Il regista milanese classe '96 presenta 'Oh Boys', unica opera italiana selezionata alla 'Quinzaine des Cinéastes': "Per fare questo lavoro i sogni non bastano. Servono lavoro, sacrificio, resilienza di fronte ai rifiuti"
21 maggio 2026 | 16.58
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L’italiano Antonio Donato arriva al 79esimo Festival di Cannes con 'Oh Boys', il cortometraggio scritto e diretto da lui e unica opera italiana selezionata alla 'Quinzaine des Cinéastes'. "Mi sento molto fortunato a essere qui, ma non avverto la responsabilità di rappresentare l'Italia in un'edizione in cui il nostro cinema italiano", racconta all’Adnkronos il regista milanese classe 1996. Diplomato alla London Film School, ha già ottenuto riconoscimenti internazionali con 'Sparare alle angurie', corto presentato in oltre 60 festival e premiato tra gli altri a Brest, Leuven e Shanghai. Sviluppato all’interno del Premiere Film Lab, il corto esplora la fragilità maschile contemporanea con uno sguardo ironico e intimo, intrecciando tre episodi in cui la necessità di impressionare gli altri diventa un peso da cui liberarsi. "Sto ancora cercando di esplorare ciò che c’è al di fuori di questo ‘performare’. Mi immagino il voler apparire come una maschera legata al potere e allo sguardo degli altri", spiega il regista. "Quello che mi interessa è capire cosa c’è dietro. Sono maschere di potere che sembrano quasi incollate alle nostre identità". 'Oh Boys' - scritto da Donato insieme a Paolo Carbone, Antonio Donato, Andrea Orsenigo, Dania Rendan - nasce proprio da questa domanda: "Cosa succede se si smette di reggere quella costruzione? Ci si libera di un peso o si perde un motivo per andare avanti?". Una tensione che Donato dice di vivere "in modo contraddittorio". Crede che "questa estrema performatività produca molte distorsioni nella nostra società, e mi interessa indagarne le radici più che arrivare a una risposta definitiva".
A 29 anni, Donato si sente parte di una generazione "di mezzo", sospesa tra modelli patriarcali ancora solidi e nuove forme di relazione. "Da un lato vediamo i valori patriarcali attraversare la generazione dei nostri genitori e dei nostri nonni; dall’altro siamo protagonisti di un ripensamento profondo. Cerchiamo modelli più sinceri di espressione emotiva e affettiva, ma è un processo fragile, pieno di contraddizioni". Il regista racconta di oscillare "tra ciò da cui voglio emanciparmi e ciò che continuo a replicare". Il cinema, per lui, diventa un luogo di indagine personale e collettiva: "I film che faccio sono occasioni di introspezione. Parlare con onestà della mia intimità, forse, può diventare universale. O almeno questo è quello che spero". La pressione a essere forti, impeccabili, all’altezza è un tema che Donato conosce bene: "L’ho sentita molte volte, soprattutto da più piccolo. A volte l’ho sofferta, altre è stata un motore. Ma è qualcosa che conosco bene, altrimenti non potrei raccontarla. Ora ho imparato a gestirla". E la fragilità maschile, secondo lui, resta un tabù: "Sì lo è, anche se se ne parla di più. Le nuove generazioni continuano a fuggire dalle fragilità. Quando si parla di mascolinità tossica si guardano solo gli effetti finali, mentre bisognerebbe mettere in discussione ciò che c’è a monte: la performatività dell’essere maschile". Una dinamica "così radicata da essere replicata a prescindere dal sesso o dall’orientamento: l’idea che, per sopravvivere socialmente, si debbano assumere posture di dominio, forza, rilevanza. È lì che andrebbe rimessa in discussione l’origine del problema".
Fare cinema, per un giovane regista, è un percorso complesso. "I sogni non bastano, purtroppo. Servono lavoro, sacrificio, resilienza di fronte ai rifiuti. E bisogna accettare il proprio dolore. Esiste anche una componente di privilegio nel potersi permettere di fare il regista. È il lavoro più bello del mondo, ma può avere ostacoli giganteschi". La difficoltà maggiore resta quella economica: "Se vuoi fare il regista come lavoro e non come hobby costoso, devi soffrire e fare altro nel frattempo. È difficile trovare il tempo per i propri progetti. E reperire fondi è complicato, anche con festival e laboratori importanti alle spalle". Ma una cosa l’ha imparata: "Se ci sbatti davvero la testa e cerchi di crescere, le cose arrivano. Magari non come ti aspetti, ma arrivano". A sostenerlo, dice, è una comunità di affetti e colleghi: "Mi sento fortunato: ho la mia famiglia, i miei amici e una rete di colleghi con cui ci sosteniamo a vicenda". In un’edizione di Cannes in cui il tema dell’intelligenza artificiale è centrale, Donato non nasconde le sue preoccupazioni: "Mi spaventa che l’IA ci trasformi in incapaci di usare il pensiero critico. Per scrivere una mail ormai ci affidiamo a questi tool e smettiamo di riflettere. Ho paura che diventiamo come gli umani di Wall‑E. Sono strumenti utili, soprattutto per i visual effects, ma rischiano di creare distorsioni sociologiche, economiche, ecologiche e psicologiche". Fare il regista, dice, significa "usare il proprio pensiero. Spero di allenarlo il più possibile". Il sogno, ora, è uno solo: il primo lungometraggio. "Spero di girarlo l’anno prossimo. Si chiamerà 'Sparare alle angurie', come il mio primo corto. Ci lavoro da anni, sarà prodotto da Cinedora, la stessa di 'Vermiglio' di Maura Delpero. Mi sento pronto".(di Lucrezia Leombruni)
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