Il papà-coach di "Luli" racconta la sua vita di sacrifici dall'Argentina all'Italia: "Le faccende di casa? Facevamo tutto noi tre. Ho detto no ai soldi della Federazione per portare avanti un programma autonomo. Ora seguo pure il fratello Vito, che ha più talento, ma nel tennis conta la testa"
Gino Darderi ha dedicato la vita ai suoi due figli. Papà single, allenatore, sponsor, consigliere, amico. Ha recitato, e continua a recitare, tutte le parti in commedia. Prima per Luciano, accompagnandolo fino al numero 16 della classifica mondiale con l’obiettivo, ora, di farlo entrare nella top 10; poi per Vito, che si sta facendo le ossa nel circuito minore. Lo raggiungiamo al telefono nel suo buen retiro di Villa Gesell, in Argentina, in una delle rare pause dal tour che si concede durante l’anno. In sottofondo, il cane Lio che abbaia, l’altro amore della sua vita. Mentre Luciano deve giocare i quarti a Montreal, con Gino riavvolgiamo il nastro dei ricordi.
Come ha iniziato la carriera di allenatore?
"Da giocatore ho fatto tutta la trafila in Argentina, poi andai in Europa a giocare tornei internazionali, finché non mi sono dedicato all’insegnamento. A Roma allenavo i migliori under 12 e under 14 d’Italia, con il Ct Eur ho vinto il campionato italiano di Serie C nel 1998. Dopo è nato il mio figlio più grande".
Luciano è nato in Argentina ma si è formato tennisticamente in Italia, dove si è stabilito all’età di 13 anni.
"Un mio amico, Marcello Macchione, lo ha accompagnato inizialmente nei tornei. Era necessario che imparasse anche a gestirsi da solo. Sono passaggi che fanno parte della crescita. Luciano, però, ha sempre girato con me. Avendo già preso la cittadinanza italiana, ha cominciato a gareggiare a livello juniores rappresentando l’Italia e arrivando in finale alla Junior Davis Cup. Ha scelto così perché l’Italia gli piace, senza chiedere nulla in cambio".
Perché avete rinunciato al supporto economico della Federazione?
"Volevo portare avanti il mio programma, volevo mantenere un’indipendenza tecnica, ero sicuro di quello che facevo e l’ho dimostrato. Certo, così non abbiamo potuto usufruire di alcuni vantaggi: le wild card, i contributi per le spese".
Avete un rapporto speciale con Fano, la città d’origine di suo padre.
"Sì, conservo sempre la casa di famiglia e ci trascorro alcune settimane all'anno. Stiamo benissimo lì. Il presidente del Circolo Tennis Fano, Leonardo Prencipe, una bravissima persona, ci ha aperto le porte mettendoci a disposizione i campi per allenarci. E la gente del posto vuole molto bene a Luciano".
Lei ha cresciuto i suoi figli da solo, senza la mamma. Quanto è stato difficile?
"L’amore per i miei figli è stato più forte di ogni cosa. Mi sono caricato sulle spalle tutto quanto. Li ho fatti studiare, non gli ho fatto mancare nulla e ho dato loro la possibilità di intraprendere una carriera nello sport che amiamo. Da almeno 35 anni ho dedicato la mia vita a loro: padre, allenatore, un po’ di tutto, insomma. Abbiamo un rapporto bellissimo. Io, Luciano e Vito siamo tre persone molto unite".
Una curiosità: vi aiutava qualcuno nelle faccende di casa?
"No, eravamo in tre, e loro, anche se erano piccoli, mi davano una mano. In cucina me la cavo. Con il tempo, quando i ragazzi hanno iniziato a fare sul serio col tennis, ho dovuto essere ancora più attento all’alimentazione. Non potevo di certo mettere in tavola hamburger e cibo spazzatura, ma carne, pesce e riso".
C’è stato un momento in cui ha pensato di non farcela?
"Per portare Luciano dov’è adesso ho dovuto compiere enormi sacrifici. In estate, in Argentina, mi occupavo di una ventina di appartamenti sulla costa, in modo da risparmiare il denaro necessario per pagare le trasferte. Quegli immobili di proprietà sono stati il motore che mi ha permesso di svolgere un lavoro eccellente: l’allenamento lo curavo direttamente io, quindi non c’era da pagare nulla, ma i viaggi erano costosissimi. A un certo punto le cose si sono complicate".
Quando?
