Galante sull'amico Spalletti: "Ora è distrutto, ma è perfetto per la Juve. E se può dire la sua sul mercato..."

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Fabio è legato al tecnico bianconero dal 1990: "Dormivamo all'aperto guardando le stelle, uomo divertentissimo e permaloso come tutti i toscani. Che batosta con la Fiorentina, ma se parte da zero e può dire la sua sul mercato, cambia tutto". 

Lorenzo Cascini

Giornalista

19 maggio 2026 (modifica alle 20:09) - MILANO

Quando parla del suo amico 'Lucio' Fabio Galante viaggia nei ricordi. Fa un sorriso da toscanaccio, furbo come pochi, e racconta senza filtri il ‘suo Spallettone’. “Lo chiamo così dopo ogni partita. Gli scrivo e mi complimento. Lui risponde con i cuori. Poi commentiamo. C’è sempre spazio per l’analisi con Luciano”. Spalletti e Galante si conoscono da più di trent’anni, da quando l’attuale allenatore della Juve gli faceva da chioccia a Empoli, riportandolo a casa dopo gli allenamenti e spesso e volentieri lo ospitava a dormire. “Quante ne abbiamo passate. Già al tempo era un allenatore in campo. Pensate che quando andai al Genoa mi chiese di appuntarmi gli allenamenti perché voleva studiare… è sempre stato così. Un fissato, in senso buono”.

Galante, partiamo dall’attualità. La Juventus ha iniziato la domenica da terza in classifica e l’ha chiusa al sesto posto…

“Eh, è stata una bella batosta. Sia per Luciano che per il gruppo. So che è molto deluso. Ho evitato anche di scrivergli, visto l’umore. So come reagisce ormai… dopo trent’anni e passa”. 

Pensava che ce l’avrebbe fatta? 

“Si, sinceramente. E credo anche meritasse di raggiungere almeno il quarto posto. Ha fatto un lavoro ottimo da quando ha preso in mano la squadra. Non lo dico io, ma parla la media punti. Non si può giudicare una cavalcata intera - per giunta in rincorsa - per un paio di passaggi a vuoto. E per una Champions sfumata per un soffio”. 

Come vive le sconfitte Luciano? 

“Male. È un perfezionista. Spalletti, se vanno male le cose, ne esce distrutto. Si prende tutta la responsabilità delle cose. Lo fa perché è un pignolo, non lascia nulla al caso e cura ogni dettaglio. Vive per la società in cui allena. Come le chiama lui ‘le sue tute da lavoro’”. 

Vi sentite spesso durante l’anno? 

“Sì, gli scrivo un messaggio dopo le vittorie. 'Grande Spallettone'. E lui risponde con i cuori. Poi commentiamo. C’è sempre spazio per l’analisi con Luciano”. 

Il prossimo anno la Juve dovrebbe ripartire da Spalletti?

“Non è nemmeno da mettere in discussione per me. So che si incontrerà con Elkann, ma la Juve deve ripartire da lui. Dovrebbero dargli la possibilità di iniziare da zero e di fare il mercato, uno scenario ovviamente diverso da quello che ha dovuto affrontare quest’anno. Se io fossi nella dirigenza non ci penserei due volte: uno come Lucio me lo terrei ben stretto”. 

Capitolo carattere: Luciano è uno molto diretto da sempre. Potrebbe averla un po’ pagata in carriera per questo?

“Come tutti i toscani è un po’ permaloso. Io credo, però, che il suo carattere sia anche la sua forza. Croce e delizia. È uno che non te le manda a dire, che se deve dirti una cosa te la dice in faccia e senza giri di parole. Fuori dal campo, invece, è uno che ti fa morire dal ridere”. 

Anche se il calcio è sempre al centro dei suoi discorsi…

“Assolutamente. L’ultima volta che sono stato a casa sua aveva due televisioni accese e stava studiando delle situazioni da calcio d’angolo. Mi ha iniziato a chiedere consigli e cosa ne pensassi…”.

Succede spesso? Ha mai provato a portarla con lei? 

“Si… ma con Luciano non esiste riposo. Preferisco vederlo fuori e andarmi a mangiare con lui una pizza. Ma lui lo sa. E ci abbiamo sempre riso su”. 

Ora facciamo un passo indietro nel tempo. Torniamo a Empoli, 1990. 

“Lì dove nacque la nostra amicizia. Passavamo tantissimo tempo insieme. È stato un fratello maggiore per me. Pensi che mi riportava in macchina dagli allenamenti e mi invitava a fermarmi da lui. Quante lasagne mi cucinato sua madre Ilva. E a volte dormivamo sotto le stelle”. 

Le stelle? 

“Si. Ci mettevamo sdraiati sul prato e dormivamo all’aperto. Ha sempre amato la natura. È un ricordo molto intimo, ma bellissimo per me”. 

Si vedeva già al tempo che avrebbe fatto l’allenatore? 

“Si. Lo era già a Empoli. Infatti quando mi trasferii al Genoa dissi a Spinelli di segnarsi il suo nome e di prenderlo perché sarebbe diventato un grande allenatore. Così è stato. Lucio mi chiedeva di appuntarmi gli allenamenti di Radice e Scoglio, perché avrebbe voluto studiarli. Avrò ancora i fogli da qualche parte. Penso che questo renda l’idea di chi era Luciano Spalletti anche prima di iniziare il percorso in panchina”. 

In chiusura, una ferita ancora aperta: la nazionale. 

“È stata un’avventura sfortunata, per me è capitato in una nazionale priva di fuoriclasse e povera di talento. Era uno dei suoi sogni, ha fatto male l’epilogo. Come sempre, però, ha mostrato di avere il carattere per reagire”. 

Ha un luogo in cui si rifugia in quei momenti? 

“Va a casa sua, in campagna a Montaione. Lì ha i suoi amici, i suoi attrezzi e i suoi animali. Costruisce altalene. È il suo rifugio: solo lì stacca e ricarica le pile. Un posto del cuore. Ha sempre funzionato”. 

Ci andrà anche in caso di mancata qualificazione in Champions? 

“Chissà… in quel caso andrò a trovarlo. Però posso assicurarvi che non si fermerà mai, comunque vada. Fidatevi di uno che lo conosce bene…”

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