamo del microbioma intestinale, sempre più studiato negli ultimi anni, suggerendo che intervenire sulla composizione batterica dell'intestino potrebbe diventare davvero una strategia per contrastare il declino cognitivo. Serviranno ulteriori studi, ma le promesse sono già importanti.

"Dato che il tratto gastrointestinale è facilmente accessibile per via orale, modulare i metaboliti del microbioma è una strategia molto interessante per controllare le funzioni cerebrali", ha spiegato Maayan Levy, co-autore della ricerca. Ad oggi, precisano i ricercatori, i risultati riguardano esclusivamente i topi, ma il passo successivo sarà proprio quello di capire se lo stesso meccanismo esiste negli esseri umani.

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