"Dovetti lasciare Luciano un po’ da solo, attorno ai 19 anni. Perse diverse partite al primo turno nei Challenger e si demoralizzò. Mi chiamava e mi diceva: ‘Papà, così non va’. Abbiamo tenuto duro, abbiamo stretto i denti e ci siamo messi a lavorare a testa bassa. Io sapevo che lui poteva arrivare in alto. Mi ha ascoltato e i risultati hanno cominciato a vedersi. Anche quando ha compiuto il salto nel circuito maggiore, ha iniziato a perdere qualche partita di troppo in un periodo in cui si giocava solo sul veloce. Lui era un terraiolo doc, ma si è evoluto e ora riesce a essere competitivo anche sul cemento. I momenti di sconforto aiutano a crescere. Sto vivendo la stessa esperienza con Vito".
Vito ha 18 anni e a giugno ha conquistato i primi punti Atp.
"Sta giocando i tornei Itf, dove il livello si è alzato tantissimo rispetto a cinque o sei anni fa. Vito ha un talento naturale che Luciano non aveva, fisicamente è molto forte, solo che in questo sport ci vuole la testa. Ognuno ha la sua strada e il suo modo di percorrerla. Se mi seguirà, Vito diventerà un buon giocatore. Con me c’è un team molto preparato, in grado di portare i giocatori da zero al massimo delle loro possibilità".
Nel tennis il rapporto tra gli atleti e i genitori è spesso burrascoso, senza scomodare le agghiaccianti testimonianze di Agassi nell’autobiografia Open. Lei che tipo di papà è?
"Il nostro è un rapporto molto tranquillo, sereno. Fuori dal campo scherziamo, ci divertiamo, ma dentro sono severo. So quello che bisogna fare per raggiungere determinati traguardi. E so che, se si raggiungono, si è felici, come è Luciano. Non stiamo dietro ai guadagni, ma al piacere di svolgere al massimo questa professione. Certamente sono anche riuscito a tutelare mio figlio. In questo ambiente bisogna stare molto attenti ai contratti che si firmano. Con Luciano, essendo mio figlio, non ho accettato alcun compromesso. Così lui gioca tranquillo senza dover rendere conto a nessuno. Ho la fortuna di conoscere a fondo il mondo del tennis. Sono stato giocatore, mi sono preparato tanto per essere un allenatore, ho avuto la fortuna di frequentare i più forti del mondo e di assistere ai loro allenamenti, ho viaggiato tanto assorbendo culture dalla Spagna alla Germania. E ho messo tutto questo al servizio dei miei figli".
Adesso che gira il mondo al fianco di un top player, ripensa ogni tanto ai sacrifici economici che ha fatto?
"È una cosa che faccio notare spesso a Luciano, in modo che lui possa apprezzare quello che ha. Intendiamoci, non ci è mai mancato da mangiare, anche perché ero abituato a tenere i risparmi da parte. Ma a lui mostravo come si potesse tranquillamente girare con un’utilitaria anziché con una Mercedes e alloggiare in un hotel di categoria inferiore. Doveva capire i sacrifici che stavo facendo".
In questi giorni sta seguendo Luciano a distanza, dalla sua casa di Villa Gesell. È più o meno stressante di quando lo segue dal vivo?
"Beh, davanti alla tv sono più calmo, posso solo guardare e pregare, anche se ho tutto sotto controllo: un televisore da 100 pollici, dove le immagini sono perfette, e i computer per essere aggiornato su risultati e statistiche. Quando sono in campo riesco a dirgli tante cose e chiaramente c’è più pressione, mentre da remoto posso al massimo mandare qualche messaggio per telefono al mio assistente Basile".
Luciano non ha mai nascosto il desiderio di giocare la Davis. Pensa che se la sia meritata, visti anche i progressi sul veloce?
"Questo deve dirlo il capitano Volandri. Io mi aspetto che venga convocato perché so i sacrifici che ha compiuto, rappresentando la bandiera italiana da 15 anni".
Cosa manca a Luciano per compiere l’ultimo salto ed entrare tra i primi 10?
"Per la verità ha già avuto in primavera l’opportunità di entrarci, ma ha perso subito a Indian Wells, Miami e Montecarlo. Io stavo seguendo Vito, quando sono rientrato ho rimesso a posto qualche cosa e siamo arrivati in semifinale a Roma. Peccato per la partita contro Ruud, ma Luciano stava malissimo: ho dormito con lui alla vigilia e ha sudato tutta la notte. Anche al secondo turno del Roland Garros stava male. Poi si è operato alle tonsille. Adesso dobbiamo lavorare molto sul servizio e sul rovescio, soprattutto sugli spostamenti nel lato sinistro del campo. Se migliora questi due fondamentali, può tranquillamente entrare in top 10".










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