Parla il direttore tecnico della Tennis Training School di Foligno dove da qualche mese si allena la 18enne che sta sorprendendo a Wimbledon: "Deve costruire fiducia, che per noi nasce soprattutto dal lavoro, non dai risultati"
Fabio Gorietti è il direttore tecnico della Tennis Training School di Foligno dove da qualche mese si allena Tyra Grant con il coach Matteo Donati e il preparatore Massimiliano Pinducciu. La 18enne azzurra, che ha iniziato bambina all’Accademia di Riccardo Piatti, dove ha anche conosciuto Jannik Sinner, sta facendo passi da gigante grazie alla tranquillità di un ambiente che la protegge e la aiuta a crescere.
Da quando avete iniziato a lavorare con Tyra?
“In realtà abbiamo iniziato a dicembre con un primo periodo di due settimane. È venuta a trovare il fratello che si allenava già da noi. Ci siamo trovati bene e da gennaio abbiamo proseguito. Nel frattempo mi confrontavo costantemente con Matteo Donati, che la stava già seguendo dell’anno scorso, e avevamo individuato alcuni aspetti su cui intervenire. Ci siamo concentrati soprattutto su due elementi: attenzione e intensità”.
Come mai proprio su questi due aspetti?
“Tyra aveva già un bagaglio tecnico eccellente: colpi veloci ed esplosivi, ottima lettura del gioco, coraggio nelle scelte e una grande sensibilità di mano. Il valore aggiunto poteva essere la capacità di mantenere alta la concentrazione durante tutta la partita, evitando quei cali che ogni tanto si verificavano. Per questo ho lavorato molto sugli spostamenti in campo, perché l’attenzione tende a diminuire quando si è più stanchi, si arriva male sulla palla o ci si innervosisce. C’erano movimenti che la rendevano meno rapida di quanto le sue qualità naturali le consentissero. Non mancava nulla: bisognava solo rimettere tutto in ordine, così da mantenere sempre alta l’intensità, anche negli allenamenti più lunghi”.
Continuate ancora oggi su questa linea?
“Sì. Facciamo ancora sedute molto lunghe. Prima di partire per Wimbledon abbiamo svolto tre giorni di lavoro molto intenso, sia in campo sia nella preparazione atletica, con allenamenti di circa tre ore. Dedichiamo tantissimo tempo agli spostamenti: laterali, in avanti, all’indietro, entrando e uscendo dal campo”.
Questo richiede anche un grande lavoro atletico.
“Assolutamente. Per sostenere intensità e attenzione serviva una preparazione atletica di altissimo livello. È stato fondamentale anche il contributo di Massimiliano Pinducciu, che ha spinto molto in questa direzione. Quando giochi da dietro il campo esprimi un tennis, quando riesci a stare più avanti cambia completamente tutto”.
Si ha la sensazione che Tyra stia facendo un passo alla volta verso i suoi obiettivi. La qualificazione al tabellone principale di uno Slam e la prima vittoria. Ve l’aspettavate così in fretta?
“Stiamo facendo tutto con calma. A febbraio c’è stato anche un piccolo stop per un infortunio alla spalla destra. Abbiamo recuperato senza forzare, risolto il problema e ripreso il lavoro. Adesso seguiamo quello che il campo ci dice, senza bruciare le tappe o pensare di essere arrivati, ma anche senza esaltarci per i primi risultati. Deve ancora costruire fiducia, che per noi nasce soprattutto dal lavoro, non dai risultati. Questi sono una conseguenza. Lo ripeto sempre: se il lavoro è fatto bene, arrivano anche i risultati. Siamo sulla strada giusta, ma il nostro obiettivo resta concentrarci sul presente e sul lavoro quotidiano, pur avendo una visione di dove vogliamo essere tra sei mesi, un anno o cinque anni”.
Su Grant c’è molta attenzione perché rappresenta una speranza per il tennis italiano. Come vive questa pressione?
“Per ora la gestisce bene. È una ragazza molto concreta: non si lascia trascinare dagli elogi né si abbatte quando qualcuno sostiene che sia in difficoltà. Guarda soprattutto al percorso che sta facendo. Certo, convivere con questa attenzione può essere faticoso, ma è giovane, serena e, pur avendo un carattere profondo, resta molto allegra. In questo momento non temo che possa essere travolta”.
Tyra è giovane, serena e, pur avendo un carattere profondo, resta molto allegra. In questo momento non temo che possa essere travolta
Fabio Gorietti
Il vostro compito è anche proteggerla?
“Certo, cerchiamo di fare in modo che tutto il team pensi esclusivamente al lavoro. Le promesse e le tentazioni devono restare sullo sfondo…”.
Quali tentazioni?
“A questi livelli può succedere di tutto. C’è sempre qualcuno che promette qualcosa, ma l’unica strada che porta davvero ai risultati è il lavoro. Bisogna rimanere concentrati su quello”.
Sembra quasi una frase d’altri tempi…
“Si cresce solo lavorando e migliorandosi continuamente, senza aspettare che le cose cambino grazie a fattori esterni. Dobbiamo diventare sempre più capaci di gestire la pressione, gli appuntamenti importanti e le tante ore di allenamento, senza lasciarci distrarre”.
Quindi niente facili entusiasmi, ma nemmeno sconforto?
“Esatto. La priorità resta sempre il lavoro. Gli allenamenti vengono prima di tutto il resto. Tanto non scappa nessuno: questo è soltanto il primo Slam”.
È stato importante entrare in contatto con il team della Federazione, con Tathiana Garbin e con il gruppo della Billie Jean King Cup?
“Moltissimo. Non è soltanto un supporto, ma un vero lavoro condiviso con Garbin, Daniele Silvestre e Paolo Lorenzi. Programmazione, osservazioni in campo e confronti sono continui. Più occhi competenti osservano, meglio è e loro sono tutte persone eccezionali”.
Per lei, che viene da una realtà privata, è stato un cambiamento importante?
“Sì. Sono abituato a gestire un’accademia privata e a costruire collaborazioni con professionisti di ogni settore. Qui la Federazione mette già a disposizione tutte queste figure. Per me è un grande vantaggio. Non ho mai avuto l’atteggiamento di chi difende il proprio spazio: al contrario, credo che condividere competenze sia un valore”.
Questo articolo è tratto da Smash, newsletter G+ sui segreti del grande tennis a cura di Federica Cocchi, pubblicata ogni martedì. Per iscriversi e per informazioni sulle altre newsletter della Gazzetta clicca qui









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