I numeri mostrano la svolta dopo i tre minuti di stop: Tuchel ha ridisegnato la squadra e cambiato l'inerzia della partita
Chiamiamolo pure hydration break, ma consideriamolo per ciò che davvero è: un time out. Una delle grandi novità del Mondiale è sicuramente la divisione delle partite in quattro quarti e non più, almeno non del tutto, in due tempi. L’intervallo lungo di un quarto d’ora non viene intaccato, ma ne sono stati aggiunti due più corti, a metà circa delle due frazioni: tre minuti di sosta, in teoria per far rifiatare i giocatori (ma non sempre ce ne sarebbe bisogno, tra pioggia e stadi con il tetto chiuso e l’aria condizionata), in pratica per consentire alle tv di guadagnare molti soldi con gli spot. Si è parlato tanto di quanto incidano queste due interruzioni sul flusso del gioco e sul ritmo della partita. E in effetti è un argomento valido. Ma ce n’è un altro con una valenza ben superiore di cui già ci si era accorti in qualche partita e che, nella sfida tra Inghilterra e Congo, è emerso in modo inequivocabile: lo sfruttamento da parte degli allenatori di quei tre minuti.
colloquio di gruppo
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Nel calcio a cui siamo abituati, durante le partite i tecnici non riescono a parlare alla squadra. Urlano qualcosa, ma interagiscono soprattutto con i giocatori che si muovono nei pressi della panchina e che magari diventano portavoce a beneficio di qualche compagno. Una sosta di tre minuti, invece, consente all’allenatore di chiamare a raccolta tutta la squadra e di dare quei due o tre suggerimenti che possono modificare l’andamento della gara. In centottanta secondi si può essere molto più chiari e specifici. E c’è anche la possibilità di sfruttare i dati trasferiti nel frattempo dai match analyst, altra figura che grazie al time out assume un’importanza maggiore per l’immediatezza con cui può essere coinvolta. Insomma, grazie al time out “gioca” anche l’allenatore, la cui capacità di leggere la partita diventa un valore aggiunto perché più facilmente trasmissibile alla squadra.
la svolta di tuchel
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Tuchel ha sfruttato benissimo le due pause nel corso della partita tra Inghilterra e Congo. Lo confermano i numeri. Nella prima metà del primo tempo gli inglesi hanno fatto registrare zero tiri e zero tocchi in area, nella seconda metà 8 tiri e 20 tocchi in area. Netta anche la differenza nella ripresa: in avvio 2 tiri e 7 tocchi in area, dopo l’hydration break 6 tiri, 13 tocchi in area e soprattutto 2 gol. Durante il time out del secondo tempo Tuchel ha operato il cambio tattico decisivo togliendo Spence, arretrando Rice nel ruolo di terzino, mettendo il doppio trequartista. Nella pausa il c.t. ha parlato a lungo con la squadra e soprattutto con Rice, spiegandogli quello che voleva. E l’Inghilterra ha cambiato marcia. Può darsi che sia stato un caso, ma resta il fatto che gli allenatori stanno entrando in sintonia con la novità, come ha spiegato lo stesso Tuchel: “Non amo questi stop, apprezzo di più il calcio quando si sviluppa con slancio. Però, a questo punto, perché non dovrei provare ad approfittarne? Durante la gara con il Congo mi è sembrato più facile parlare con i giocatori: erano molto calmi, molto ricettivi, mentre a volte può essere un momento più caotico in cui tutti cercano di aiutare dicendo qualcosa”.
il futuro
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Il tempo ci dirà se queste pause saranno istituzionalizzate e se davvero vedremo partite spalmate su quattro quarti. Considerando il peso che hanno le tv, in virtù dei soldi che investono nel calcio, non ci sarebbe da stupirsi. E una frase di Gianni Infantino, presidente della Fifa, fa capire che il ragionamento generale va oltre la necessità dei giocatori di rifiatare: “Queste pause sono importantissime per dare ai calciatori un attimo di respiro durante la gara e allo stesso tempo permettono a tutti gli allenatori di avere un momento dedicato in ogni partita, indipendentemente dalle condizioni metereologiche, per interagire direttamente con i propri giocatori”. Infantino lo dice chiaramente: indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Chiamiamolo hydration break, ma consideriamolo per ciò che è e che magari sarà: un vantaggio per le tv e un time out per gli allenatori.











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