Guerrino De Santi con Marco Pantani: entrambi felici
Si chiamava Guerrino De Santi, ma tutti lo chiamavano "Bianco": era di Borello, sulle colline romagnole. Figura carismatica e molto nota in Romagna, creò il primo club per Marco quando era ancora juniores e poi inventò le scritte "Pantani" sulla strada. Quel viaggio insieme per un mese in Grecia nel 2003
Lui aveva una venerazione per Marco, e il Pirata lo sentiva, tanto da restarne colpito e ammirato. Ma allo stesso tempo quell’uomo così buono, che senza alcun interesse personale se non di volergli bene come un padre lo seguiva in ogni corsa con il suo camper, incuteva timore a Marco. Guerrino De Santi detto Bianco ("perché ero bianco bianco sin da ragazzino", raccontava), era di Borello, colline dell’entroterra di Cesenatico: con la saggezza del contadino, con quel modo diretto e sincero, a volte anche brutale, è stata una delle pochissime persone che ha provato in ogni modo a far prendere a Pantani una strada diversa. Un infarto se l’è portato via a 85 anni, e si è riunito a Marco per sempre. E’ stato davvero il suo primo tifoso, tanto da creare il primo club Magico Pantani a Borello quando lo scalatore di Cesenatico era ancora juniores. Avete presente quelle scritte “Pantani” sulla strada con la P allungata? Bene, se le inventò lui, e sono diventate ancora adesso, che da 22 anni Marco non c'è più, un modo per ricordarlo su ogni strada e ogni salita del ciclismo.
la storia
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Bianco aveva conosciuto Marco e Andrea Agostini, compagno di scuola di Pantani e attuale braccio destro di Gianetti nella Uae Emirates di Pogacar, quando erano juniores: 1987. Da quel momento non li ha più lasciati. Seguiva Marco ovunque. Andavi a una corsa, e prima o poi sapevi di trovare fermo a bordo strada un camper bianco, con Bianco che scriveva le scritte per Pantani sulla strada. "Pantani Pantani Pantani Pantani Pantani" per centinaia di metri, finché durava la salita, oppure nei punti chiave, quelli in cui sapeva che Marco avrebbe attaccato. Passavi dal camper, e magari Bianco era seduto davanti a una salsiccia. Per tutti aveva un bicchiere di Sangiovese sempre pronto. Al Mondiale di Imola nel 2020, lo incontrammo lungo il percorso: non lo vedevamo da anni, ma era sempre lui, gli occhi brillanti e il pennello in mano, come se il tempo non fosse mai passato, come se aspettassimo tutti e due di vedere Marco sbucare da una curva. Quando due anni fa il Tour de France ha attraversato le strade della Romagna, con la partenza della seconda tappa da Cesenativo, Bianco introdusse una variante: scriveva Pantani e Pogacar, uniti dalla lettera P, perché aveva “adottato” lo sloveno come erede del Pirata. Agostini gli portò poi la maglia gialla di Pogacar con una dedica particolare dello sloveno.
Bianco era una figura molto conosciuta del ciclismo romagnolo. Carismatico, soprattutto: non aveva paura di dire a Marco niente, la verità o quello che lui si doveva sentir dire veramente, non le parole di comodo. Marco ci restava male a sentire quelle parole, però amava Bianco e lo rispettava, e rifletteva su quanto gli diceva. Un po’ come capitava con Luciano Pezzi, che volle Marco con le stampelle alla Mercatone Uno nel 1997, la squadra della rinascita di Pantani. Persone che ti entrano dentro come un coltello nel corpo e ti fanno riflettere, ti aprono gli occhi perché dicono la verità, solo quella. E Bianco, nel 2003, nel periodo più nero di Pantani, cercò di portarlo via dalle cattive compagnie per dargli una via di uscita: era cacciatore, sapeva che anche a Marco piaceva la caccia, e così se lo portò per un mese in Grecia. Lui e Marco in camper insieme, l’ultimo tentativo. Con lui Marco ha potuto forse ritrovare uno sprazzo di serenità e felicità. L'ultimo.









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