Il discesista bresciano, vincitore in pochi giorni a Wengen e Kitzbuehel, è la grande speranza italiana per i Giochi di Milano Cortina. “E pensare che da bambino volevo fare lo slalomista. Poi ho scoperto cosa si prova a scendere a 150 all’ora e questa sensazione non mi lascia più”
Il ragazzo del caffè è diventato uomo. E adesso toccherà ai compagni di squadra riverirlo con qualche gentilezza non richiesta come si fa con i campioni e come si comportava lui nei confronti dei veterani (“Ma mica ho fatto ancora niente, perciò continuerò a portare il caffè agli altri, come succedeva da matricola”). Giovanni Franzoni, da ragazzino, sognava di diventare campione tra i pali stretti dello slalom, e invece si è scoperto mago della velocità: vittoria in superG a Wengen, e soprattutto il trionfo in discesa a Kitzbuehel, l’università della neve. Sono le due piste più iconiche del Circo Bianco: la terza, inutile ricordarlo, è la Stelvio di Bormio. Dove, il 7 febbraio, si assegnerà l’oro nella gara più attesa di ogni Olimpiade, la libera. E lui ci arriverà da stella nascente, anzi definitivamente esplosa, dello sci mondiale.
Giovanni, come si passa in tre mesi da promessa di campione a dominatore della Streif?
“Ho lavorato molto bene in estate, sapevo che quel tipo di preparazione poteva pagare. Poi ho ottenuto il podio in Val Gardena, su una pista che ho sempre fatto fatica a digerire, e ho capito di essere sulla strada giusta. Poi, ovviamente, se fai buoni risultati la consapevolezza e la fiducia crescono, e per uno come me, che qualche volta ha il difetto di non credere nelle sue doti, è stato fondamentale”.
Sui social hanno spopolato i suoi post sulla serata di gala dopo la vittoria a Kitz con le foto accanto ai vip, Ibrahimovic compreso. Si rende conto di essere entrato in un’altra dimensione?
“Credo che riuscirò a farmene una ragione solo in estate, quando la stagione sarà finita e avrò tempo di dedicarmi di più a me stesso senza essere focalizzato solo sullo sci. È stata una serata meravigliosa soprattutto perché c’erano mio fratello e i miei amici più cari, che mi sono vicini da sempre e passo dopo passo hanno seguito i miei progressi. Certo, io sono un appassionato anche di F.1, e quando Hulkenberg ha chiesto di fare una foto con me, mi sono chiesto se non fossero tutti pazzi: ero io che avevo il desiderio di un selfie con lui! Intanto però ho strappato un invito per il GP di Montecarlo...”.
Certo che vincere a Kitzbuehel nell’anno olimpico mette una discreta pressione... A proposito, come sono i suoi rapporti con la Stelvio?
“Direi buoni (sorride). Fino a un mese fa, le mie piste preferite, quelle dove avevo ottenuto i risultati migliori, erano Beaver Creek, Kitzbuehel e Bormio. E poi sulla Stelvio mi sono allenato tante volte, credo di conoscerla piuttosto bene va benissimo per me. È un tracciato che va interpretato non solo con le gambe, ma anche con la testa, e serve una grande condizione atletica. E poi quella dell’Olimpiade è sempre una gara a sé, in più gareggiamo a febbraio e non a dicembre, con luce e neve diverse. L’importante è tenere le orecchie basse, rimanere concentrato, riposare e mangiare bene nei giorni che mi separano dalle gare dei Giochi”.
Ha parlato del gemello Alessandro, con il quale ha iniziato a sciare da bambino e che la batteva spesso sulle piste; solo che adesso nelle dinamiche familiari lei può rinfacciargli un successo sulla Streif.
“Ma no, sarò magnanimo... In realtà da ragazzi ci davamo battaglia su tutto, non solo sugli sci, ed è vero che fino a 16 anni era più forte di me. Resta la persona di cui mi fido di più, quella di cui accetto più volentieri i consigli. Anche se dopo il superG di Kitzbuehel (in cui è finito 12° e lontano dai primi, ndr) mi ha chiamato e mi ha detto che avevo sciato come un maestrino: gli ho attaccato il telefono in faccia. Però deve avermi motivato, visto il risultato del giorno dopo”.
