Fabrizio Gifuni: "Tortora rimosso negli show celebrativi di oggi, la sua storia ci insegna il valore del dubbio"

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L'attore interpreta il celebre conduttore nella serie 'Portobello' di Bellocchio, dal 20 febbraio su Hbo Max

"Dal caso Tortora dobbiamo imparare a dubitare, conservare aperta la strada del dubbio quando non abbiamo certezze, non avventandoci immediatamente nel gioco 'per me questa persona ha colpe' oppure essere innocentisti a tutti i costi. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per la giustizia, per la politica o per un personaggio famoso. L'atteggiamento del popolo italiano non è cambiato, a cambiare sono i mezzi: oggi i social amplificano a dismisura il discorso della curva, tutto è molto aggressivo e polarizzato". Per Fabrizio Gifuni - ospite del nuovo episodio del vodcast dell'Adnkronos, disponibile in versione integrale sul sito www.adnkronos.com e sul canale YouTube - è questa la lezione che si dovrebbe imparare dal caso Tortora, il celebre conduttore, vittima di un clamoroso errore giudiziario nei primi Anni 80, che l'attore interpreta nella serie 'Portobello' di Marco Bellocchio, dal 20 febbraio su Hbo Max. Una data non casuale. Quel giorno del 1987, Tortora tornò in scena in Rai pronunciando la famosissima frase "Dunque, dove eravamo rimasti?" rivolgendosi al pubblico.

Nel 1982 Tortora è all’apice del successo. Conduce 'Portobello' e raggiunge 28 milioni di spettatori in prima serata, tutti in attesa del concorrente che riuscirà a far parlare il pappagallo, ospite d’onore della trasmissione. E' il re della tv Anni 80 e il suo programma racconta e conforta il Paese. In quegli stessi anni il terremoto dell’Irpinia dà l’ultima scossa agli equilibri già fragili della Nuova Camorra Organizzata. Giovanni Pandico, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore assiduo di 'Portobello' dalla sua cella, decide di pentirsi. Interrogato dai giudici fa un nome inatteso: Enzo Tortora. Quando il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla sua stanza d’albergo Tortora pensa a un errore. Ma è solo l’inizio di un’odissea che lo trascina dalla vetta al baratro. Gifuni non interpreta Enzo Tortora: lo evoca. Lo fa riemergere - così come ha fatto con Aldo Moro nella serie 'Esterno Notte' di Bellocchio - nella memoria collettiva da cui "è stato rimosso". La sua immagine "non appare mai nelle trasmissioni rievocative e non credo che sia un caso. Si preferisce rimuovere certe storie perché danno fastidio". E la serie offre una riflessione anche sul concetto di verità. È impopolare? "Il problema esiste da sempre. Cambiano i mezzi: prima c’erano i giornali e la tv, oggi ci sono i social", osserva l'attore, "ognuno ha la sua narrazione. Non esiste nulla di oggettivo. Per formarsi un’opinione bisogna cercare più angolazioni possibili, altrimenti ci si fossilizza. Il rischio è vivere tutto come una curva da stadio: o stai di qua o stai di là. E la complessità sparisce".

Tra l'attore e Tortora è stato "un incontro tra due corpi", "il Tortora privato devi immaginarlo, mettendo insieme i pezzi. Come per Moro: nessuno sa davvero chi fosse quando chiudeva la porta di casa. Io cerco sempre una sintesi tra il mio corpo e il corpo del personaggio. Non parto mai dall’imitazione. Se non c’è emozione, se non c’è umanità, la somiglianza non serve a nulla". Per Gifuni, il lavoro è stato un'immersione totale: libri, materiali audiovisivi, registrazioni, contesto storico, e soprattutto un processo di interiorizzazione che non ha nulla a che fare con la semplice imitazione. Prima delle riprese "non ho incontrato la figlia di Enzo, Gaia, e nemmeno l'ultima compagna Francesca Scopelliti" perché "non volevo rimanere schiacciato dal senso di responsabilità e dalla paura di deludere qualcuno", spiega l'interprete.

'Portobello' attraversa uno dei casi più traumatici della Storia recente e lo trasforma in un racconto necessario, che parla al presente più di quanto sembri. C'è un'Italia che non ha mai davvero fatto i conti con Enzo Tortora. Un’Italia che lo ha amato in massa, che lo ha seguito in 28 milioni davanti alla tv, e che poi lo ha abbandonato nel momento più buio, quando un errore giudiziario lo ha travolto fino a spezzargli la vita. È quell'Italia "era diversa, ma stava già diventando quella di oggi". E il cinema così come il teatro possono riaccendere il dibattito sulla giustizia? "Una serie non risolve problemi così profondi. Il dibattito sulla giustizia è stato inquinato per decenni. Si fa di tutta l’erba un fascio, si semplifica, si aggredisce. Non ho fiducia nella giustizia, ma la ripongo negli spettatori: vengono trattati come bambini, ma non lo sono. Una serie complessa può accendere curiosità, spingere a rileggere la storia, soprattutto per le nuove generazioni".

Dal 30 marzo al 10 maggio, fra Bologna e Modena, Gifuni sarà in scena con 'Attraversando quei corpi: Moro e Pasolini, i fantasmi della nostra Storia'. "È un progetto costruito con Emilia Romagna Teatro e la Cineteca di Bologna. Moro e Pasolini sono due corpi insepolti su cui la società, la politica e la cultura italiane continuano a inciampare". Attraversarli "significa continuare a interrogare il presente attraverso le loro parole, le loro ferite, le loro visioni". Intorno a questi due lavori "ho costruito un progetto di dodici proiezioni - otto film di finzione e quattro documentari - sull'Italia prima e dopo questi due corpi e un ciclo di otto incontri con storici, scrittori, registi, per parlare proprio di quegli anni". Il prossimo 16 luglio Fabrizio Gifuni compirà 60 anni ed è tempo di bilanci: "Ho un buon rapporto con il tempo che passa. Il teatro mi tiene in forma, il corpo è il nostro primo strumento. E poi ho un esempio straordinario davanti agli occhi: Marco Bellocchio "86 anni e ancora capace di ascoltare tutti come se potesse imparare qualcosa di nuovo". Il segreto sta proprio qui: "La curiosità "è un salvavita contro la pigrizia delle cellule", dice sorridendo, ma anche "nell'essere scomodi, di uscire dalla propria zona di comfort e di ascoltare gli altri", spiega l'attore, che sulla possibilità di passare dietro la macchina da presa, come tanti suoi colleghi, dice: "Non lo escludo, ma per ora non c’è pericolo. Mi piace ancora troppo fare il mio lavoro. In teatro ho già diretto, al cinema ancora no", conclude. (di Lucrezia Leombruni)

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