A proposito di rivalità: ricordava le sue due gare di sci da junior contro Sinner?
“Sarò sincero, se non le avessero riproposte i giornali, non mi sarebbero mai venute in mente. Non ho una grande memoria, e poi a quell’epoca ero veramente scarso e quindi più che agli avversari dovevo pensare a me stesso. Ma quando la storia è uscita di nuovo, ci siamo messi in contatto su Instagram. Mi ha scritto un messaggio dopo ogni prova cronometrata a Kiztbuehel, dandomi un’enorme motivazione, e poi mi ha mandato i complimenti dopo la vittoria. Non sapete quale onore sia e quanto mi renda felice essere apprezzato da uno dei più grandi campioni di quest’epoca”.
Franzoni e Odermatt come Sinner e Alcaraz?
“Ne devo mangiare ancora di pagnotte... Marco ha vinto Coppe del mondo, ori olimpici e mondiali, ha già fatto cento podi. Però adesso poter competere per provare a raggiungere il suo livello mi rende davvero orgoglioso”.
Ha rivelato che la preparazione in gigante durante l’estate è stata fondamentale per la sua esplosione. Ritiene che le porte larghe possano diventare un altro suo orizzonte?
“Allenarmi in gigante mi ha reso più sensibile nell’affrontare i tratti tecnici delle prove veloci, e a Kitzbuehel si è visto. Sarà un progetto a medio-lungo termine, ma ci sto pensando e ci lavorerò”.
Ha ricordato come prima della discesa a Kitz abbia tratto ispirazione da una canzone che parlava di passi verso il paradiso e ci ha visto l’aura di Franzoso, l’amico sciatore che non c’è più. Che ruolo gioca la musica nella sua vita?
“Non ascolto musica solo quando dormo, altrimenti mi accompagna per tutta la giornata, sotto la doccia, prima delle gare o quando ho del tempo libero. Vado molto secondo gli umori del momento, dai grandi successi italiani alla trap, e quando magari mi devo dare la carica un po’ di sano heavy metal”.
Anche quello del compagno di squadra Paris con la sua band?
“Domme ci ha provato a farmi ascoltare un paio di suoi pezzi, ma sono un po’ estremi perfino per me”.
Nella vita a cento all’ora di Franzoni c’è spazio per un buon libro?
“D’estate, quando esco dalla mia bolla di atleta 24 ore su 24. Leggo un po’ di finanza, perché mi piace tenermi informato su come spendere i miei soldi. Ma soprattutto libri di sport, in particolare le biografie, oppure motivazionali e sulla forza della mente”.
Come nasce l’ammirazione per LeBron James?
“Dalla lettura, appunto. Non sono un grande appassionato di Nba, però ho conosciuto LeBron e prima Kobe Bryant attraverso quello che è stato scritto su di loro. La continua tensione al miglioramento, ad andare oltre i propri limiti, la loro etica del lavoro sono una fonte continua di ispirazione”.
Vacanze al mare o in montagna?
“Direi che con la montagna diamo già durante l’inverno... E poi sono un patito del kite e del surf, quando sono in vacanza mi alzo alle quattro del mattino per andare a inseguire l’onda migliore. Da questo punto di vista sono un tipo piuttosto strano: tendenzialmente sarei pigro di natura, ma ho bisogno di scaricare l’adrenalina e l’energia che accumulo. Una volta ci ho provato a fare una vacanza rilassante di cinque giorni, non succederà più: troppo noiosa”.
Qual è l’emozione più grande che si prova stando su un paio di sci a 150 km all’ora?
“Pensi che quando ho cominciato a sciare avrei voluto diventare un campione di slalom. Ma quando provi la velocità per la prima volta, è una sensazione che non ti abbandona più, ti dà qualcosa che ti resta dentro per sempre. Io a 150 km all’ora mi sento completamente libero”.
C’è una compagna a cui dedicare questi momenti magici?
“C’è. Ma la sfera privata è qualcosa che voglio tenere fuori dal resto del mondo”.
In definitiva, come si gestisce la trasformazione in campione?
“Rimanendo me stesso, il ragazzo semplice che ama uscire con gli amici di sempre e che quando affronta le gare si concentra unicamente su come offrire il meglio di sé”.









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